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Design Street intervista Cristina Celestino

Abbiamo incontrato Cristina Celestino nello showroom di Budri, in occasione della presentazione di Bangle, il suo ultimo progetto per la nota azienda di marmi e pietre semi-preziose. Una collezione composta da vasi, scatole portagioie e un vassoio, che trova ispirazione nella bigiotteria degli anni ’60 e ’70.

Con il suo tratto colto e raffinato, Cristina Celestino è una delle voci più interessanti nel mondo del design contemporaneo. Dai rivestimenti agli arredi, dalle lampade agli oggetti, fino agli interni disegnati per il settore della moda, sono davvero tanti gli ambiti con cui si è confrontata la poliedrica designer friulana. Una varietà di progetti caratterizzata, però, da uno stile ben riconoscibile. Il ricorrere di alcuni elementi, come le variazioni di scala e i richiami al passato, l’amore per i colori e un’innata attitudine alla sperimentazione materica, rendono infatti sempre inconfondibile la sua firma.

Ecco cosa ci ha raccontato.

D.S.: Quando hai capito che il design sarebbe stato la tua strada?

C.C.: È stato un processo graduale. Mentre studiavo architettura a Venezia, oltre ai corsi di progettazione, mi sono appassionata alla storia dell’architettura grazie al lavoro di Adolf Loos, Le Corbusier, Carlo Scarpa. Dopo l’università, mi sono avvicinata al design con il collezionismo. Amavo (e amo tuttora) scovare pezzi di modernariato nei mercatini o su internet. Il salto è avvenuto, però, quando mi sono trasferita a Milano nel 2009. Qui sono stata travolta dal fermento che ruotava intorno al mondo del design: il Salone del Mobile, gli eventi, gli allestimenti. Da lì è nata la voglia di autoprodurre pezzi per i progetti di interior a cui lavoravo. Poi nel 2012 ho deciso di partecipare al Salone Satellite e tutto è cominciato.

D.S.: Colore, materiale, texture. Da dove parti di solito nei tuoi progetti?

C.C.: Il punto di partenza varia a seconda del progetto. Per esempio, con Bangle sono partita dal materiale. L’idea era quella di lavorare con diversi tipi di marmo. Il resto è venuto dopo. Qualunque sia lo spunto iniziale, materia, texture e colore si intrecciano comunque sempre strettamente in ogni mio lavoro.

D.S.: Il marmo torna spesso nel tuo lavoro. Cosa ti piace di questo materiale?

C.C.: L’unicità data da un disegno naturale e la varietà dei marmi. Il marmo è considerato da sempre un materiale prezioso, adatto ad ambienti di lusso, io cerco, invece, di “alleggerirlo”, utilizzandolo come qualsiasi altro materiale. Per esempio, in Alice, la lampada che ho disegnato per Budri qualche anno fa, il marmo è interpretato con un linguaggio fiabesco, con variazioni di scala che rimandano al mondo di “Alice nel Paese delle Meraviglie”.

D.S.: Il tema dell’illusione e del fuori scala sono ricorrenti nei tuoi progetti. Da dove deriva quest’ispirazione?

C.C.: Nei miei progetti ci sono quattro riferimenti costanti: la moda, la gioielleria, la natura e l’architettura. Il fuori scala mi permette di giocare con questi mondi.

D.S.: Veniamo a Bangle, la tua collezione per Budri. Come nasce il progetto?

C.C.: L’ispirazione viene dal mondo della gioielleria. Un mondo che mi attrae per il tema dell’ergonomia e per gli strumenti di precisione utilizzati. In particolare, i vasi si ispirano ai bracciali in bachelite degli anni ’60 e ’70. A partire da lì, anche in questo caso, come per la lampada Alice, ho lavorato con il fuori scala per interpretare il marmo. I vasi sono, infatti, composizioni di “bracciali” realizzati mescolando il marmo con onici semi-trasparenti. Un’idea che, come accennavo prima, mi ha permesso di giocare con diversi tipi di marmo.

Per i “bracciali” sono state utilizzate lastre di 2/3 cm, scegliendo, laddove possibile, ritagli di grandi lastre.

D.S.: Oggi la sostenibilità è un tema centrale nel mondo del design. Come cerchi di affrontare questo tema nel tuo lavoro?

C.C.: Affronto il tema in modo diverso in base al progetto. Però, in tutti c’è un fil rouge: la ricerca della bellezza. Perché per essere sostenibile un prodotto deve essere innanzitutto bello. Solo così sarà in grado di superare la prova del tempo.

D.S.: Nei tuoi progetti c’è spesso un richiamo al passato. Se potessi viaggiare nella macchina del tempo, in quale epoca ti piacerebbe vivere?

C.C.: Sono contenta di vivere nella nostra epoca perché alcuni temi a cui tengo molto, come appunto quello della sostenibilità, sono diventati centrali soltanto in questi anni.

D.S.: Un oggetto che racconta un momento importante della tua vita?

C.C.: I divani di Tecno disegnati da Osvaldo Borsani. Perché sono fra i primi pezzi di design che ho acquistato. Inoltre, è un arredo molto vissuto, che accompagna me e la mia famiglia nella quotidianità.

D.S.: Un oggetto a cui non potresti rinunciare?

C.C.: Lo smartphone. Non solo perché è uno strumento di comunicazione, ma anche e soprattutto per le foto. È l’archivio dove raccolgo le mie ispirazioni.

D.S.: Un designer (in vita o no) con cui ti piacerebbe andare a cena e perché?

C.C.: Carlo Scarpa. Perché amo il modo in cui utilizzava i materiali e il rapporto stretto che aveva con gli artigiani.

