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Una macchina da scrivere rivoluzionaria. È la Valentine, la rossa portatile disegnata da Ettore Sottsass per Olivetti nel 1968. Ecco il nostro ricordo.

Una Lettera 32 travestita da sessantottina”. Così Giovanni Giudici, poeta e dirigente Olivetti, definisce una delle più iconiche macchine da scrivere della storia: la Valentine di Ettore Sottsass.

Disegnata nel 1968 per Olivetti da Ettore Sottsass in collaborazione con Albert Leclerc e Perry A. King, la Valentine viene messa in produzione nel 1969. Grande interprete dello spirito rivoluzionario dell’epoca, è una macchina da scrivere portatile innovativa sotto molteplici punti di vista: materiali, design, pubblicità. Un oggetto popolare immaginato per essere portato ovunque, con estrema facilità.

La portatile, oggi, diventa un oggetto che uno si porta dietro come si porta dietro la giacca, le scarpe, il cappello; voglio dire quelle cose alle quali si bada e non si bada, cose che vanno e vengono, cose che tendiamo a smitizzare sempre di più”, racconta Sottsass.

La nascita di un’icona

La Valentine (conosciuta anche come rossa portatile) nasce per contrapporsi alle macchine da scrivere portatili giapponesi. Macchine meccaniche molto economiche che avevano invaso il mercato europeo alla fine degli anni 60.
Per rispondere all’avanzata giapponese, Sottsass progetta per Olivetti una macchina da scrivere economica e dal carattere informale. Un oggetto per tutti che potesse essere venduto anche nei piccoli mercati rionali. “La biro della macchina per scrivere, da vendersi a mucchi”, diceva Sottsass.

In realtà, la Valentine non fu venduta a mucchi. Da un lato è prodotta quando i primi computer fanno la loro comparsa negli uffici. Dall’altro non raggiunge la massa, ma piace soprattutto agli intellettuali. “E gli intellettuali non erano abbastanza per comprare macchine da scrivere”, racconta con ironia Sottsass a Ugo Gregoretti, in una delle puntate del programma RAI “Lezioni di Design”.

Se il successo commerciale della Valentine non fu eccelso, il suo design fu apprezzato subito. La rossa portatile di Olivetti vince, infatti, il Compasso d’Oro nel 1970 ed entra a far parte delle collezioni del MoMA di New York nel 1971. L’icona è nata.

Cosa rende unica la Valentine di Ettore Sottsass?

La Valentine di Ettore Sottsass è una macchina da scrivere incredibilmente innovativa, nella sua semplicità.
L’alluminio impiegato all’epoca per le macchine da scrivere viene sostituito con un’economica plastica ABS, stampata a iniezione (il prototipo prevedeva la ancora più economica Moplen, giudicata troppo cheap da Olivetti).
La custodia (sempre in plastica ABS) e la macchina da scrivere formano un corpo unico. La maniglia della “valigetta” è infatti integrata nella stessa Valentine. Con due fermi di gomma laterali, la macchina si fissa al contenitore e può essere trasportata con facilità.
Il colore della Valentine è un energico rosso fuoco. O meglio, è il colore che l’ha resa celebre in tutto il mondo. Perché la macchina di Sottsass fu prodotta anche in altri colori: bianco (solo in Italia), verde in Germania, blu in Francia.

Una pubblicità scherzosa e fuori dagli schemi

Il successo di immagine della Valentine è legato anche alla pubblicità. Le campagne pubblicitarie, coordinate dallo stesso Sottsass, avevano un tono scherzoso che puntava a un pubblico giovane e aperto al nuovo. E si avvalsero della collaborazione di artisti e grafici, come Walter Ballmer, Roberto Pieraccini, Milton Glaser e Graziella Marchi.
L’idea era promuovere la Valentine come una macchina da scrivere per tutti. Un’immagine opposta a quella chic della Lettera 22 (altra iconica macchina da scrivere di Olivetti), pubblicizzata da una ricca ed elegante signora che scende da un aereo.

“Siamo andati a mettere la Valentine dappertutto, in più posti possibili, per vedere come si comportava e cosa succedeva intorno e abbiamo fatto un sacco di fotografie. Così dopo un po’ siamo venuti in possesso di una grossa documentazione, una specie di reportage del viaggio fatto fra la gente da un oggetto invece che da una persona”, ricorda Sottsass.

Un viaggio che continua ancora oggi. Dai musei ai negozi di modernariato, fino alle case di collezionisti e appassionati.
Quando il design entra nel cuore della gente.

Prodotto: macchina da scrivere Valentine

Designer: Ettore Sottsass

Anno: 1968

Azienda: Olivetti

Ci piace perché è una macchina da scrivere libera. La vera antesignana dei computer portatili.

Un apparecchio per ascoltare musica che ci regala un sorriso da oltre 50 anni. Ecco l’iconico radiofonografo disegnato dai fratelli Castiglioni per Brionvega.

“Gli oggetti devono fare compagnia”, diceva Achille Castiglioni. Un’affermazione che trova piena espressione nel radiofonografo che disegnò per Brionvega insieme al fratello Pier Giacomo. Un innovativo apparecchio per ascoltare la musica, ma anche e soprattutto un oggetto “amico” pensato per avvicinare la tecnologia all’uomo.

Perfetta sintesi di estetica e funzione, il radiofonografo dei fratelli Castiglioni è figlio di quei mitici anni ’60 che hanno segnato un vero Rinascimento per il nostro Paese, mostrando il ruolo che il design può giocare per rilanciare l’industria. Non poteva quindi mancare nella nostra rassegna dedicata al grande design italiano.

La nascita di un’icona

Il radiofonografo è disegnato da Achille e Pier Giacomo Castiglioni nel 1965. L’idea di partenza è di “dare mobilità e dinamismo a un oggetto per sua natura statico”, offrendo la migliore esperienza di ascolto possibile. Il risultato è un apparecchio stereofonico ad alta fedeltà, con prestazioni acustiche assolutamente innovative per l’epoca.

Non solo, però. Come dicevamo, il radiofonografo di Brionvega è anche un oggetto pensato “per fare compagnia”. Il suo aspetto antropomorfo e il suo sorriso gli danno infatti un aspetto vivo, trasformandolo in un vero e proprio “compagno”.

Come si compone il progetto

Pensato come un apparecchio autoportante componibile, il radiofonografo di Brionvega è costituito da volumi separabili. Le casse possono essere disposte in modi diversi: appoggiate sul corpo centrale per ascoltare la radio e ridurre così l’ingombro, posizionate sui due fianchi per ascoltare i vinili, oppure collocate in un altro punto della stanza per sfruttare al meglio la stereofonia.

Il sostegno del corpo centrale è in fusione di alluminio anodizzato ed è dotato di quattro ruote che permettono di spostare facilmente l’apparecchio.

Un successo internazionale

Il radiofonografo di Brionvega vanta un successo enorme. È esposto nei più importanti musei del mondo. È protagonista di tanti film e serie TV. Ed è stato fedele compagno di vita di tante star. Un nome su tutti David Bowie, che ha addirittura modificato la radio con giradischi dei fratelli Castiglioni per renderla più simile a lui. L’icona del pop, infatti, dipinse di nero la manopola destra, in modo da rendere i due “occhi” dell’apparecchio di colore diverso come i suoi.

