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Una macchina da scrivere rivoluzionaria. È la Valentine, la rossa portatile disegnata da Ettore Sottsass per Olivetti nel 1968. Ecco il nostro ricordo.

Una Lettera 32 travestita da sessantottina”. Così Giovanni Giudici, poeta e dirigente Olivetti, definisce una delle più iconiche macchine da scrivere della storia: la Valentine di Ettore Sottsass.

Disegnata nel 1968 per Olivetti da Ettore Sottsass in collaborazione con Albert Leclerc e Perry A. King, la Valentine viene messa in produzione nel 1969. Grande interprete dello spirito rivoluzionario dell’epoca, è una macchina da scrivere portatile innovativa sotto molteplici punti di vista: materiali, design, pubblicità. Un oggetto popolare immaginato per essere portato ovunque, con estrema facilità.

La portatile, oggi, diventa un oggetto che uno si porta dietro come si porta dietro la giacca, le scarpe, il cappello; voglio dire quelle cose alle quali si bada e non si bada, cose che vanno e vengono, cose che tendiamo a smitizzare sempre di più”, racconta Sottsass.

La nascita di un’icona

La Valentine (conosciuta anche come rossa portatile) nasce per contrapporsi alle macchine da scrivere portatili giapponesi. Macchine meccaniche molto economiche che avevano invaso il mercato europeo alla fine degli anni 60.
Per rispondere all’avanzata giapponese, Sottsass progetta per Olivetti una macchina da scrivere economica e dal carattere informale. Un oggetto per tutti che potesse essere venduto anche nei piccoli mercati rionali. “La biro della macchina per scrivere, da vendersi a mucchi”, diceva Sottsass.

In realtà, la Valentine non fu venduta a mucchi. Da un lato è prodotta quando i primi computer fanno la loro comparsa negli uffici. Dall’altro non raggiunge la massa, ma piace soprattutto agli intellettuali. “E gli intellettuali non erano abbastanza per comprare macchine da scrivere”, racconta con ironia Sottsass a Ugo Gregoretti, in una delle puntate del programma RAI “Lezioni di Design”.

Se il successo commerciale della Valentine non fu eccelso, il suo design fu apprezzato subito. La rossa portatile di Olivetti vince, infatti, il Compasso d’Oro nel 1970 ed entra a far parte delle collezioni del MoMA di New York nel 1971. L’icona è nata.

Cosa rende unica la Valentine di Ettore Sottsass?

La Valentine di Ettore Sottsass è una macchina da scrivere incredibilmente innovativa, nella sua semplicità.
L’alluminio impiegato all’epoca per le macchine da scrivere viene sostituito con un’economica plastica ABS, stampata a iniezione (il prototipo prevedeva la ancora più economica Moplen, giudicata troppo cheap da Olivetti).
La custodia (sempre in plastica ABS) e la macchina da scrivere formano un corpo unico. La maniglia della “valigetta” è infatti integrata nella stessa Valentine. Con due fermi di gomma laterali, la macchina si fissa al contenitore e può essere trasportata con facilità.
Il colore della Valentine è un energico rosso fuoco. O meglio, è il colore che l’ha resa celebre in tutto il mondo. Perché la macchina di Sottsass fu prodotta anche in altri colori: bianco (solo in Italia), verde in Germania, blu in Francia.

Una pubblicità scherzosa e fuori dagli schemi

Il successo di immagine della Valentine è legato anche alla pubblicità. Le campagne pubblicitarie, coordinate dallo stesso Sottsass, avevano un tono scherzoso che puntava a un pubblico giovane e aperto al nuovo. E si avvalsero della collaborazione di artisti e grafici, come Walter Ballmer, Roberto Pieraccini, Milton Glaser e Graziella Marchi.
L’idea era promuovere la Valentine come una macchina da scrivere per tutti. Un’immagine opposta a quella chic della Lettera 22 (altra iconica macchina da scrivere di Olivetti), pubblicizzata da una ricca ed elegante signora che scende da un aereo.

“Siamo andati a mettere la Valentine dappertutto, in più posti possibili, per vedere come si comportava e cosa succedeva intorno e abbiamo fatto un sacco di fotografie. Così dopo un po’ siamo venuti in possesso di una grossa documentazione, una specie di reportage del viaggio fatto fra la gente da un oggetto invece che da una persona”, ricorda Sottsass.