D.S.: I tuoi posti del cuore a Milano?

C.C.: La Rotonda della Besana, la Triennale e i tram (N.d.A.: proprio dall’amore di Cristina per i tram è nato “Tram Corallo”, il progetto presentato durante il Fuorisalone 2018, in cui lo storico tram 1928 è stato trasformato in un cinema su ruote).

D.S.: Un progetto che non hai ancora realizzato e a cui ti piacerebbe lavorare in futuro?

C.C.: Mi piacerebbe disegnare una cucina. Un ambiente molto funzionale, che è affrontato in modo uniforme dal mercato. Ci vorrebbe uno sguardo diverso. Un altro modo di interpretarla.

GUARDA ANCHE THE PINK CLOSET, LA BOUTIQUE DISEGNATA PER PALAZZO AVINO, E BACK HOME, LA COLLEZIONE PER FENDI CASA

Design Street intervista Federica Biasi

Abbiamo incontrato Federica Biasi, in occasione dell’ultimo Salone del Mobile, nello stand di Potocco, azienda per la quale Federica ha disegnato Mali, una collezione di sedie e poltroncine outdoor con struttura in legno iroko e schienale intrecciato in cotone, ispirate alle sedute tradizionali indonesiane.

Designer, consulente trend forecasting per Fratelli Guzzini e art director di aziende del settore arredo e design (Mingardo dal 2016 e Manerba dal 2018), Federica Biasi è una creativa a tutto tondo. È stato dunque molto piacevole fare due chiacchiere con lei per scoprire qualcosa di più sulla sua visione del design e sui progetti che ha presentato durante la Milano Design Week 2019.

Ecco cosa ci ha raccontato.

D.S.: Quando hai capito che il design sarebbe stato la tua strada?

F.B.: È stata una cosa graduale. Ho studiato Interior Design allo IED, quindi ho avuto subito un’idea chiara del settore in cui mi sarebbe piaciuto lavorare, ma non del ruolo. Dopo l’università, ho vissuto per qualche anno in Olanda dove lavoravo come freelance. Mentre ero lì sono stata contattata da Fratelli Guzzini che mi ha chiesto di progettare dei piatti. Il mio approccio a livello di ricerca è piaciuto molto all’azienda e di lì a poco ho cominciato a collaborare con loro come consulente trend forecasting.

Insomma, è nato tutto in modo casuale. Stessa cosa per Mingardo. Mi hanno chiesto di lavorare a un progetto e, durante la fase di realizzazione, è nata una tale sintonia fra di noi da spingerli ad affidarmi la direzione artistica.

D.S.: La tua visione del design raccontata in poche parole?

F.B.: Mi piace raccontare la delicatezza e il segno aggraziato del prodotto, però attraverso i dettagli, non il decoro.

D.S.: Di recente sei diventata art director di Manerba, azienda leader nella progettazione e produzione di arredi di design per ufficio. Qual è la tua visione degli spazi di lavoro?

F.B.: Penso che si debba partire da cosa ci fa stare bene in un ufficio. In un ambiente di lavoro tutto deve essere al servizio della persona. Quindi è importante la funzionalità, ma anche ricreare in ufficio il calore che si respira nelle nostre case. Questa è l’idea alla base di Wonder Office, il progetto che abbiamo presentato al Salone del Mobile con Manerba.

D.S.: Ultimamente c’è un ritorno al fatto a mano, all’esclusività del pezzo unico. A cosa pensi sia legata questa tendenza?

F.B.: Credo che abbia due livelli di lettura. Uno positivo e uno negativo. Negativo perché tanti designer hanno grosse difficoltà a lavorare con le grandi aziende e spesso l’autoproduzione è l’unica strada percorribile per poter presentare il proprio lavoro. Positivo, in quanto risposta all’eccesso di tecnologia. Un modo per rimanere legati alle cose reali, a ciò che fa l’uomo.

D.S.: Veniamo ai tuoi progetti per la Milano Design Week. Com’è nata Mali, la tua collezione per Potocco?

F.B.: Mali nasce dall’idea della naturalezza del giardino (il nome in indiano significa, per l’appunto, “giardino”). Ho pensato di creare un prodotto outdoor che non fosse solo bello, ma che si integrasse alla perfezione in un contesto naturale, come avviene nelle culture orientali. Da qui la mia scelta di realizzare qualcosa di semplice e di non finito.

D.S.: Ci puoi raccontare qualcosa su Sophie, il divano per Gallotti&Radice?

F.B.: È un progetto a cui tengo molto perché lo sento vicino a me. La poltrona è stata lanciata l’anno scorso con un rivestimento in velluto rosa e la struttura in ottone. Un colore e una finitura in linea con i trend attuali, ma che non corrispondono molto al mio carattere. Quest’anno, con il divano Sophie, sono riuscita a presentare in fiera un qualcosa che mi somiglia di più. Il tessuto bouclé, il colore rosso mattone e la struttura laccata nera, pur seguendo le ultime tendenze, sono anche e soprattutto Federica.

D.S.: Usi Instagram per raccontare il tuo lavoro?

F.B.: Lo uso per raccontare la mia visione del progetto, non necessariamente per mostrare i miei prodotti. Ma seguo poco gli altri account perché temo che l’overdose di immagini possa essere un freno all’ispirazione.

D.S.: Pranzo o cena a Milano da…

F.B.: Non amo molto mangiare fuori. Preferisco organizzare pranzi e cene con gli amici a casa, nel mio loft-studio.

D.S.: Un designer (in vita o no) con cui ti piacerebbe andare a cena e perché?