La riedizione speciale per i 55 anni

Il radiofonografo dei fratelli Castiglioni nel 2020 ha compiuto 55 anni. Un compleanno che Brionvega ha celebrato con PRIMO, la riedizione del primo progetto del 1965, realizzata in una pregiata finitura Noce Canaletto. 

Per l’occasione, sono stati proposti 100 esemplari esclusivi. Un numero limitato visto il grande sforzo richiesto a livello produttivo. Ogni radiofonografo PRIMO è, infatti, realizzato in modo artigianale. Dalla levigatura dei pannelli in legno alla lucidatura a mano del piedistallo, dai fori delle scocche, verniciate a mano in più passaggi, all’assemblaggio dei diversi componenti. Un processo che richiede ben 26 ore di lavoro.

Prodotto: radiofonografo.

Designer: Achille e Pier Giacomo Castiglioni.

Anno: 1965

Azienda: Brionvega.

Ci piace perché ci regala un sorriso ogni giorno da oltre 50 anni.

Elegante, flessibile, ironica. Ecco la lampada Pipistrello di Gae Aulenti. Una grande icona del design italiano che ci fa compagnia dal 1965.

Flessibilità, humour ed eleganza. Possiamo riassumere in queste tre parole Pipistrello, la celebre lampada disegnata da Gae Aulenti nel 1965. Una grande icona del design italiano prodotta ininterrottamente da oltre 50 anni da Martinelli Luce.

La lampada Pipistrello viene inizialmente progettata per il negozio Olivetti di Parigi e soltanto in seguito messa in produzione. Gae Aulenti disegnava, infatti, quasi sempre le lampade per luoghi e situazioni specifiche. “Io non ho quasi mai disegnato lampade da sole, le mie lampade sono una conseguenza”, diceva. Una “conseguenza” che nel caso della lampada Pipistrello si è trasformata in un successo senza tempo.

Cosa rende unica la lampada Pipistrello di Gae Aulenti

Pipistrello è una delle prime lampade a luce dinamica della storia. Il cuore del progetto è nello stelo telescopico in acciaio inox che permette di regolare l’altezza della lampada, cambiandone così la funzione. Con un semplice gesto Pipistrello può passare dai 66 agli 86 centimetri, trasformandosi in lampada da tavolo o da terra a seconda del contesto d’uso.

A rendere speciale la lampada Pipistrello è, però, anche il suo caratteristico diffusore in metacrilato opal bianco. La sua forma simile alle ali di un pipistrello interpreta in una chiave contemporanea e ironica le classiche abat-jours Tiffany e le lampade pre-Bauhaus. Il risultato è una lampada non convenzionale. Un progetto straordinariamente innovativo, che mantiene allo stesso tempo un legame forte con il passato.

Tecniche di stampaggio innovative per l’epoca

La produzione della lampada Pipistrello presentò all’inizio diverse problematiche. In particolare, per l’industrializzazione dell’asta telescopica e delle falde del diffusore, per cui non esistevano stampi adatti all’epoca. Pare che Elio Martinelli fu tante volte sul punto di mollare, ma alla fine riuscì a portare avanti il progetto costruendo appositamente gli stampi e la macchina.

Com’è cambiata la lampada Pipistrello negli anni

La lampada Pipistrello di Gae Aulenti è stata protagonista di diversi cambiamenti nel corso degli anni.

Il diffusore in metacrilato opal bianco e lo stelo telescopico in acciaio inox satinato sono rimasti gli stessi. La base conica in alluminio è stata aggiornata nelle finiture e nei colori. Oltre alla versione originaria in alluminio verniciato bianco e testa di moro, oggi Pipistrello è disponibile in ottone satinato, in rame e in alluminio verniciato rosso porpora, nero lucido, titanio e verde agave.

Le lampadine alogene sono state sostituite con i LED. E l’originaria versione della lampada è stata affiancata da due nuovi modelli: Pipistrello Med e Mini Pipistrello (quest’ultima anche in versione cordless). In più, Pipistrello è proposta anche in una versione dimmerabile che permette di regolare l’intensità della luce.

Insomma, Pipistrello è una lampada dalle mille anime. Un progetto che ha saputo rinnovarsi nel tempo, senza però mai perdere la sua identità.

Prodotto: lampada Pipistrello.

Designer: Gae Aulenti.

Anno: 1965

Azienda: Martinelli Luce.

Ci piace perché è una lampada dove passato e presente dialogano con ironia.

Piccola, flessibile, nomade. Una cucina progettata negli anni ’60 che sembra nata ai giorni nostri. Ecco Minikitchen, la visionaria cucina su ruote di Joe Colombo.

Un progetto degli anni ’60 che sembra arrivare dal futuro. Il nostro nuovo appuntamento con il grande design italiano è dedicato a Minikitchen, la cucina su ruote di Boffi disegnata dal visionario Joe Colombo nel 1963. Una cucina compatta e versatile che interpreta così bene le attuali esigenze dell’abitare, da farci chiedere se Joe Colombo abbia viaggiato davvero nel tempo per progettarla.

Già, in un’Italia nel pieno del boom economico, in cui le donne erano ancora viste come l’angelo del focolare e le cucine come il cuore della loro vita domestica, Joe Colombo spiazza tutti con una mini cucina nomade e multiaccessoriata. Una cucina pensata “per una casa dimensionata non solo nello spazio, ma anche nel tempo, elastico, flessibile, articolabile, estensibile”, spiega Joe Colombo.

La nascita di un’icona

“Le cose devono essere flessibili”, diceva Joe Colombo nel 1966. “La mia cucina può essere spostata in giro o fuori da una stanza e quando hai finito, si chiude come una scatola”. 

Con Minikitchen Joe Colombo rompe gli schemi, proponendo una cucina in grado di racchiudere in pochissimo spazio tutte le funzioni di una cucina tradizionale: cucinare, lavare, conservare. Un blocco autosufficiente posizionabile in modo libero, che può essere magicamente chiuso quando non serve più.

Come è fatta Minikitchen

La Minikitchen di Joe Colombo è un blocco autonomo alimentato elettricamente, che in solo mezzo metro cubo ospita un piano cottura, un frigorifero, cassetti, contenitori, un tagliere in legno, un piano di lavoro estraibile e prese di corrente per i piccoli elettrodomestici.

Realizzata nel 1963 in legno, Minikitchen è stata rieditata da Boffi nel 1993 in Corian e dal 2007 è proposta anche in una versione outdoor in multistrato marino. L’aggiornamento dei materiali non ha, però, intaccato minimamente la forma e il concept originari che, come dicevamo, sono oggi più attuali che mai. Quando si dice saper anticipare il futuro.

Prodotto: Minikitchen.

Designer: Joe Colombo.

Anno: 1963

Azienda: Boffi.

Ci piace perché è un progetto visionario.

Un parallelepipedo arancione che ha segnato un’epoca. Ecco Radio Cubo, la mitica radio di Brionvega progettata da Marco Zanuso e Richard Sapper negli anni ’60.