Un viaggio che continua ancora oggi. Dai musei ai negozi di modernariato, fino alle case di collezionisti e appassionati.
Quando il design entra nel cuore della gente.

Prodotto: macchina da scrivere Valentine

Designer: Ettore Sottsass

Anno: 1968

Azienda: Olivetti

Ci piace perché è una macchina da scrivere libera. La vera antesignana dei computer portatili.


LA MITICA POLTRONA SACCO DI ZANOTTA

Avete presente la storica poltrona Sacco di Zanotta? Ebbene, a oltre 50 anni di distanza, una delle più grandi icone del design italiano è prodotta ancora, sempre da Zanotta. Non solo. La poltrona Sacco è diventata anche una delle idee più copiate del design.

La sua celebrità deriva dal fatto che ha rivoluzionato il modo di sedersi. Non solo è una sedia destrutturata (senza gambe, senza schienale, con una forma che cambia continuamente), ma è un prodotto che interagisce con l’utilizzatore e lo fa in modo sempre diverso. Quando ci si siede, infatti, il sacco perde la sua forma originaria per schiacciarsi, allungarsi, modellarsi e adattarsi alla forma del corpo e alla postura che si assume.

Guarda il nostro post sulle più belle poltrone sacco di design


LA POLTRONA SACCO DI ZANOTTA SI AGGIUDICA
IL COMPASSO D’ORO ALLA CARRIERA DEL PRODOTTO

Alla cerimonia di premiazione del XXVI Compasso d’Oro, tenutasi a Milano il 9 settembre 2020, l’iconica poltrona Sacco di Zanotta si è aggiudicata un importante premio. Il “Compasso d’Oro” alla carriera del prodotto.
Si tratta di un riconoscimento che viene dato a quei prodotti che hanno fatto (e continuano a fare) la storia del design.


LA STORIA DELLA POLTRONA SACCO

Vi siete mai chiesti come nasce la poltrona Sacco?

Questo rivoluzionario oggetto di design fu progettato nel 1968 da tre giovani architetti torinesi: Piero Gatti, Cesare Paolini e Franco Teodoro. La poltrona Sacco è stata prodotta, fin dall’inizio, dall’azienda lombarda Zanotta.

Poltrona Sacco o Sedile Sacco?

Il Sacco di Zanotta, oggi conosciuto come “poltrona”, in realtà all’inizio fu chiamato dai designer “sedile” Sacco perché, come ci ricordano, della poltrona non ha proprio nulla!

Il designer Piero Gatti racconta come nasce il “Sedile Sacco”

Raccontano i designer Gatti, Paolini e Teodoro: “Tra il 1967 e 1968 andava di moda la cosiddetta ergonomia. A noi interessava progettare oggetti il più possibile flessibili, che potessero adattarsi […] Così abbiamo iniziato a riflettere sul materiale che permettesse questa adattabilità: come la neve in cui uno si butta e ci lascia impresso sopra lo stampo del suo corpo.”

I tre progettisti ebbero così un’idea geniale, rivoluzionaria e assolutamente controcorrente per l’epoca. Ispirandosi ai sacchi di iuta che usavano i contadini, crearono un contenitore in tessuto a forma di sacco per poi riempirlo con palline di polistirolo espanso, così da creare una seduta leggera, versatile ed ergonomica.

I primi prototipi

Per accentuare l’idea della leggerezza e l’unicità dell’imbottitura, i designer valutarono anche la possibilità di realizzare il Sacco in un materiale plastico trasparente. Proposero anche l’aggiunta di un maniglione per sottolinearne l’essenza “nomade” e facilitarne lo spostamento in casa.
Dopo un periodo di prototipazione durato circa 6 mesi, la poltrona Sacco fu presentata per la prima volta al pubblico alla fiera dell’arredamento di Parigi nel 1969. Da allora la sua forma non è più cambiata!

Come è fatta la poltrona Sacco?

La poltrona ha una forma che ricorda quella di una pera. La struttura esterna è composta da 6 strisce di tessuto, cucite insieme ad una base e a un top, entrambi di forma esagonale. È dotata, sulla base, di una zip che protegge un secondo sacco, più leggero, che contiene le palline di polistirolo e ne evita la fuoriuscita.