F.B.: I fratelli Bouroullec. Perché i loro prodotti mi lasciano sempre a bocca aperta. In ogni loro progetto c’è poesia, creatività e innovazione.

Design Street intervista Elena Salmistraro

Abbiamo incontrato Elena Salmistraro nello store Replay – The Stage, durante la Milano Design Week, in occasione di Holy Green, l’evento con cui è stata lanciata la limited edition che Elena ha firmato per 24Bottles. Due bottiglie in acciaio inossidabile – Diana Clima Bottle e Sàkra Urban Bottle – che raccontano storie di altruismo e di tutela delle donne.

Una bella occasione per fare due chiacchiere con Elena e chiederle qualcosa anche sugli altri progetti che ha presentato al Salone e Fuorisalone. Il 2019 è stato, infatti, un anno ricco di collaborazioni per l’eclettica designer milanese. E noi non possiamo che esserne felici perché Elena riesce ad emozionarci con tutto ciò che fa.

Ecco cosa ci ha raccontato.

DS: Quando hai capito che il design sarebbe stato la tua strada?

E.S.: È stata una cosa graduale. Sono partita con la moda, poi ho studiato arte e soltanto alla fine sono arrivata al design. Se però dovessi indicare un momento preciso in cui è scattata la scintilla, in cui ho pensato che avrei voluto fare la designer, beh, è stato durante un laboratorio quando, realizzando dei piccoli vasetti, mi sono emozionata.

DS: La tua visione del design raccontata in tre parole?

E.S.: Divertimento, poesia, eclettismo.

DS: Come è nato il tuo progetto per 24Bottles?

E.S.: Dall’idea di raccontare storie di altruismo e di tutela delle donneIl tema delle donne è centrale in tutto il mio lavoro e con Diana Clima Bottle ho pensato di rendere omaggio a colei che è considerata la protettrice delle donne: la dea Diana, per l’appunto.

Śakra Urban Bottle fa riferimento invece alla storia del coniglio lunare. Si tratta di una favola buddista conosciuta in Cina, Corea e Giappone. In questa storia si racconta di 4 animali – una scimmia, una lontra, uno sciacallo e un coniglio – che un giorno incontrano un vecchietto affamato. I quattro decidono di aiutarlo a trovare del cibo. La scimmia si arrampica sugli alberi e prende la frutta. La lontra pesca. Lo sciacallo ruba cibo in una casa. Il coniglio, invece, riesce a procurarsi solo dell’erba. Volendo offrire comunque qualcosa al vecchietto, si butta nel fuoco, donando la sua stessa carne. Il mendicante però è, in realtà, una divinità e, commosso dal gesto del coniglio, disegna la sua sagoma sulla superficie della Luna, affinché venga ricordato da tutti. Una storia bellissima che racconta molto bene il mio modo di vedere il design. L’importanza che per me ha l’empatia.

DS: Oltre a sposare la mission di 24Bottles, in che modo cerchi di avere uno stile di vita sostenibile?

E.S.: Scegliendo di lavorare con aziende attente alla salvaguardia dell’ambiente, come, per esempio, Bosa con cui utilizziamo soltanto vernici senza piombo. E creando oggetti a cui le persone possano affezionarsi. Sì, perché affezionarsi a qualcosa vuol dire non volersene liberare e quindi non alimentare un consumismo selvaggio.

LEGGI IL NOSTRO ARTICOLO SULLA LIMITED EDITION DI ELENA SALMISTRARO PER 24BOTTLES

DS: Veniamo agli altri tuoi progetti per la Milano Design Week. Ci racconti qualcosa su Lisetta, le sedute per Bottega Intreccio?

E.S.: Bottega Intreccio è una azienda di Mogliano Marche, in provincia di Macerata. Un paese noto per la lavorazione dell’intreccio. Tante aziende producono lì arredi, complementi e accessori moda intrecciati. Per loro ho realizzato due sedute intrecciate molto semplici, naturali. Il nome Lisetta è quello della nonna del proprietario. Ancora una volta un omaggio a una donna.

DS: Le lampade Miami per Torremato?

E.S.: Queste lampade nascono da una chiacchierata sulle vacanze con il proprietario di Torremato. Abbiamo parlato degli Stati Uniti, di Miami, e da lì ho cominciato a guardare le foto degli edifici Art Déco di Miami Beach. Si tratta di uno stile molto diverso da quello comunemente associato all’Art Déco. Quello di Miami è ricco di motivi tropicali e di colori pastello. Motivi e colori che ho trasferito sul vetro stampato delle lampade.

DS: E, invece, cosa ci dici di Grifo, l’appendiabiti con specchio per Altreforme?

E.S.: Si tratta di un progetto che ho realizzato con Antonio Aricò. Due armadi-specchio ispirati alla storia di Mata e Grifone, i mitici fondatori della città di Messina. Con Antonio abbiamo pensato a qualcosa che ci unisse e ci è venuta in mente la Sicilia perché io ho il marito siciliano. Antonio invece è calabrese, ma molto legato alla Sicilia.

DS: Racconti spesso delle storie con i tuoi progetti, no?

E.S.: Sì, per me è una componente fondamentale. Mi piace tantissimo fare ricerca, studiare. Dalla storia e dalla mitologia attingo storie e personaggi che poi trasferisco nel mio mondo.

DS: Un oggetto che racconta un momento importante della tua vita?

E.S.: I vasi scimmia per Bosa. Perché hanno segnato una svolta importante nel mio lavoro. Da lì niente è stato più come prima.

DS: Un designer (in vita o no) con cui ti piacerebbe andare a cena e perché.