Una radio che rivela la sua funzione solo quando è aperta. Oggi parliamo di Radio Cubo, la mitica radio disegnata da Marco Zanuso e Richard Sapper nel 1962, prodotta da Brionvega a partire dal 1964. Uno dei simboli dell’età d’oro del design italiano. Un oggetto che ha rivoluzionato il mondo delle radio e che dopo più di 50 anni continua a essere amato, come solo una icona sa essere.

Radio Cubo, però, non è solo un grande oggetto di design. È anche il racconto di un’epoca. Di un’Italia con tanta voglia di crescere e di fare. Un’Italia che scopre i comfort della modernità. E il Cubo di Brionvega, con quel suo colore vivace, quella forma scultorea e la sua leggerezza, era quanto di più moderno si potesse desiderare in quel momento.

La nascita di un’icona

Radio Cubo TS502 viene progettata da Marco Zanuso e Richard Sapper con un obiettivo ben preciso: creare una radio da esporre e non nascondere. Una radio con cui arredare il salotto di casa.

Il risultato è un parallelepipedo arancione, composto da due cubi di plastica dagli angoli arrotondati, incernierati in modo da aprire e chiudere la radio con facilità. Un oggetto dal design essenziale, dove forma e funzione trovano una perfetta sintesi. Perché se da chiusa Radio Cubo ha l’aspetto di una scultura pop, una volta aperta si rivela un apparecchio tecnologicamente avanzato. Inoltre, grazie al suo pratico manico, può essere trasportata in modo agevole. Per seguirci ovunque andiamo.

Le diverse versioni di Radio Cubo

In oltre 50 anni la forma della Radio Cubo di Brionvega è rimasta la stessa, la tecnologia è invece cambiata spesso, adattandosi volta per volta alle novità del settore.

La versione del ’64 non ha né prese per l’alimentazione né l’uscita per le cuffie. La Cubo degli anni ’70 è proposta in nuovi colori, ha un’antenna telescopica con snodo alla base e due prese jack 3.5mm laterali per l’uso attraverso alimentatore esterno e presa cuffie. Infine, dopo vari aggiornamenti, arriviamo agli anni 2000 con radio.cubo 50, una versione super accessoriata che offre, tra le altre cose, un Bluetooth di ultima generazione con cui ascoltare le nostre playlist preferite e un telecomando con cui programmarla comodamente a distanza.

Insomma, un oggetto che dopo tanti anni continua a mantenere immutato il suo fascino. Quando si dice un’icona.

Prodotto: Radio Cubo.

Designer: Marco Zanuso e Richard Sapper.

Anno: 1962

Azienda: Brionvega dal 1964

Ci piace perché è sufficiente guardarla per rivivere la magia degli anni ’60.

Il 26 febbraio 2021 Angelo Mangiarotti avrebbe compiuto 100 anni. Ecco il nostro ricordo del grande architetto e designer milanese.

La felicità viene dalla correttezza”.

100 anni fa nasceva Angelo Mangiarotti, architetto, designer e scultore milanese a cui si devono alcune delle più grandi icone del secolo scorso. Un nome su tutti: Giogali, il sistema di illuminazione modulare per Vistosi che ha rivoluzionato il modo di usare il vetro.

Al centro del suo lavoro uno sconfinato amore per la materia. Un amore che si è tradotto in un design semplice, rigoroso e funzionale. “Direi che il punto di partenza fondamentale, per progettare un oggetto di design, risiede nell’utilità che questo ha per la gente. Un oggetto che non nasce da una necessità non può essere neppure considerato come appartenente a questa categoria, il design”, diceva.

Ecco i suoi progetti di design più celebri.

Lampadario Giogali, 1967, Vistosi

Un nuovo modo di concepire il vetro. Una interpretazione moderna del tradizionale lampadario veneziano. Parliamo di Giogali, il sistema di illuminazione che Angelo Mangiarotti ha disegnato per Vistosi nel 1967Il cuore del progetto è nella sua modularità. L’elemento base è, infatti, un anello piegato in vetro soffiato che, agganciandosi ad altri anelli, può dare vita a composizioni infinite. Dal classico lampadario a vere e proprie quinte scenografiche. Tutti i ganci in vetro sono realizzati a mano. Un incontro magico tra design e artigianato.

Nel 2005 Giogali è stato aggiornato con un nuovo tipo di gancio, progettato per collegarsi agli altri anelli in quattro direzioni. Per accrescere la flessibilità di installazione nello spazio. La nuova versione si chiama Giogali 3D.

Lampada Lesbo, 1967, Artemide

Il vetro è protagonista anche in Lesbo, la lampada a forma di fungo progettata per Artemide sempre nel 1967. Il nome della lampada richiama l’omonima isola greca in cui visse la poetessa Saffo. Lesbo è composta da una essenziale base anulare in metallo cromato e da un diffusore in vetro di Murano soffiato a bocca. La superficie bianca del diffusore ha una gradazione sfumata che permette di nascondere la sorgente luminosa e di orientare il fascio di luce verso l’alto. La luce morbida della lampada valorizza le caratteristiche materiche del vetro.

Tavolo Eccentrico, 1979, AgapeCasa

Un tavolo in marmo simile a una scultura. Eccentrico è progettato da Angelo Mangiarotti alla fine degli anni ’70. Il tavolo si basa su un sapiente gioco di equilibri. Il top è costituito da un piano ellittico, inserito in modo asimmetrico in una gamba cilindrica inclinata. L’incastro tra piano e base è bloccato per attrito ed eccentricità. Così con il suo peso schiaccia e chiude l’incastro con il giunto, altrimenti aperto. Un vero capolavoro a livello costruttivo.

Eccentrico è realizzato interamente in marmo, proposto in diverse tipologie: marmo bianco di Carrara, marmo grigio Carnico, marmo nero Marquina, marmo verde Alpi o marmo Emperador dark.‎ Il tavolo è oggi prodotto da AgapeCasa.

Ergonomica, 1990, Mepra

Il nome non lascia spazio ai dubbi. Le posate Ergonomica, disegnate da Angelo Mangiarotti per Mepra, fanno dell’ergonomia il loro tratto caratterizzante. La loro forma scultorea unica è pensata, infatti, proprio per esprimere la loro funzione. Ergonomica ha vinto il Premio Design Plus nel 1991. Il set è composto da 24 pezzi in acciaio 18/10, con spessore 3 mm e con manico vuoto.

Clizia, 2010, AgapeCasa

Il marmo torna protagonista in Clizia, la seduta monolitica prodotta da AgapeCasa. Costituita da un piano a sbalzo sostenuto da un sostegno centrale, Clizia è una seduta sinuosa che rimanda per complessità ad alcuni studi di Escher. Il corpo è composto da un blocco di marmo ottenuto con un unico taglio, eseguito con macchine a controllo numerico che realizzano contemporaneamente due sedute. Così gli scarti sono ridotti al minimo. Alla versione originale in marmo si è affiancata di recente la versione in cemento.

Una “lampada a sospensione” che non ha bisogno di fori nel soffitto. Ecco la storia dell’Arco di Flos. La grande icona nata dal genio dei fratelli Castiglioni.