2 immagini tratte dal sito ufficiale di Zanotta. Nella seconda, si vede il Sacco “trasparente”.


LA POLTRONA SACCO E I MEDIA

La poltrona Sacco divenne fin da subito un oggetto di culto, simbolo di quello spirito di libertà, nomade e rivoluzionario, che proprio nel 1968 segnò una generazione, portando l’immaginazione al potere.

Una vecchia pubblicità dell’epoca e la copertina di un libro di Raffaella Poletti per Electa su Zanotta. Qui sotto, da non perdere, riportiamo il testo integrale della pubblicità…

Una vecchia pubblicità della poltrona Sacco recita (vedi l’immagine qui sopra a sinistra):

“Questa non è una poltrona. Se vi piace, potete anche definirla così; per conto nostro noi non crediamo nelle definizioni. Possiamo dire soltanto che è un oggetto docile e servizievole. Ci si può stare seduti, o sdraiati, o rannicchiati in posizione fetale, o anche come più vi piace. Tirata in mezzo, serve a posarci varie cose, proprio come un tavolino. Distesa, è qualcosa di molto vicino a un tappeto. Ma non è affatto proibito inventarne altri usi. I bambini invece non la usano: ci giocano (qualche volta anche gli adulti). Insomma, è un vero e proprio oggetto “addomesticato”, per nulla ansioso. Attenzione, però! Ha uno svantaggio. Se vi ci abituate, finirete per essere molto esigenti verso gli altri oggetti che usate. Come è capitato a noi dopo la non-poltrona, vorrete anche il non-tavolino, il non-armadio e chissà… la non-casa!”

La poltrona Sacco è anche nota, tra i meno giovani, come “la poltrona di Fracchia” (qualcuno erroneamente, la chiama la poltrona di Fantozzi, altro grande personaggio, sempre interpretato da Paolo Villaggio). La gag dell’impacciato Fracchia che, costretto a sedersi sulla poltrona Sacco dal suo capufficio (un grande Gianni Agus), scivola lentamente a terra è ormai nella storia della televisione!

Il celebre video di Fracchia che cade dalla poltrona Sacco di Zanotta.


UN “SACCO” DI PREMI!

La poltrona Sacco di Zanotta ha ottenuto diversi riconoscimenti, tra i quali la Selezione Compasso d’Oro nel 1970 e il Premio BIO 5 a Ljubljana nel 1973.

La poltrona è esposta anche in moltissimi musei. Tra questi segnaliamo:

  • The Museum of Modern Art, New York
  • Israel Museum, Jerusalem
  • Uméleckoprumyslové Muzeum, Praha
  • Kunstgewerbemuseum, Berlin
  • Kunstmuseum, Düsseldorf
  • Museum für Angewandte Kunst, Köln
  • Taideteollisuusmuseo Konstindustrimuseet, Helsinki 
  • Musée des Arts Décoratifs, Paris
  • Victoria & Albert Museum, London
  • Triennale Design Museum, Milano
  • The Saint Louis Art Museum
  • Museo del Design 1880-1980, Milano
  • Museum für Kunst und Gewerbe, Hamburg
  • Denver Art Museum
  • Dallas Museum of Art
  • Fondazione Triennale Design Museum, Milano
  • Tel Aviv Museum of Art
  • Vitra Design Museum, Weil am Rhein
  • Musée National d’Art Moderne, Paris
  • Thessaloniki Design Museum, Saloniki
  • Gustav Lübcke Museum, Hamm
  • Fonds Régional d’Art Contemporain, Dunkerque
  • LAB Museo del Design, fondazione Anna Querci, Calenzano
  • Powerhouse Museum, Sydney
  • Museum für Angewandte Kunst, Wien
  • Design Museum, Gent
  • Philadelphia Museum of Art
  • Musée des Arts Décoratifs, Bordeaux
  • Cité de l’architecture et du patrimoine, Paris

    Guarda il nostro post sulle più belle poltrone sacco di design


LA POLTRONA SACCO OGGI

Oggi, dopo oltre 50 anni dalla sua nascita, la poltrona Sacco di Zanotta è ancora uno degli oggetti di design più famosi al mondo.

 


2015: LA FAMIGLIA SACCO SI ALLARGA!