E.S.: Matteo Cibic perché è ipercreativo e super gentile.

DS: Puoi dirci quali sono i tuoi luoghi del cuore di Milano?

E.S.: Valà, un ristorantino dall’atmosfera super intima in via Cesare da Sesto, dove vado qualche volta a pranzo. E Serendeepity, un negozio di vinili in Corso di Porta Ticinese.

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Design Street intervista Paola Vella ed Ellen Bernhardt.

Abbiamo incontrato Paola Vella ed Ellen Bernhardt nel flagship store di Ex.t, la nota azienda toscana di arredo bagno per cui le due designer hanno firmato una collezione e curato il restyling del negozio.

Paola Vella ed Ellen Bernhardt sono due amiche e due progettiste con una visione comune del design basata sull’emotività e la poesia. Un’affinità professionale e personale così grande che, durante la nostra piacevole chiacchierata, spesso rispondevano all’unisono.
Per Ex.t le due designer hanno creato Nouveau. Una linea di lavabi, contenitori e accessori per il bagno dalle forme geometriche e sinuose, caratterizzata da uno stile elegante e femminile.

Ecco cosa ci hanno raccontato.

DS: Come nasce il vostro duo creativo?

P.V.: Ci siamo conosciute nello studio di un designer a Milano e lì è scattata subito una grande affinità sia a livello professionale sia sul piano personale. Sì, a legarci è stata un’analoga visione del progetto unita a una forte empatia.

DS: La vostra visione del design raccontata in poche parole?

P.V.: Equilibrio, armonia, la presenza di un segno riconoscibile, la volontà di creare qualcosa che superi la prova del tempo.

E.B.: Paola mi ha tolto le parole di bocca. Già, condivido tutto ciò che ha detto. L’unica parola che aggiungo è: coerenza.

DS: La cosa che vi distingue maggiormente?

P.V.: Come dicevamo prima, siamo molto simili. Se, però, dobbiamo proprio trovare una differenza, beh, diciamo che io sono più emotiva. Ellen è l’anima razionale del duo.

DS: Come nasce Nouveau, la vostra collezione per Ex.t?

P.V.: Si ispira allo stile degli inizi del ‘900. Un richiamo al passato che è stato riletto in una chiave contemporanea attraverso un lavoro di sottrazione.

Sempre da quel periodo deriva la scelta del rosa per il lavabo. Si tratta però di una tonalità molto chiara, vicina al beige. Un colore neutro e non stucchevole.

Un altro aspetto molto importante della collezione, che caratterizza, più in generale, il nostro lavoro, è il mix di materiali diversi. In questo caso, tra gli altri, abbiamo utilizzato il marmo di calacatta e l’ottone. Materiali preziosi, ma non eccessivi.

DS: Ci raccontate il vostro progetto per il flagship store di Ex.t?

P.V.: Abbiamo fatto riemergere il carattere industriale originale dello spazio. A colpirci sono state, in particolare, le grandi vetrate. Da lì l’idea di valorizzare al massimo la luce. In contrasto abbiamo tinteggiato delle pareti di blu scuro per creare un’atmosfera intima, che ricordasse una casa.

Il colore è molto importante in tutto il nostro lavoro. Senza eccessi, però. Di base usiamo tonalità neutre a cui aggiungiamo il colore solo come accento.

Un altro elemento che caratterizza il rinnovato showroom Ex.t sono gli archi. Abbiamo accentuato gli archi lungo le pareti, raccontando in ogni nicchia una storia.

Al centro della stanza i protagonisti sono, invece, gli espositori in vetro cannettato. Un altro materiale che rimanda agli inizi del ‘900.

DS: Un designer (in vita o no) con cui vi piacerebbe andare a cena e perché.

P.V: Ettore Sottsass perché era una persona molto curiosa, con mille interessi. Sicuramente avrebbe potuto insegnarmi tantissimo.

E.B.: Cini Boeri perché mi trovo molto vicina al suo modo di vedere il design.

DS: Un oggetto che racconta un momento importante della vostra vita.

E.B.: Non mi viene in mente nessun oggetto. Non sono una persona che si lega alle cose. Semmai ho un legame con i miei progetti. Ma anche in questo caso non riesco a indicarne uno in particolare perché ognuno ha rappresentato qualcosa di importante per me.

P.V.: Anche a me non viene in mente un oggetto in particolare, piuttosto un periodo. Già, potrebbe trattarsi di qualcosa della mia infanzia. Forse perché è da lì che è partito tutto. Dalla gioia che provavo da piccola a creare cose e, soprattutto, a decorare la mia cameretta. Penso di aver capito lì che da grande avrei voluto fare la designer.

DS: Con quali progetti sarete presenti alla Milano Design Week?

E.B.: Saremo presenti al Salone del Mobile con Arflex, per cui cureremo anche l’allestimento dello stand, e con Potocco. A Euroluce presenteremo una lampada per Fabbian. Al Fuorisalone saremo in via Solferino 11 con Mingardo, per cui abbiamo disegnato uno specchio e una consolle.

DS: Posti o eventi da non perdere durante il Fuorisalone?

P.V.: Villa Necchi Campiglio (N.d.A. la dimora progettata da Piero Portaluppi nella prima metà degli anni ‘30). Una splendida villa in zona Porta Venezia, con un rilassante giardino ideale per disconnettersi un po’ dalla frenesia della Design Week.

E.B.: L’installazione DIORAMA, in via Solferino 11. Partite da lì per vedere i nostri progetti per Mingardo e poi andate alla scoperta di Brera, uno dei distretti più belli della Milano Design Week.