Proiettare la luce su un tavolo, liberandosi del punto fisso al soffitto. Da questa esigenza nasce Arco, la lampada di Flos progettata da Achille e Pier Giacomo Castiglioni. Una lampada da terra che ha cambiato il modo di concepire la luce.

“Pensavamo a una lampada che proiettasse la luce sul tavolo: ce ne erano già, ma bisognava girarci dietro. Perché lasciasse spazio attorno al tavolo la base doveva essere lontana almeno due metri. Così nacque l’idea dell’arco”, racconta Achille Castiglioni.

Con l’idea dell’arco i fratelli Castiglioni superano le rigide divisioni che c’erano all’epoca nell’illuminazione. Grazie allo stelo telescopico, Arco fa infatti arrivare la luce dall’alto come fosse una sospensione, pur rimanendo ben ancorata a terra.

Il risultato è un progetto ibrido: una lampada da terra con l’anima di una sospensione. Una lampada così iconica da essere riconosciuta anche da chi non sa il suo nome. La lampada di design più amata e (purtroppo) imitata della storia.

Come è fatta la lampada Arco

La lampada Arco viene disegnata da Achille e Pier Giacomo Castiglioni per Flos nel 1962. Come dicevamo, l’idea è quella di superare il vincolo del fissaggio al soffitto. L’ispirazione viene dai lampioni stradali. I materiali sono il marmo di Carrara, il profilato di acciaio inossidabile e l’alluminio.

“Lo volevamo fatto con pezzi già in commercio, e trovammo che il profilato di acciaio curvato andava benissimo”, spiega Achille Castiglioni. “Poi c’era il problema del contrappeso: ci voleva una massa pesante che sostenesse tutto”. 

Come “massa pesante” all’inizio i fratelli Castiglioni avevano pensato al cemento. Alla fine optarono però per il marmo di Carrara, perché a parità di peso offriva un minore ingombro e, in rapporto a una maggiore finitura, un minor costo.

La lampada Arco ha una base in marmo di Carrara di 65 kg, dagli angoli smussati. Lo stelo in profilato di acciaio inossidabile è formato da tre settori con sezione a U, che permettono l’avanzamento telescopico scorrendo l’uno dentro l’altro. La cupola è costituta da due pezzi: una calotta forata e un anello in alluminio mobile, appoggiato al primo.

La distanza massima del riflettore dalla base è di 2 m, l’altezza da terra è di 2,5 m.

Una lampada mobile

A rendere unica la lampada Arco non è solo lo stelo telescopico, ma anche i suoi fori. I fori della calotta, studiati per facilitare il raffreddamento del portalampada e per creare effetti decorativi sul soffitto. E il foro della base in marmo, pensato per fissare lo stelo verticale che sostiene l’arco e per agevolare lo spostamento della lampada. È, infatti, sufficiente infilare al suo interno un bastone o il manico di una scopa per riuscire a spostare la lampada in due persone.

Insomma, un vero capolavoro di funzionalità, come afferma lo stesso Achille Castiglioni. “Nella Arco niente è decorativo. Anche gli spigoli smussati della base hanno una funzione, cioè quella di non urtarci”.

Il cambiamento della legge del diritto d’autore

L’Arco di Flos non è soltanto una delle più grandi icone del design. È anche il primo progetto di design industriale a essere tutelato dalla legge sul diritto d’autore.

Arco è stata una delle lampade più imitate della storia. Nel 2007 però qualcosa è cambiato. Flos fa infatti causa ai negozi Semeraro, che producevano in Cina lampade molto simili ad Arco, sostenendo che la lampada dei Castiglioni non è soltanto un prodotto industriale ma una vera opera d’arte. La causa è vinta, segnando una svolta nella legge sulla protezione del diritto d’autore di prodotti di design industriale.

Il Compasso d’Oro alla Carriera

La portata rivoluzionaria della lampada Arco ha ottenuto un ulteriore riconoscimento nel 2020 con il Compasso d’Oro alla Carriera. Il premio istituito per la prima volta per la XXVI edizione del Compasso d’Oro ADI.

Prodotto: lampada Arco

Designer: Achille e Pier Giacomo Castiglioni

Anno: 1962

Azienda: Flos

Ci piace perché è una lampada che ha rotto gli schemi.

Una “piccola grande vettura” simbolo di un’epoca di rinascita. Una icona del design italiano amata in tutto il mondo. Ecco il nostro ricordo della mitica Fiat 500.

“Graziosa, vero? La 500, si intende. Potete guardarla dall’alto in basso e non si sentirà affatto in soggezione. È scattante, veloce, tiene la strada benissimo. Prende pochissimo posto e parcheggiare è facilissimo. Appena il tempo di dire 1, 2 e il gioco è fatto”.

È il 1957 e le parole sono quelle che accompagnano lo spot pubblicitario della Nuova Fiat 500, la macchina simbolo del boom economico. La “piccola grande vettura” diventata una icona del design italiano, vincitrice del Compasso d’oro nel 1959 e oggi parte della collezione permanente del MoMA di New York.

La nascita di un’icona

La Nuova 500 (conosciuta anche come Cinquino) viene progettata nel 1957 dall’ingegnere Dante Giacosa, a cui si devono altre iconiche automobili come la Topolino e la 126.

L’idea dell’allora amministratore delegato della Fiat, Vittorio Valletta, è quella di lanciare sul mercato un’utilitaria affidabile ma economica. Una macchina per tutti che potesse dare una risposta a quel desiderio di libertà così diffuso nel secondo dopoguerra. Un periodo in cui c’erano pochi soldi, ma si guardava al futuro con ottimismo.

Il risultato è una macchina rivoluzionaria per il suo design semplice e per le sue dimensioni compatte, oltre che per il prezzo contenuto. La macchina con cui hanno imparato a guidare intere generazioni di italiani.

Le diverse versioni della Fiat 500

La prima Fiat 500 viene lanciata il 4 luglio 1957. Il primo modello ha un motore da 479 centimetri cubici, 13 cavalli di potenza e una velocità massima di 85 km all’ora. Le forme sono (e resteranno anche nelle versioni successive) arrotondate e sinuose. I sedili sono due più una panchetta posteriore. Il tetto si può aprire per viaggiare con il vento tra i capelli. Il prezzo è di 490 mila lire (un operaio guadagnava allora intorno alle 40 mila lire al mese).

Le vendite della prima Fiat 500, però, stentano a decollare. Il modello era molto spartano e il costo troppo alto rispetto allo stipendio medio di un operaio dell’epoca. Così dopo pochi mesi la Fiat corre ai ripari, abbassando il prezzo a 465 mila lire e apportando alcune modifiche. La panchetta posteriore è sostituita con un sedile omologato e imbottito, per poter accogliere nell’auto fino a 4 persone. I vetri diventano apribili e il motore raggiunge i 15 cavalli di potenza.

È allora che la Fiat 500 diventa un successo. Un successo che nel corso degli anni ha conosciuto diversi restyling: dalla 500 Sport del 1958 alla 500 F del 1965, dalla versione di “lusso” 500 L del 1968 alla 500 R del 1972.