Nel 2015 la famiglia si è allargata e le poltrone Sacco sono diventate 3. Al tradizionale modello Sacco si sono aggiunti il Sacco Medium e il Sacco Small.

Le ultime due, pensate appositamente per i ragazzi e per i bambini, mentre la prima, quella tradizionale, resta il prodotto perfetto per tutti i “bambini” adulti.

Ma non è tutto! La poltrona Sacco di Zanotta si è arricchita con nuovi rivestimenti vivaci. Questo è stato possibile grazie alle nuove tecniche di stampa digitale, che la trasformano in un vivace e allegro complemento d’arredo.

La collezione decorata è partita con 3 modelli. Per la poltrona Sacco Small (h.59 cm, base 54 cm) è prevista una versione in tessuto con due decori Big Eyes e Solid. Per le poltrone Sacco e Sacco Medium (h.63 cm, base 68 cm) la versione in tessuto prevede due decori: Solid e Up.


I RIVESTIMENTI DISPONIBILI

Oggi le versioni della poltrona Sacco si sono arricchite di nuovi materiali e di nuove decorazioni.

Il rivestimento può essere in Vip, un’ecopelle adatta anche per l’uso outdoor in quanto idrorepellente e lavabile in lavatrice a 40° (oltre ad essere resistente al fuoco, antibatterico con trattamento Silverguard® e antimacchia con trattamento Permablock 3®). Le varianti colore del tessuto Vip sono ben 9. Bianco, nero, grigio, giallo, rosso, marrone, verde, blu e azzurro. Altri rivestimenti disponibili per la Sacco sono il Tulip  (foto qui sotto, disponibile in 4 colori), il Pied de poule (in 6 colori) e la pelle. Le varianti Tulip e Pied de Poule sono anche sfoderabili.


POLTRONA SACCO. I COSTI

Forse vi starete chiedendo: quanto costa la poltrona Sacco di Zanotta?

Diciamo che dipende dal modello, dal colore e dal rivestimento. Ma anche dagli sconti che troverete nei negozi o negli store online.

In ogni caso, il costo della poltrona Sacco di Zanotta varia dai 220-260 €, per la versione in ecopelle Vip, per passare ai 650-850 delle versioni in tessuto Tulip e Pied de Poule, fino a superare i 1400-1600 € per la versione in pelle.

Un’imperdibile occasione per mettersi in casa una vera e propria icona che, nonostante gli anni, è sempre attuale. Ma mi raccomando… Se volete in casa un’icona del design, scegliete quella originale!!!


NEL 2019 LA POLTRONA SACCO SI FA GREEN

Per festeggiare i 50 anni della poltrona Sacco, nel 2019 Zanotta lancia SACCO GOES GREEN. Un’edizione speciale numerata, realizzata con innovativi materiali sostenibili, proposta con un nuovo pattern firmato dal designer francese Pierre Charpin.

Nella nuova versione green Sacco cambia sia nel riempimento interno sia nel rivestimento. Le palline di polistirolo espanso ad alta resistenza (EPS) della poltrona originaria sono, infatti, sostituite con le microsfere BioFoam di Synbra. Una bioplastica creata con la canna da zucchero, che presenta caratteristiche simili a quelle del polistirolo. La differenza principale riguarda la materia prima. L’EPS si compone di polimeri basati su materie prime fossili (una risorsa finita), mentre BioFoam è costituita da biopolimeri di materiali vegetali (una risorsa infinita). Il risultato è un interno biodegradabile e compostabile, ma resistente e adatto per un utilizzo a lungo termine.

L’involucro interno e il rivestimento esterno sono, invece, realizzati con ECONYL, un filo di nylon rigenerato, ricavato dalle reti da pesca raccolte in mare e dagli scarti di plastica e tessuto.

SACCO GOES GREEN comprende tre linee da 100 esemplari. Il pattern, creato da Pierre Charpin, è composto da un intreccio di linee, disponibile in tre varianti di colore. L’ispirazione? Le reti da pesca, ovviamente!

I pezzi dell’edizione limitata sono identificati da un cordoncino in tessuto stampato jacquard, cucito lungo tutta l’altezza della poltrona, su cui sono indicati il numero di serie e il nome della collezione.