DS: Shopping a Milano da…

E.B.: Offfi, in zona Isola. Un negozio di fiori dall’atmosfera surreale dove trovare piante uniche.

P.V.: Monica Castiglioni, sempre in zona Isola. Una gioielleria che propone creazioni in bronzo molto particolari, simili a piccole sculture.

Un altro indirizzo da segnare, proprio vicino alla gioielleria di Monica, è: Numero 9, un atelier di composizioni floreali a metà fra natura, design e arte.

DS: L’aperitivo a Milano da…

P.V.: Lùbar, la caffetteria della Galleria GAM in via Palestro. Il Bar Basso, a due passi da Piazzale Loreto, punto di ritrovo dei designer durante il Fuorisalone.

E.B.: Anche Bar, in zona Isola, o L’ombra de Vìn, un locale storico nel cuore di Brera.

DESIGN STREET intervista Sonia Pedrazzini, l’ideatrice del progetto Le Morandine.

Abbiamo incontrato Sonia Pedrazzini nello showroom di Adele-C in occasione della Fall Design Week, la settimana milanese dedicata alla cultura del progetto. Sonia è una designer eclettica che spazia dal prodotto industriale a progetti più sperimentali al confine tra arte e design, alternando il lavoro per importanti aziende con l’autoproduzione. Dal 2009 porta avanti il “metaprogetto” Le Morandine, una serie di oggetti ispirati alle nature morte di Giorgio Morandi di cui abbiamo già parlato su Design Street.

Ecco cosa ci ha raccontato.

DS: Quando hai deciso di diventare una designer?
SP:
Ho sempre desiderato lavorare in ambito creativo. Dopo il liceo classico a Capri ho frequentato l’ISIA di Roma. Grazie all’influenza di personalità come Paolo Deganello, Gilberto Corretti e Andries Van Onck, ho avuto una formazione fortemente legata all’aspetto critico, concettuale e di ricerca. Quando mi sono resa conto, con piacevole sorpresa, che il design poteva abbracciare anche tutti quegli aspetti che mi interessavano, ho capito che questa era la mia strada.

DS: Qual è la prima parola che ti viene in mente quando pensi al design?
SP:
Umanità. Una parola a cui mi riferisco nella sua accezione più ampia, intesa sia come sentimento di “solidarietà umana” sia come studio che ha per oggetto l’uomo e la sua produzione intellettuale. Insomma, per me il design è tutto ciò che ha a che fare con l’umanità.

DS: Le Morandine: come nasce il progetto? E come si è sviluppato nel tempo?
SP: Come prima cosa ho creato le candele. Rappresentavano la luce cerosa dei quadri di Morandi ed erano state concepite nel 1999 per rispondere al brief di progetto di un’azienda.
Il progetto venne scartato ma io non ho mai smesso di credere nel valore di quell’intuizione: riportare alla tridimensionalità le forme di Morandi e realizzare un progetto interattivo che spingesse le persone a creare la propria natura morta.
Dieci anni dopo, ho deciso di riprendere la mia ricerca sugli oggetti di Morandi e di autoprodurre un’edizione limitata di candele.
I vasi in ceramica sono stati la naturale evoluzione del progetto per le maggiori possibilità creative e produttive che offre questo materiale.
Considero Le Morandine un “metaprogetto”, una ricerca che viaggia parallela agli altri lavori del mio studio e che procede – alla maniera di Morandi – in lenta ma continua evoluzione.

Indago anche la possibilità di guardare “oltre Morandi”, facendo evolvere il progetto in una chiave più contemporanea e sperimentale. E con questo spirito è nata la collezione dei vasi metallizzati con interno laccato rosso o azzurro, presentata di recente a Brera nello showroom di Adele-C. La semplicità delle forme in contrasto con le preziose finiture in oro, bronzo e platino crea un interessante cortocircuito.

DS: E il vaso Testa? Raccontaci il tuo ultimo progetto

SP: Il vaso Testa è un oggetto iconico che riprende uno dei soggetti più rappresentati da Morandi durante il suo breve periodo metafisico tra il 1918 e il 1920. Questo vaso, formato da due metà non esattamente uguali, è oggetto “unico e doppio” allo stesso tempo. Un vaso che aggiunge un tassello al progetto in progress de Le Morandine, ampliando le possibilità di “gioco” con cui ognuno potrà comporre la propria natura morta.

Anche il vaso Testa, come tutti gli altri vasi, è personalizzabile nelle finiture e nei colori. Chi lo desidera può intervenire direttamente nel processo creativo e realizzare la sua personalissima natura morta.

DS: Quali sono le tue principali fonti di ispirazione?

SP: Sono onnivora. Mi stimolano le arti visive, la moda, la natura, ma anche la letteratura, le scienze e la musica di cui non potrei fare a meno. Trovo ispirazione anche nei bisogni e nelle domande (che mi costringono a trovare risposte non banali) e nei nuovi comportamenti sociali.

DS: Ultimamente c’è un ritorno al fatto a mano, all’esclusività del pezzo unico. A cosa pensi sia legata questa tendenza?

SP: Al bisogno che ognuno di noi ha di sentirsi riconosciuto come persona e non come anonimo acquirente di anonimi oggetti. Apparentemente non ci manca nulla, eppure non siamo mai soddisfatti. C’è, in generale, un bisogno di “valore” che l’esclusività del pezzo unico o del fatto a mano cerca di colmare.

Credo che ci sia la necessità di riconnettersi con qualcosa di riconoscibile e di rassicurante e l’oggetto artigianale, che rappresenta un sapere antico che richiede una certa lentezza, forse soddisfa questi bisogni.