La Fiat 500 oggi

La storia della Nuova 500 si conclude nel 1975. Questa macchina ha continuato, però, a essere così amata da portare a una nuova edizione nel 2007, che riprende le forme del modello storico. Una 500 rinnovata che nel 2020 è diventata anche elettrica ed ecologica, grazie alla collaborazione con Kartell.

Insomma, la 500 è una macchina che non accenna a perdere il suo fascino. Forse perché non è soltanto una macchina. È l’immagine di un’Italia che stava riemergendo dagli anni della guerra, grazie alla forza delle idee e della creatività. Un simbolo di rinascita di cui oggi abbiamo tutti un gran bisogno.

GUARDA ANCHE LA 500 FIAT BY KARTELL E LA 500 SPIAGGINA

Prodotto: automobile Nuova 500

Designer: Dante Giacosa.

Anno: 1957

Azienda: Fiat

Ci piace perché è il simbolo di un’epoca.

“Una sedia-sedia, senza aggettivi”. Il nostro nuovo appuntamento con il grande design italiano è dedicato alla Superleggera, l’iconica sedia progettata da Gio Ponti.

Una sedia così leggera da poter essere sollevata con un solo dito. Oggi parliamo della Superleggera, la celebre sedia progettata da Gio Ponti. Una grande icona che Cassina produce ininterrottamente dal 1957.

La Superleggera (conosciuta anche come sedia 699) comincia a prendere forma nel 1949. È allora che Gio Ponti inizia a lavorare al progetto di una sedia che fosse leggera e robusta allo stesso tempo. Una sedia semplice e dai costi accessibili. “Una sedia-sedia, senza aggettivi”, come la definiva lo stesso maestro.

L’idea di Gio Ponti è di reinterpretare un classico della tradizione artigianale ligure: la sedia in legno e paglia di Chiavari, meglio nota come la Chiavarina. Il risultato è una sedia essenziale e vera. Una sedia che conquista proprio per la sua apparente semplicità.

Cosa rende unica la Superleggera di Gio Ponti

1.700 grammi. È questo il peso della Superleggera di Gio Ponti. Tratti distintivi del progetto sono l’ergonomico schienale, curvato nella parte superiore, e la sezione triangolare delle gambe, di appena 18 millimetri (nei primi prototipi le sezioni erano invece circolari).

La seduta originale è in canna d’india (oggi viene proposta anche nella versione imbottita). La struttura è in frassino, un legno elastico e leggero. Il telaio del sedile è in faggio, più compatto e resistente al carico. Gli elementi in legno, realizzati a macchina, sono tutti rifiniti a mano con maestria artigianale. L’assemblaggio è eseguito in un unico passaggio per la peculiarità degli incastri che costituiscono la struttura.

Una campagna di comunicazione vincente

Il successo della Superleggera è legato anche alla campagna di comunicazione. È Giorgio Casali, fotografo di Domus, a rendere percepibile la leggerezza della sedia con la foto di un ragazzino che solleva la Superleggera con un dito. Geniale!

Per mostrare che la Superleggera era anche robusta, pare inoltre che la sedia fosse protagonista di acrobatici lanci in azienda. “Se andate dai Cassina, vi daranno spettacoli emozionanti di lanci di queste sedie che ricadono dopo voli vertiginosi, in alto e in lungo, rimbalzando e non rompendosi mai”, scriveva Gio Ponti.

Equilibrio tra leggerezza e forza, ergonomia, sapienza artigianale e una comunicazione vincente. Serve altro per capire perché la Superleggera è diventata un’icona?

Prodotto: sedia Superleggera

Designer: Gio Ponti

Anno: 1949-1957

Azienda: dal 1957 Cassina

Ci piace perché è la SEDIA.

Memphis compie 40 anni. Il Vitra Design Museum ricorda il leggendario gruppo con una mostra dedicata ai suoi progetti più celebri.

Il conto alla rovescia è iniziato. Il 6 febbraio 2021 apre “Memphis: 40 anni di kitsch ed eleganza”, la mostra con cui il Vitra Design Museum rende omaggio al Gruppo Memphis a 40 anni dalla sua nascita.

Il Gruppo Memphis ha scritto uno dei capitoli più importanti della storia del design. E influenza ancora oggi in modo decisivo non solo il design ma anche la moda, il cinema e la televisione.

Il suo mix di eleganza e kitsch, il suo amore per le forme surreali, l’uso di laminati plastici con pattern che riproducono materiali preziosi, il suo gusto per il gioco e la decorazione sono stati una vera rivoluzione. Colori, materiali e forme che sembrano appena usciti dalle pagine di un fumetto. Perché nelle creazioni di Memphis l’obiettivo principale è comunicare e raccontare storie.

La nascita del Gruppo Memphis

L’antica capitale dei faraoni egizi, da un lato. La città natale di Elvis Presley e Aretha Franklin, dall’altro. Sono questi i due riferimenti da cui prende il nome Memphis, il collettivo di design nato la sera dell’11 dicembre 1980, nella casa di Ettore Sottsass.

È nel soggiorno di Sottsass, sulle note del brano Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again di Bob Dylan, che un gruppo di giovani designer e architetti progetta una collezione di mobili destinata a entrare nella leggenda. A firmare i progetti sono Ettore Sottsass, Aldo Cibic, Matteo Thun, Marco Zanini, Martine Bedin, Michele De Lucchi, Nathalie Du Pasquier e George Sowden.

La prima collezione del Gruppo Memphis comprende 55 prodotti e viene lanciata a Milano il 19 settembre 1981 nello showroom Arc ’74 di Brunella e Mario Godani, durante il Salone del Mobile. Fuori dalla galleria si raccolgono più di duemila persone, bloccando il traffico della città. Qualcosa di epocale sta accadendo.

Memphis presenta ogni anno, fino al 1987, una nuova collezione prodotta dal proprietario di Artemide Ernesto Gismondi.

L’ultima mostra del gruppo Memphis è “Luci / Lights” del 1988. Da allora non sono stati più disegnati prodotti con il marchio Memphis. I progetti firmati dal gruppo Memphis tra il 1981 e il 1988 sono, però, ancora oggi prodotti in serie illimitata.

Meta Memphis e Post Design

Se l’esperienza creativa del gruppo Memphis si conclude alla fine degli anni ‘80, l’attività imprenditoriale e produttiva dell’azienda Memphis continua. Nel 1989 viene lanciata la collezione Meta Memphis, un progetto che coinvolge artisti di fama internazionale per la prima volta impegnati nella progettazione di mobili e oggetti.

Nel 1997 nasce il marchio Post Design. Una nuova collezione di arredi e oggetti progettata da designer già appartenenti al gruppo Memphis, a cui si uniscono altri importanti esponenti della scena internazionale, come Pierre Charpin, Denis Santachiara e Nanda Vigo, e giovani designer meno conosciuti.

A differenza delle collezioni Memphis-Milano, espressione di un linguaggio unitario, le collezioni Post Design hanno ognuna una propria identità stilistica.