SACCO GOES GREEN entrerà a far parte del catalogo Zanotta da gennaio 2020, con gli stessi materiali 100% ecosostenibili dell’edizione limitata. Il rivestimento esterno, invece, non avrà più il pattern di Charpin, ma sarà disponibile a tinta unita in diversi colori.

www.zanotta.it

Guarda anche il nostro post sulle più belle poltrone sacco di design

La lampada Flowerpot di Verner Panton. La storia di una grande icona del design.

Una lampada simbolo di cambiamento. Parliamo di Flowerpot, la lampada disegnata da Verner Panton nel 1968. Una lampada rivoluzionaria per i materiali, per le forme, per i colori. Ma anche e soprattutto per l’idea alla base del progetto: creare un prodotto capace di emozionare. Un qualcosa di molto diverso da quanto facevano i designer danesi in quegli anni.

Come racconta Anders Michelsen, co-autore della monografia su Verner Panton, il grande designer danese “ha fatto qualcosa di completamente diverso, con materiali diversi e forme diverse, e non ha avuto paura di andare avanti per la propria strada”.

Nel design danese degli anni 50 e 60 il materiale di elezione era il legno, i colori naturali, le forme lineari e pulite. E l’obiettivo principale era la funzionalità dei prodotti. Form follows function. Era questa la prima regola da seguire. Una regola che rimane importante anche per Verner Panton, accompagnandosi però alla ricerca di emozioni e alla sperimentazione di nuovi materiali e colori.

Già, il colore è uno degli aspetti più importanti nei progetti di Panton. “La maggior parte delle persone trascorre la vita in una triste conformità grigio-beige, avendo paura dei colori”, racconta Panton. Un’osservazione che spiega bene il suo approccio al design. Panton ha, infatti, lavorato con degli psicologi per comprendere meglio il ruolo che il colore gioca nella creazione di un ambiente.

Flowerpot nasce in un anno di grandi cambiamenti

Se la lampada Flowerpot è rivoluzionaria nel contesto del design danese degli anni 60, si inserisce perfettamente nel più ampio quadro storico dell’epoca. Il 1968 è infatti l’anno in cui le rivolte studentesche a Parigi, Roma e negli Stati Uniti cercano di rovesciare i vecchi valori. L’anno in cui nasce il movimento dei figli dei fiori (Flower Power), basato su idee di pace, amore e armonia. L’anno in cui esce al cinema 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, leggendario film di fantascienza in cui appare, tra l’altro, la sedia di Verner Panton. L’anno che precede il primo viaggio dell’uomo sulla Luna. Insomma, un anno di grandi cambiamenti.

Una lampada minimale ma giocosa

La lampada Flowerpot è costituita da due semisfere in metallo contrapposte (la superiore ha un diametro due volte più grande di quella inferiore), proposte in una vasta palette di colori. Il risultato è una lampada allo stesso tempo minimale ma giocosa, funzionale ma divertente. Una delle lampade più iconiche della storia del design.

Le novità 2020

Dal 2010 Flowerpot è prodotta dal brand danese &Tradition. La collezione comprende tre sospensioni, due lampade da tavolo e, dall’autunno 2020, anche una applique e una lampada portatile.

La Flowerpot portatile è in policarbonato per un uso anche outdoor, ha un cavo ricaricabile USB e un dimmer che permette di regolare la luce con tre intensità diverse.

La versione da parete era stata pensata da Verner Panton, ma mai messa in produzione prima d’ora. La lampada offre sia un’installazione standard che cablata. L’interruttore si trova alla base.

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Lo storico brand Acerbis ritorna a Milano con una sua nuova casa.

Dopo l’acquisizione di Acerbis da parte dell’azienda MDF Italia, gli storici oggetti di Acerbis si aggiungono alle collezioni esposte nel flagship store milanese di MDF Italia.

Già nel mese di Aprile 2019, in occasione della Milano Design Week, alcuni pezzi iconici della storica azienda di Seriate erano stati esposti nelle vetrine dell’ormai celebre showroom MDF Italia di via della Chiusa. Nel mese di ottobre, dopo pochi mesi, MDF Italia annuncia ufficialmente la nascita della nuova casa Acerbis, nel cuore della capitale del design.

All’interno del flagship store MDF Italia, un grande spazio di oltre 600 mq di esposizione, ben 250 sono dedicati infatti al brand Acerbis.