DS: 3 oggetti che raccontano momenti importanti della tua vita

SP: Il modellino della mitica sedia Rossa e Blu disegnata da Gerrit Rietveld nel 1917. È stato il primo oggetto di design con cui mi sono confrontata quando studiavo all’ISIA. Faceva parte di un’esercitazione del corso di progettazione e per me usarlo è stato come entrare nel paese delle meraviglie di Alice. Un mondo parallelo in cui le idee più folli potevano diventare veri oggetti d’uso.

La Austin Mini Metro bianca con cui nel 1992 mi sono trasferita in Germania, a Monaco di Baviera, per collaborare con l’agenzia Dieter Bakic Design, dove mi sono dedicata al design cosmetico, scoprendo un aspetto poco noto del design del prodotto, quello del packaging. Era un’auto orribile esteticamente, ma un piccolo panzer per le mie trasferte oltralpe.

Il libro “Lo spirito e gli ultracorpi” di Marco Senaldi e Antonio Piotti, un brillante saggio di filosofia, arte e società che spiega le contraddizioni in cui siamo immersi. Un testo che ha segnato un momento di svolta nella mia vita personale e professionale.

DS: Un designer o artista (in vita o no) con cui ti piacerebbe andare a cena e perché

SP: Michael Anastassiades. Vorrei andare a cena con lui per parlare di design ma anche e soprattutto di vita e di yoga.

Le sue lampade mi hanno sempre affascinata per il senso di rarefatta bellezza che trasmettono, per la loro eleganza ed equilibrio. Sono presenze potenti eppure gentili e rassicuranti. E quando, attraverso interviste e filmati, ho scoperto qualcosa di più su Michael Anastassiades, mi sono resa conto di trovarmi di fronte a un designer di grande sensibilità e intelligenza, ma soprattutto davanti a un uomo che, attraverso il design, ricerca altre cose.

DS: Riviste cartacee o web?

SP: Sono ancora molto affezionata alla carta ma uso di più il web per aggiornamenti immediati e veloci. Le due possibilità non si escludono ma si integrano. Amo le riviste anche in quanto oggetti. Mi piace tenerle in mano e sentire l’odore della carta stampata. Forse le amo perché una rivista l’ho progettata anche io, Impackt Contenitori e Contenuti (Edizioni Dativo), un semestrale del tutto innovativo, dedicato al design e al packaging di cui sono stata anche direttore editoriale.

DS: Qual è il tuo rapporto con i social network? Li usi per raccontare il tuo lavoro?

SP: Li uso con parsimonia ed esclusivamente per lavoro. Non ho molto tempo per postare, condividere, discutere… per non parlare dell’immediatezza. Le mie notizie non sono mai date in tempo reale perché non amo condividere la vita mentre la sto vivendo, neppure quando si tratta di lavoro. In questo senso sono “poco social”. Però so bene che i social oggi sono uno strumento utile e forse persino “democratico”, perché se un designer o un artista non ha altri mezzi per farsi conoscere, questa è una fantastica possibilità che prima non esisteva.

DS: L’ultimo viaggio che hai fatto o il prossimo che farai

SP: Recentemente ho rivisto Napoli. Ci mancavo da tanti anni e ho potuto godere del nuovo rinascimento di questa città. Ci sono luoghi incredibili e ineguagliabili bellezze che ritornano alla luce. “Miseria e nobiltà” è ancora la definizione più appropriata per Napoli, ma ho percepito anche una nuova linfa che proviene dai giovani che sta cercando di trasformare la miseria in bellezza.

DS: Natale è alle porte: 3 idee regalo di design

SP: Cercando di ridare un significato al Natale, vi propongo tre idee incentrate sui valori della sostenibilità, della nuova artigianalità e della solidarietà.

Per chi ha amici a quattro zampe, la Cuccia da viaggio in cartone di Paolo Ulian, edita da Corraini.

Ideale per gli amanti della natura, il vaso in legno di cipresso tornito Anni di Lorenzo Franceschinis per Hands On Design.

Per chi cerca cose preziose, una delle Gioie D’autore, disegnate da artisti e designer per Il Nodo, la onlus che opera a sostegno dei bambini cambogiani e delle loro famiglie.

Design Street intervista Martino Gamper

Un’esperienza come ebanista, poi designer e artigiano. Martino Gamper, uno dei designer più accattivanti della contemporaneità, cerca di trovare soluzioni e proporre nuovi punti di vista per ispirare i creativi del domani.
Quest’anno, in occasione dell’anniversario della nascita e perdita del grande Ettore Sottsass, collabora insieme all’azienda Alpi.
Nasce così Re-Connection, una collezione unica di complementi d’arredo che completano e danno continuità a uno dei lavori di Sottsass per l’azienda.
In occasione della presentazione, ho avuto il piacere di scambiare quattro chiacchere con Martino, alla scoperta del valore ed essenza del design e del legno.

DS: Com’è nata la tua passione per il design? Ti definisci più designer o artigiano?
MG: A 14 anni ho iniziato un apprendistato in una falegnameria, dove ho imparato a sperimentare, disegnare e creare per dare vita a prodotti in legno. A 19 anni ho iniziato a frequentare l’università, e da quel momento ho capito che il design era la mia strada.
Mi piaceva disegnare, creare e risolvere problemi. Lo facevo da sempre, ma solo quando ho iniziato a studiare me ne sono reso conto.

DS: Il tuo è un legame molto stretto con il legno…
MG: Sì, anche se ho provato altre strade, ma il legno lo sento più vicino a me. Mi affascina sia come materia, sia per come lo puoi manipolare e trasformare. Ho provato a lavorare con altri materiali, ma preferisco il processo creativo legato al legno.