La mostra su Memphis al Vitra Design Museum

“Memphis: 40 anni di kitsch ed eleganza” si terrà presso il Vitra Design Museum, a Weil am Rhein, dal 6 febbraio 2021 al 23 gennaio 2022. Il percorso espositivo ripercorre la storia del Gruppo Memphis, mettendo in mostra tantissimi progetti fra arredi, schizzi, progetti di interni e fotografie.

Tra le opere i progetti di Ettore Sottsass, Michele De Lucchi, Martine Bedin, Michael Graves, Barbara Radice, Peter Shire, Nathalie Du Pasquier e Shiro Kuramata.

Il nuovo sito memphis-milano.com

I festeggiamenti per il Gruppo Memphis sono cominciati nel 2020 con il lancio del sito memphis-milano.com. Una piattaforma web che raccoglie i prodotti, l’archivio e la storia dei marchi Memphis-Milano, Meta Memphis e Post Design.

Il sito memphis-milano.com comprende un e-commerce completamente rinnovato, dove si possono acquistare tutti i progetti più iconici del Gruppo Memphis, e un archivio completo dei poster e cataloghi storici delle esposizioni Memphis-Milano dal 1981 al 1988.

Una piattaforma preziosa per tutti gli appassionati del Gruppo Memphis (e non solo).

Rieditata la Bambi Lounge Chair, capolavoro del design norvegese

È stata finalmente rieditata la Bambi Lounge Chair, uno dei capolavori del design scandinavo, progettata verso la metà degli anni ’50 dai norvegesi Rastad & Relling Tegnekontor.

Questa riedizione si deve al brand Fjordfiesta, nato nel 2001 con l’obiettivo di far rivivere e di promuovere nel mondo la bellezza del design classico norvegese.

La splendida Bambi Lounge Chair è probabilmente il pezzo forte della più ampia collezione Bambi, che comprende anche una sedia per il tavolo da pranzo in due versioni: i modelli Bambi 57/2 e Bambi 57/3.
La Bambi Lounge Chair è invece una poltroncina dalla seduta comoda, ampia e bassa, pensata per appositamente il relax. La sua linea è essenziale ed elegante al tempo stesso.

Le gambe leggermente coniche sostengono sia la seduta, sia i comodi braccioli, che che si uniscono sul retro per formare uno schienale ergonomico.

La Bambi Lounge Chair è disponibile in 2 versioni

Come la sedia, anche la poltroncina Bambi Lounge Chair è disponibile in 2 versioni.  Il modello 56/1 si distingue per avere la seduta e lo schienale in cordata. Una soluzione che mette ancora più in risalto la leggerezza della poltroncina.

Il modello 56/2, invece, ha seduta e schienale imbottiti e rivestiti in pelle. Una soluzione che le conferisce un aspetto più “massiccio” e strutturato. La Bambi Lounge è più ampia, più bassa e più consistente rispetto alle altre sedie della serie ma conserva la sofisticata eleganza che caratterizza l’intera collezione.

La parte posteriore del modello 56/1 è costituita da corde intrecciate fissate a una traversa nella parte inferiore. Questa costruzione posteriore aperta assicura che il design appaia arioso e leggero. Anche il sedile è composto da treccia ma viene fornito con un cuscino del sedile cucito a mano per un maggiore comfort. Il modello 56/2 è costruito allo stesso modo del 56/1, ma piuttosto che intrecciare, lo schienale e il sedile sono realizzati in pelle che conferisce un aspetto più muscoloso.

Design norvegese, manifattura italiana

La poltroncina Bambi ha la struttura in legno massello in 2 essenze: rovere chiaro laccato oppure noce.
La sua realizzazione è molto complessa, sia dal punto di vista tecnico che artigianale. Vista la complessità, l’azienda norvegese ha dovuto ricorrere3 a  maestranze specializzate italiane. E le ha trovate proprio in Italia, esattamente nel famoso distretto della sedia di Udine. Solo in questo modo Fjordfiesta ha potuto garantire gli altissimi standard di qualità richiesti dal progetto…

Un complemento d’arredo ironico e sorprendente. Un simbolo del ready-made. Una grande icona del design italiano. Ecco Mezzadro, il sedile dei fratelli Castiglioni nato da un trattore.

Il sedile di un trattore trasformato in uno sgabello molleggiato per la casa. Oggi parliamo di Mezzadro, l’ironico sedile progettato dai fratelli Achille e Pier Giacomo Castiglioni nel 1957. Una grande icona del design italiano, prodotta ininterrottamente da Zanotta da 50 anni.

Mezzadro nasce nel 1957 per la mostra “Forme e colori nella casa d’oggi” allestita a Villa Olmo, a Como. L’idea è quella di usare il sedile di un trattore agricolo fabbricato agli inizi del 900, cambiandone il luogo e la funzione d’uso. Proprio come le spiazzanti opere del dadaista Marcel Duchamp, Mezzadro diventa dunque un simbolo del ready-made.

Perché lo sgabello Mezzadro è unico

Il ready-made nasce con Marcel Duchamp e la sua celebre “Ruota di Bicicletta” (1913), la vecchia ruota di bicicletta montata su uno sgabello che ha rivoluzionato il modo di fare arte.

Così come l’artista dadaista non crea una nuova opera ma reinventa un oggetto di uso comune, allo stesso modo i fratelli Castiglioni non disegnano un nuovo sgabello, ma partono da un oggetto già esistente. Il risultato è un complemento d’arredo che sorprende e diverte. Un sedile che con ironia rende omaggio a un mondo sul punto di scomparire.

Il prodotto

Lo sgabello Mezzadro dei fratelli Castiglioni è composto da tre elementi: un sedile in lamiera stampata e verniciata, una balestra in acciaio cromato e una base in frassino. La balestra è agganciata al sedile con un galletto in acciaio (lo stesso impiegato per le ruote delle biciclette). Un perno che rende il fissaggio molto semplice, senza bisogno di cacciavite o altri strumenti meccanici.

I rimandi al mondo agricolo non si limitano al sedile. Il gambo in acciaio è ispirato alla balestra dei trattori, di cui viene però modificato l’orientamento. Perché se nel trattore agricolo la balestra serve a limitare le oscillazioni del sedile sul terreno, nello sgabello Mezzadro il gambo è impiegato per rendere la seduta più elastica. La traversa in legno che dà stabilità allo sgabello è invece ripresa dal mondo nautico, ma ricorda anche un giogo (la trave usata come mezzo di attacco per i bovini).

Uno sgabello prodotto da 50 anni

In anticipo sui tempi per il suo spirito libero e anticonformista, Mezzadro andrà in produzione solo nel 1971 grazie all’incontro con Zanotta. Da allora lo sgabello è prodotto ininterrottamente. Se non è questa un’icona…

Prodotto: sgabello Mezzadro

Designer: Achille e Pier Giacomo Castiglioni

Anno: 1957

Azienda: Zanotta – in produzione dal 1971

Il nome: Mezzadro evoca il mondo agricolo anche nel nome. Il mezzadro era infatti il contadino che coltivava il proprio podere, dividendo i prodotti con quelli del proprietario del fondo.

Ci piace perché ci regala un sorriso ogni volta che lo guardiamo.