All’ingresso dello showroom è allestita una mostra temporanea che mostra la storia di Acerbis attraverso una selezione di prodotti originali dell’archivio storico dell’azienda. Un brand che col suo design iconico ha attraversato i decenni entrando a far parte delle collezioni dei più importanti musei e mostre di design del mondo.

Tra tutti gli oggetti esposti in mostra ne segnaliamo 2, entrambi progettati da Lodovico Acerbis & Giotto Stoppino . “Solemio” (1983), una mensola luminosa con specchio rotante e la scaffalatura a ponte “Brooklyn” (1977). Quest’ultima si caratterizza per la trave reticolare lanciata tra due piloni con ripiani sospesi agli esili tiranti d’acciaio.

Due brand e due famiglie del design si uniscono

Franco Cassina – quarta generazione dell’omonima famiglia e Sales Manager Italia di MDF Italia – così commenta la nascita di casa Acerbis. “Si tratta di un’operazione di grande prestigio che unisce non solo due importanti brand ma due famiglie, che hanno segnato la storia del design”.

La sfida di MDF Italia è quella di rilanciare un marchio storico come Acerbis, che nel 2020 celebra centocinquanta anni. Sia attraverso la valorizzazione della collezione storica che annovera pezzi progettati da alcune delle più rinomate firme del design, sia attraverso le linee più contemporanee delle recenti proposte della collezione, risultato dell’estro creativo di giovani progettisti.

Enrico Acerbis, quarta generazione della famiglia Acerbis, dopo aver diretto l’azienda durante gli ultimi cinque anni è oggi brand Ambassador di Acerbis per MDF Italia.

LA BUBBLE CHAIR DI BEN ROUSSEAU

La Bubble Chair di Ben Rousseau è un personale omaggio all’iconica Bubble Chair disegnata da Eero Arnio nel 1968. Un progetto Pop, indimenticabile e ancora attualissimo, che rappresenta una pietra miliare nella storia del design.

Il designer britannico Ben Rousseau non ha mai nascosto il suo amore per la versione originale della Bubble Chair di Eero Aarnio. La sua passione è talmente grande da averlo spinto a reinterpretare, con il suo stile personale, questa icona del grande maestro finlandese.

LE 3 VERSIONI DELLA BUBBLE CHAIR DI BEN ROUSSEAU

Nel farlo, ha previsto 3 varianti, esattamente come per l’originale. La classica poltrona, una versione sospesa e, infine, un modello trasparente. 

I primi due sono realizzati con un telaio in acciaio tubolare saldato e verniciato a polvere in diversi colori. La versione da pavimento ha una gamba fissa centrale, quella sospesa, invece, ha un gancio e una catena nella parte superiore.

LA VERSIONE TRASPARENTE DELLA BUBBLE CHAIR DI BEN ROUSSEAU

La terza versione, infine, ha la forma di una bolla in plexiglas trasparente. Questa è dotata di un anello metallico nel quale è nascosta una striscia a LED monocolore o con controllo RGBW. In questo modo la sedia può essere anche illuminata, mettendo in evidenza le incisioni artistiche che decorano la sfera (vedi la foto qui sotto).

La Bubble Chair di Ben Rousseau è abbastanza ampia da permettere a due persone di sedersi al suo interno.

LA VERSIONE IN TIRATURA LIMITATA

È stata anche creata una serie di esclusive Bubble Chair a tiratura limitata in smalto cromato fumé. Questo modello si caratterizza anche per lo speciale cuscino imbottito in pelle trapuntata in una esclusiva versione automobilistica.

Ecco la 675 Chair, l’iconica sedia firmata da Robin Day nel 1952

La 675 Chair di Robin Day è ad oggi una delle più iconiche sedie mai progettate. La sedia 675, disegnata dal designer britannico Robin Day nel 1952, è un prodotto che ha superato indenne la prova del tempo senza mai invecchiare. Un grande classico del design che sembra essere stato disegnato oggi e, invece, ha quasi 70 anni!

L’elemento caratterizzante della 675 Chair di Robin Day è lo schienale dalla forma fluida, realizzato in multistrato curvato. Un progetto avveniristico per i primi anni 50, che ancora oggi mostra la sua forza innovativa. Lo schienale, infatti, si curva alle estremità e si trasforma in due comodi braccioli. La 675 Chair di Robin Day è un prodotto dal design molto personale e ben proporzionato. È una sedia che unisce bellezza e semplicità e, cosa non secondaria, è estremamente comoda!