DS: Nonostante le varie innovazioni tecnologiche di produzione e uso che sta conoscendo il mondo del design, il legno continua a rimanere uno dei materiali principali. Secondo te perché?
MG: Il legno comunica un rapporto particolare, semplicemente perché gli alberi continuano a crescere. Il legno affascina per la sua perfezione – imperfezione. Sembra sempre uguale, ma in realtà non lo è. Si presenta con diverse sfaccettature, colori, texture e diversi modi di lavorarlo.
Il legno è un materiale che continua ad affascinare, perché lo sentiamo molto vicino a noi umani. Questo avviene perché lo vediamo crescere, a differenza degli altri materiali. E poi il legno è un materiale che invecchia bene: più lo vediamo invecchiare, più lo sentiamo emotivamente vicino, come se fosse parte di noi. 

DS: Com’è stato per te reinterpretare per Alpi una collezione per Ettore Sottsass?
MG: È stato come lavorare con un grande albero che purtroppo non c’è più, ma continua a esistere. Sentiamo ancora vivo il design di Sottsass, e ancora oggi continua ad ispirarci.
Quando ho iniziato la collaborazione con Alpi, mi sono chiesto come potevo “completare” un lavoro che è stato fatto tanti anni fa. Volevo creare una nuova dimensione, per cui ho deciso di reinterpretare i lavori di Sottsass tagliandoli in pezzi e ricomponendoli, creando un nuovo pattern e trovando un altro linguaggio.
Il lavoro di Sottsass è rimasto, però ho voluto dargli un altro punto di vista.

DS: Ti sei lasciato ispirare anche per il disegno e l’estetica per la creazione di questa collezione?
MG: Ettore Sottsass in realtà mi ha sempre ispirato.

DS: I tuoi lavori nascono dall’interpretazione e valorizzazione di oggetti già esistenti, ma che a volte vengono dimenticati o banalizzati. Presenti idee sorprendenti e a volte eccentriche. Come nascono?
MG: Penso che tutto nasca perché questa è la sfida del creativo e dell’artista.
Dare nuove interpretazioni e andare oltre a quello che è già stato creato da altri è la radice del nostro lavoro. Uno degli obiettivi dei creativi è quello di ispirare i successivi, alimentando una catena infinita di artisti.
Senza sperimentare, il mondo non va avanti e non si va da nessuna parte.
Io stesso mi chiedo perché creare un’altra sedia, o tavolo, o qualsiasi oggetto, di cui magari siamo già pieni; però lo si fa perché sentiamo il bisogno di esprimere se stessi e l’anima degli oggetti…

DS: Quali passioni hai al di fuori del lavoro?
MG: Mi piace molto cucinare, perché ci sono delle analogie con il mio lavoro.
Prima si parte dalla materia prima, poi studi tutti i processi con tutte le sue diverse variazioni… unisci tutto e con il tuo metodo ricavi qualcosa di nuovo. Mi piace sperimentare e vedere subito il risultato della mia creazione.
Le mie passioni in generale sono legati alla montagna, e cerco sempre di legarle al mio lavoro.

DS: Hai un consiglio da dare ai giovani designer?
MG: Dovete essere curiosi in tutto quello che affrontate e dovete letteralmente mettere mano ai progetti. Non dovete vivere solo nel mondo visuale, ma dovete sperimentare e giocare con il mondo tridimensionale e fisico. Bisogna riscoprire la manualità, anche nei progetti complessi.

DS: Secondo te il design sta prendendo strade diverse?
MG: Assolutamente sì! Pochi sperimentano e mettono mano. Lo dico come rimprovero a tutti i giovani designer, perché sono troppo legati agli schermi, anche nella fase della progettazione.
Lo schermo ci fa sembrare tutto più bello. Ma nel momento in cui si deve creare, ti rendi conto che è tutto diverso e difficile. Non bisogna vivere di sole immagini, ma di manualità e sperimentazione. Rischiamo di perdere originalità, se non cambiamo direzione.

www.alpiwood.com

Da quando ho iniziato a scrivere per Design Street, ho sempre sperato di avere l’opportunità di fare un’intervista con alcuni dei miei designer preferiti. Finalmente quest’anno l’occasione è arrivata, ed ecco qui che, con grandissima emozione, riesco a prendere un caffè veloce con Ronan Bouroullec.
Poche domande che mi hanno permesso di toccare con mano la spontaneità dei progetti dei due fratelli e la loro naturalezza.

DS: Come nascono i progetti dei fratelli Bouroullec? I vostri progetti sono unici e riconoscibili, puliti e minimali, senza essere ripetitivi.
RB: Noi progettiamo per svariati settori, dai piccoli gioielli a grandi progetti per le città, presentando sempre qualcosa di nuovo senza essere ripetitivi.
I temi dei nostri progetti possono essere svariati, dall’analisi delle forme, a come utilizzare nuovi materiali, alla valorizzazione dell’artigianalità. Tutti i progetti nascono da specifiche situazioni ed esigenze.
Credo sia difficile prevedere come risulterà il prodotto finale, perché ogni cosa è ricco di meccanismi che non ti permettono di vederne la fine.
Non riesco mai a definire a cosa ci ispiriamo, perché può nascere da una semplice immagine vista su Google, o su Instagram, o da un film… è un mix di tutto!