A 14 anni dalla sua morte ricordiamo Hans J. Wegner, il grande maestro del design danese moderno.

“Mi è stato spesso domandato come abbiamo creato lo stile danese moderno. La mia risposta è che non è stato niente del genere. Piuttosto che di creazione si è trattato di un processo di purificazione e di semplificazione che ha ridotto gli elementi all’essenziale: quattro gambe, una seduta e un corpo unico per schienale e braccioli. La Sedia”.

A parlare è Hans J. Wegner, uno dei padri del design danese moderno. L’uomo che ha progettato nel corso della sua carriera più di 500 sedie e poltrone. Una serie infinita di capolavori, molti dei quali ancora oggi in produzione.

Dalla Round Chair alla Wishbone, dalla Flag Halyard alla Ox Chair, non si contano le icone firmate da Hans J. Wegner. Non a caso, il grande designer danese è stato ribattezzato come il maestro della sedia, arredo a cui ha dedicato tutta la sua vita alla ricerca della perfezione assoluta.

Per questo oggi, a 14 anni dalla sua morte, è proprio attraverso le sue sedie e le sue poltrone più celebri che vogliamo ricordarlo.

Ecco il nostro omaggio.


LE SEDIE E LE POLTRONE PIÙ CELEBRI DI HANS J. WEGNER


Peacock Chair, (1947)

La Peacock Chair è uno dei primi progetti di Hans J. Wegner. Si tratta di una interpretazione moderna delle classiche sedie Windsor inglesi, di cui riprende le stecche dello schienale. Il cuore della Peacock è nell’asta centrale dove poggiano le scapole. Un elemento che ricorda la coda del pavone, da cui deriva il suo nome. Appellativo che, però, venne dato alla sedia non da Wegner, ma dal designer Finn Juhl.


Round Chair (1949)

Disegnata da Hans J. Wegner nel 1949, la Round Chair entra nella leggenda nel 1960, apparendo nel primo confronto televisivo fra John F. Kennedy e Richard Nixon, durante la corsa alla presidenza degli Stati Uniti d’America. È in quell’occasione che gli americani la chiamano The Chair. A caratterizzare la sedia è il suo schienale in legno rotondo che crea un corpo unico con i braccioli. The Round Chair è prodotta oggi da PP Møbler.


Folding Chair (1949)

La Folding Chair, conosciuta anche come JH512, è una perfetta sintesi di forma e funzione. A differenza delle tradizionali sedie pieghevoli, la Folding Chair non è solo una pratica soluzione salvaspazio. Si tratta di una sedia pieghevole elegante ed estremamente confortevole. La sua struttura è in legno massiccio, lo schienale e la seduta in canna intrecciata. Le maniglie nella parte anteriore offrono un appoggio per le mani e permettono di riporre la sedia con grande facilità.


Wishbone Chair (1950)

La Wishbone Chairnota anche come CH24, è una delle sedie più celebri di Hans J. Wegner. Il suo tratto distintivo è lo schienale a forma di forcella, risultato di un lavoro artigianale certosino. Per preparare e assemblare tutti gli elementi della sedia ci vogliono ben 3 settimane, con più di 100 fasi di lavorazione. La seduta è realizzata con 120 metri di corda di carta e richiede circa un’ora per la tessitura. Un capolavoro assoluto prodotto ancora oggi da Carl Hansen & Søn.


Flag Halyard (1950)

Sembra arrivare dal futuro, in realtà la Flag Halyard nasce nel 1950 in un caldo pomeriggio d’estate. La poltrona rende omaggio agli architetti modernisti Le Corbusier e Mies van der Rohe. È uno dei pochi progetti di Hans Wegner non realizzato in legno. La struttura della Flag Halyard è infatti in acciaio inossidabile. A scaldare il telaio in acciaio ci pensano la seduta in lino, con poggiatesta in tessuto o pelle con cinghie in cuoio, e un caldo rivestimento in lana di pecora. La Flag Halyard è prodotta da PP Møbler.


The Papa Bear Chair (1951)

La Papa Bear Chair è il primo progetto di Hans J. Wegner per l’azienda danese PP Møbler. La poltrona è disegnata nel 1951, ma va in produzione nel 1953 con il nome di Teddy Bear, per la somiglianza fra i suoi braccioli e le zampe di un orso. Dopo essere stata fuori produzione per diversi anni, la Papa Bear è stata rieditata nel 2003, prodotta sempre da PP Møbler.


Valet Chair (1953)

Tre gambe e uno schienale simile a una gruccia. Valet Chair nasce in seguito a una chiacchierata con il professore di architettura Steen Eiler Rasmussen e il designer Kay Bojesen. Argomento della conversazione: come piegare i vestiti in modo più pratico, prima di andare a letto. La Valet Chair viene prodotta quando il re di Danimarca Frederik IX ordina una sedia per la sua camera. La prima versione è a 4 gambe, ma Wegner non era soddisfatto del risultato, così lavorò al progetto per altri 2 anni prima che il re potesse avere la sua sedia. Valet Chair è prodotta da PP Møbler.


Ox Chair (1960)

“Dobbiamo stare attenti a non prendere le cose troppo seriamente. Dobbiamo giocare, ma dobbiamo essere seri nel farlo!”. È con queste parole che Hans J. Wegner racconta Ox Chair, una delle poltrone più iconiche firmate dal maestro della sedia. A rendere subito riconoscibile la poltrona sono le “corna” tubolari. Un dettaglio giocoso che fa pensare a un bue (ox significa bue in inglese). Progettata da Hans J. Wegner nel 1960, a causa delle difficoltà tecniche nel rivestirla è stata messa in produzione da Erik Jørgensen solo nel 1989.


Wing Chair (1960)

Una poltrona imbottita con struttura in faggio e gambe in acciaio inossidabile. Il cuore della Wing Chair di Hans J. Wegner è in ciò che non si vede. Il design dello schienale e della seduta permettono infatti una grande varietà di posizioni, garantendo sempre un supporto ottimale alla schiena, alle spalle, al collo e alla testa. La poltrona è disegnata nel 1960, ma all’inizio viene prodotta in un numero molto limitato. È stata rilanciata nel 2006 sulla base del disegno originale di Wegner. Oggi è prodotta da Carl Hansen & Søn.


CH07 “Shell Chair” (1963)

La poltrona CH07, meglio conosciuta come Shell Chair, è disegnata da Hans J. Wegner nel 1963. Inizialmente prodotta in una piccola tiratura, viene rieditata da Carl Hansen nel 1998 ottenendo un enorme successo. La bellezza della Shell Chair è nelle sue linee minimali e nella grande cura dei dettagli, tra i quali spicca l’attaccatura delle tre gambe alla scocca. La sua struttura in multistrato curvato era all’avanguardia negli anni ’60.


 

Un progetto lungo quindici anni. Una sedia che è l’archetipo di tutte le sedie. Ecco Luisa, la celebre poltroncina disegnata da Franco Albini fra il 1939 e il 1955.

Quindici anni di ricerca. Cinque versioni. Una perfetta sintesi tra tecnica e poesia. Parliamo di Luisa, la poltroncina disegnata da Franco Albini tra il 1939 e il 1955. Uno dei capolavori assoluti del design italiano, vincitrice nel 1955 del premio Compasso d’Oro ADI.