La 675 oggi

Dopo circa 60 anni dalla sua progettazione, nel 2014 la sedia 675 è stata finalmente rieditata dall’azienda britannica Case Furniture. Grazie alla collaborazione con la Robin e Lucienne Day Foundation, la 675 è stata anche rivista e riadattata alle esigenze contemporanee. Le misure sono state leggermente ridotte rispetto al modello originale, così da renderla più compatta e più pratica per un uso quotidiano. Nella sua versione attuale, la sedia ha una struttura tubolare in acciaio nero o cromato. Il sedile imbottito è rivestito in tessuto o in pelle, mentre lo schienale è disponibile in finitura rovere oppure in noce. 

La 675 Chair di Robin Day è stata premiata nel 2015 con il prestigioso Design Guild Mark Award.

Chi è Robin Day?

Robin Day è stato uno dei maggiori designer britannici (1915 – 2010). Nella sua lunga carriera, Robin Day si è occupato non solo di design e interior design, ma anche di grafica e allestimenti. Nel suo lavoro Robin è stato affiancato dalla moglie, Lucienne Day, che ha sempre collaborato con lui come textile designer. Un’altra grande coppia di designer nel lavoro e nella vita, proprio come gli americani Charles e Ray Eames, loro contemporanei.

Robin e Lucienne Day hanno creato una grandissima quantità di mobili, soprattutto in legno, che hanno rivoluzionato il design britannico del dopoguerra. Introdussero, infatti, nell’arredamento il legno multistrato curvato ma anche l’innovativo polipropilene, con l’idea di portare i mobili di design, belli e ben progettati, nelle case di tutti ad un prezzo accessibile. Robin Day era convinto che un buon design potesse migliorare la qualità della vita di molte persone.

Qui sopra, una poltrona e una sedia progettate da Robin Day in multistrato curvato. Nella foto qui sotto, la sua celebre (e copiatissima) sedia con la scocca in polipropilene nelle diverse versioni.

A Day to Remember: un omaggio alla 675 Chair di Robin Day

A Day to Remember è un’interessante iniziativa benefica organizzata dal brand britannico Heal’s, in collaborazione con la Robin and Lucienne Day Foundation. Il titolo è un gioco di parole in quanto l’evento è dedicato al grande designer britannico Robin Day e alla sua celeberrima sedia 675 del 1952. Heal’s ha coinvolto 15 fra i principali “textile designer”, ognuno dei quali ha interpretato, con il proprio stile, l’iconica sedia 675.

I 15 designer coinvolti per il progetto “A Day to Remember” sono:

Bill Amberg, Christopher Farr, Darkroom, David Irwin, Eley Kishimoto, Beatrice Larkin, Catherine MacGruer, Charlene Mullen, Eleanor Pritchard, Margo Selby, Stitch by Stitch, Hannah Waldron, Wallace & Sewell, Donna Wilson e Cristian Zuzunaga (foto qui sotto).

Le 15 sedie 675 personalizzate sono state esposte nello showroom Heal’s Tottenham Court Road e messe all’asta. Grazie a questa raccolta di fondi, la Fondazione Robin and Lucienne Day ha potuto promuovere e sostenere i giovani designer britannici attraverso borse di studio.

www.robinandluciennedayfoundation.org

https://casefurniture.com/675-chair-charity-project/

Dallo storico brand Gufram nascono i Guframini!

Cosa sono i Guframini? 

Semplice, sono le iconiche sculture domestiche esposte nei principali musei del mondo, solo nella versione mini… Le icone di Gufram oggi si sono rimpicciolite e sono diventate i Guframini, identici nella forma (fino nei minimi dettagli!) ma non nelle dimensioni, che sono in scala 1:8.

I Guframini sono 3

Sono tre i Guframini proposti da Gufram. Sono le miniature di Bocca, Cactus e Pratone. Sono realizzati in schiuma di poliuretano che viene iniettata nello stampo, precedentemente verniciato. Con questo processo manuale ogni pezzo è unico ed è identico a quello originale: stessa morbidezza, stessi colori e stessi dettagli. I Guframini sono infine rifiniti a mano ad uno ad uno.

Il mini Pratone

Il mini Pratone riproduce fedelmente, ma in scala didotta, il celeberrimo Pratone, progettato nel 1972 da Ceretti, Derossi e Rosso, ed esibito nello stesso anno al MoMA di New York come parte della celebre mostra Italy: New Domestic Landscape. 

Una curiosità. Il catalogo originale della mostra aveva una sovra-copertina in carta traslucida. Fra le due copertine si muovevano le sagome di alcuni dei pezzi più rappresentativi del design italiano di quegli anni e Pratone era uno di quelli…

Proprio il fratello più grande, il mini Pratone  porta sulla base la scritta “Pratone” ed è formato da 42 morbidi steli che riprendono i fili d’erba.

La mini Bocca

La mini Bocca, riprende le proporzioni esatte della versione originale, disegnata da Studio65 nel 1970. Le sensuali labbra femminili della mini Bocca, a differenza dell’originale divano Bocca, non sono rivestite in tessuto. Al contrario. La piccola Bocca versione Guframini è in schiuma, come i due fratelli piccoli. Un divano iconico, visionario e glamour, che ha ispirato artisti e fotografi di tutto il mondo.

Il piccolo Cactus

Il Cactus in miniatura riprende uno dei più celebri e radicali simboli del design. Anche il piccolo Cactus è identico all’originale, progettata da Drocco e Mello nel 1972. Anche questo mostra le 2165 aree con fossette che decorano il gambo e le braccia di questo insolito appendiabiti.

Come nascono i Guframini?

“Quella dei Guframini è la storia di una magnifica ossessione!” dice Charley Vezza, CEO di Gufam. “Abbiamo lavorato a questo progetto per quattro anni: volevamo che questi oggetti fossero identici ai loro fratelli maggiori. So si potrebbe pensare che produrre queste miniature sia stato più facile che produrre l’oggetto reale, ma non è così. Ad esempio, nei primi prototipi del piccolo Cactus si vedeva una linea di giunzione, causata dallo stampo, che l’originale non ha. Per eliminare quel difetto abbiamo dovuto studiare (e brevettare) una nuova tecnica di produzione”! 

I Guframini non sono dunque semplici riproduzioni, ma prodotti reali con la loro anima e la loro forte personalità. Esattamente come le icone più grandi.

Dove acquistare i Guframini?

I Guframini non sono ancora disponibili ma si troveranno presto presso i principali rivenditori Gufram, nei concept store e negli shop dei principali musei di design, oltre che sui migliori siti di e-commerce.

È la prima volta che il noto stilista ed esteta Karl Lagerfeld collabora con un marchio d’arredamento, e così come la sua passione si unisce a Cassina per esprimere in foto oggetti di design che hanno fatto la storia del design contemporaneo.

Cassina e Karl Lagerfeld

L’idea è stata proprio quella di raccogliere tutte le “icone” del brand per farli diventare modelli per un giorno nel suo set fotografico.
D’altronde il talento fotografico di Karl Lagerfeld è già noto. Il timbro artistico che distingue il suo tratto e completa la sua professione come direttore artistico per diversi brand, tra cui Chanel e Fendi.

Il via al progetto

Il progetto dell’album fotografico è partito nel 2013, quando insieme all’editore tedesco Gerhard Steidl sono state stampate foto in edizione limitata per lo showroom Cassina Saint-Germain durante la Design Week di Parigi. Il successo poi si è aperto a orizzonti internazionali, concludendosi tra le copertine di un book in pelle.

Sembra quasi un album di famiglia, con le foto dei capifamiglia e di tutti i successori, quelli che hanno fatto la storia del marchio, la storia di 90 anni di Cassina.
Icone come la poltrona “LC2” di Le Corbusier, la poltrona “Auckland” di Jean-Marie Massaud o la “699 Superleggera” di Giò Ponti diventano spunto per creare composizioni grafiche, animandosi tramite la luce.

I mobili prendono vita, si sovrappongono e parlano tra di loro. Che ci crediate o no, anche loro sono opere d’arte e di storia ne hanno vista anche tanta.

https://steidl.de/Publisher-0211122830.html
https://www.cassina.com/it/kl