Luisa condensa tutti gli aspetti principali della poetica di Franco Albini: economia dei materiali, pulizia formale, leggerezza, eleganza delle linee. Una sedia che incarna un modello ideale, in cui possono riconoscersi tutti gli elementi essenziali di una sedia. Un progetto lungo quindici anni che, attraverso continui miglioramenti tecnici, raggiunge compiutamente quella “sostanza nella forma” così cara ad Albini.

Un progetto lungo quindici anni

Come dicevamo, la poltroncina Luisa è realizzata in cinque diverse versioni: 1939, 1942, 1949, 1950 e 1955. La ricerca comincia con le sedie disegnate per Villa Pestarini (1938) e Casa Minetti (1939), a Milano, prosegue con un progetto per Knoll e si conclude nel 1955 con la versione prodotta da Poggi.

“È soprattutto la sedia Luisa di Albini a rappresentare il momento più alto di questi anni nel cameo dei mobili”, afferma Gregotti alla X Triennale del 1954. “Ridisegnata infinite volte, a partire da un modello di tubo di ferro prodotto molti anni prima da Knoll, sembra il simbolo della ricerca paziente e ostinata di perfezionamento caratteristica del metodo Albini“.

Cosa rende unica la poltroncina Luisa

La poltroncina Luisa, nella sua versione del 1955, è costituita da una sottile struttura in legno massiccio, a cui sono appoggiati lo schienale e il sedile in compensato, imbottiti in gommapiuma e rivestiti in panno di lana.

Il cuore del progetto è nei due fianchi a cavalletto, uniti fra loro da traverse: una per sostenere lo schienale, una per fissare il sedile, un’altra come appoggio libero, su cui il sedile può scorrere in funzione del peso supportato. Sedile e schienale appaiono così come due piani sospesi sulla struttura, donando alla poltroncina un grande senso di leggerezza.

Altro tratto distintivo della poltroncina Luisa è l’aumento di spessore dei singoli elementi in legno nei punti di giunzione tra le parti (laddove è maggiore lo sforzo da sostenere). Una scelta che mostra quel rigore e quella profonda conoscenza dei materiali che caratterizza tutto il lavoro di Franco Albini.

La riedizione di Cassina

Nel 2008 la poltroncina Luisa è stata rieditata da Cassina, come parte della Collezione I Maestri (la raccolta di riedizioni dei grandi maestri dell’architettura del 900).

Oggi la struttura di Luisa è proposta in legno massello di frassino o noce, in diverse finiture. Il sedile e lo schienale hanno una struttura interna in acciaio dotata di cinghie elastiche, con imbottitura in poliuretano espanso e rivestimento in tessuto o pelle.

Per finire, una piccola curiosità: il nome della poltroncina Luisa era quello della segretaria di Franco Albini. Pare, infatti, che la sedia sia stata progettata per rendere il più confortevole possibile la sua giornata in ufficio. Quando il design ha un’anima.

Prodotto: poltroncina Luisa

Designer: Franco Albini

Azienda: Poggi – dal 2008 Cassina

Anno: 1939-1955

Ci piace perché è senza tempo. Una sedia che sembra esserci da sempre e per sempre.

La poltrona che ha introdotto la gommapiuma e il poliuretano espanso nel mondo dell’arredo. Ecco Lady, il progetto firmato nel 1951 da Marco Zanuso per Arflex.

La prima poltrona in gommapiuma e poliuretano espanso della storia. Nel secondo appuntamento con il grande design italiano parliamo di Lady, la mitica poltroncina disegnata da Marco Zanuso per Arflex nel 1951. Un progetto che segna l’avvento dell’imbottito moderno.

Lady è una poltrona innovativa sotto molteplici punti di vista: forma, materiali e tecnologia. Si tratta, infatti, della poltrona simbolo delle ricerche sui nuovi materiali e sulle nuove tecniche produttive, condotte nel 1949 all’interno della Pirelli. Ricerche da cui nel 1950 nasce l’azienda di arredamento Arflex.

Lo scopo di Arflex è trasferire nei mobili le nuove possibilità offerte dalla gommapiuma e dal nastro elastico realizzati da Pirelli. Un obiettivo che si traduce nella creazione di prodotti ad alto contenuto tecnologico ed estetico, anche grazie alle collaborazioni con i più importanti architetti e designer dell’epoca. Da Franco Albini a Marco Zanuso, da Giancarlo De Carlo ad Achille e Pier Giacomo Castiglioni.

Cosa rende unica la poltrona Lady

Come dicevamo, Lady è la prima poltrona in cui sono impiegati il poliuretano espanso e la gommapiuma. Ma è anche la prima poltrona a ribaltare il tradizionale sistema di costruzione degli imbottiti. Materiali e tecniche di produzione che Marco Zanuso mutua dal settore delle carrozzerie d’automobili.

Il nuovo sistema costruttivo trasforma la poltrona da una struttura unica, su cui applicare e modellare l’imbottitura, in un arredo composto da diverse parti che possono essere lavorate prima di essere assemblate. Lady è costituita, infatti, da quattro elementi in gommapiuma e nastrocord rivestiti separatamente e poi montati sulla struttura (inizialmente in legno, poi in lamiera stampata).

Questo procedimento permette ai differenti elementi costitutivi – sedile, schienale e fianchi – di avere densità diverse, in base alle esigenze di sostegno esercitate dalla pressione del corpo.

Inoltre, questa nuova tecnica costruttiva ha semplificato tantissimo la produzione in serie. D’altronde, Marco Zanuso è stato uno dei primi designer italiani a interessarsi all’industrializzazione del prodotto.

La Medaglia d’Oro alla IX Triennale di Milano

A caratterizzare Lady non sono solo gli innovativi materiali e tecniche di costruzione utilizzati. Il progetto di Marco Zanuso si distingue anche per la sua inconfondibile forma organica. Un’estetica calda e avvolgente che riflette in pieno il clima di rinascita degli anni ’50. Mentre le gambe sottili in metallo donano un tocco di leggerezza.

Grazie alle importanti novità introdotte nel mondo dell’arredo, la poltrona Lady di Marco Zanuso si aggiudica la Medaglia d’Oro alla IX Triennale di Milano del 1951.

La riedizione di Cassina

Originariamente progettata per Arflex, la poltrona Lady è stata rimessa in produzione nel 2015 da Cassina, all’interno della collezione I Maestri. La raccolta di riedizioni dei grandi maestri dell’architettura del 900. La riedizione di Cassina ha riletto l’estetica di Lady con uno sguardo contemporaneo, proponendola in una preziosa selezione di tessuti firmati da Raf Simons.

Ogni pezzo della Collezione Marco Zanuso è autenticato con il numero progressivo di produzione, che corrisponde alla propria carta d’identità, la firma dell’autore e il logo Cassina I Maestri.

Prodotto: poltrona Lady

Designer: Marco Zanuso

Azienda: Arflex – dal 2015 Cassina

Anno: 1951

Ci piace perché è una vera signora del design.