DS: Come lavorano insieme i due fratelli Bouroullec?
RB: Sei italiana, quindi conosci benissimo i legami che si instaurano in una famiglia. È complesso, ci sono momenti in cui si va d’accordo e momenti in cui ci scontriamo. Sì, ammetto che è davvero difficile definire il rapporto di lavoro con mio fratello, è “particolare”.

DS: Avete un settore del design che preferite maggiormente?
RB: Non ho preferenze. Ci piace lavorare soprattutto con persone interessanti, dalla mente creativa e coraggiosa, senza preoccuparci di quello che propongono. Ci piace lanciarci su qualsiasi idea, senza limiti.

DS: Cosa pensi del design italiano?
RB: Milano ci sorprende sempre, soprattutto come veniamo accolti. Non sono mai preparato alle migliaia di sorprese che ci riserva l’Italia. Sono molto legato a questo paese, ne sono innamorato! E mi piace lavorare con gli imprenditori italiani, ascoltare i loro modi di progettare, la loro poesia… è per questo che ritorno sempre qui. Secondo me il design italiano non si può paragonare ad altri.

DS: Cosa vorresti dire ai giovani designer?
RB: Dovete essere combattenti! Vivete in un periodo incredibile, pieno di situazioni differenti, progetti diversi tra di loro, avete a disposizione diversi metodi di progettazione… però è difficile per un designer sopravvivere, ma la chiave è avere idee intelligenti. Dovete essere pronti e aperti a tutto, e non limitarvi a un’idea specifica. Siate pronti a progettare anche una penna, o uno zaino, o qualcosa di molto più grande! Non potete fermarvi! Mettete passione in tutto quello che vi capita.

DS: C’è un progetto completamente nuovo che ti piacerebbe iniziare?
RB: Beh, non ho mai progettato grandi edifici! Sarebbe pazzesco lavorare per un aeroporto ad esempio. O perché no, lavorare per una futura autovettura!

www.bouroullec.com

Durante la settimana del mobile milanese, abbiamo avuto l’occasione di incontrare Humberto Campana.
Chi non conosce i tanto eccentrici e visionari fratelli Campana?
Humberto e Fernando, due menti diverse e creative, che hanno saputo costruire un design riconoscibile e all’avanguardia, capace di unire diverse tradizioni e culture.
I due designer provengono da una città brasiliana, Brotas, che ha saputo ispirare i fratelli nel riuso e valorizzazione dei materiali naturali.

 

DS: Humberto e Fernando, uno che ha studiato giurisprudenza l’altro architettura. Come hanno capito che dovevano unire le proprie forze per fare design?
HC: Sicuramente l’amicizia che c’è tra noi! Siamo due fratelli molto uniti, ed è stato molto bello portare questo rapporto nel mondo professionale.
Il nostro lavoro riflette i nostri caratteri, a volte estremamente diversi: quante volte capita che litighiamo e ci lanciamo delle sfide! Ma l’uno è il migliore amico dell’altro.
Noi però ci occupiamo di due settori differenti: Fernando è la mente creativa, io invece mi occupo di gestire chi ci aiuta nel dare vita al nostro design.

DS: Le vostre creazioni sono riconoscibili, uniche e per questo molto ricercate. Come la vostra arte è entrata nella vita quotidiana, riuscendo a mescolarsi con gli oggetti di tutti i giorni?
HC: Io penso che stiamo vivendo un secolo ibrido, dove non esistono più le frontiere tra arte e design, o tra tutte le sue diverse sfumature. Quello che domina è la passione del creare.
Non penso ci sia bisogno di definire questo processo: avviene tutto per passione e per la voglia di raccontare l’essenza delle cose.

DS: Come la cultura brasiliana ha incontrato quella italiana? Hanno dei punti in comune?
HC: I nostri nonni erano italiani, e noi siamo ancora legati a questa cultura. Quando torno in Italia, voglio riprendere le tradizioni e raccontarle. Quello che mi stupisce sempre è che gli italiani amano molto creare per se stessi.

DS: Qual è la differenza tra il design e il design dei fratelli Campana?
HC: Noi cerchiamo di tirare fuori in tutti i progetti le potenzialità, con un pizzico di poesia. Alcuni possono considerarmi egoista, ma io creo prodotti che prima di tutto devono piacere a me.
Per questo mi ritengo fortunato nell’avere un piccolo laboratorio in Brasile, perché lì possiamo sperimentare e toccare con mano le cose che un giorno saranno prima di tutto nostre.

DS: Come i materiali ispirano i vostri progetti?
HC: Sono i materiali che ci suggeriscono cosa fare, sono loro che lo chiedono. Spesso mi capita di comprare diversi materiali, e li lascio sopra il mio tavolo, riempiendo così di mille cose il mio studio. Non li tocco fino a quando non mi dicono loro che vogliono essere utilizzati per qualcosa.

DS: Un progetto nel cassetto dei sogni.
HC: Una sedia di gas! Magari qualche nuova tecnologia potrebbe aiutarmi!

DS: Le qualità che deve avere un designer e un prodotto di design.
HC: Il designer deve sempre rimanere fedele alla propria cultura e al proprio pensiero. Deve cercare di creare una linea continua che lo renda riconoscibile.
Il progetto deve essere la copia dell’anima del progettista, deve saper poeticamente riempire gli occhi.
La vita ha bisogno di poesie!

www.campanas.com.br

Design Street intervista Panasonic Corporation

Quest’anno una delle installazioni di cui ho più sentito parlare durante la settimana del mobile è stata quella di Panasonic: tante persone ne sono rimaste stupite e tante altre rimpiangono di non esser riusciti a vederla.
Perché ha stupito così tanto? Probabilmente perché è riuscita a comunicare la strada che sta intraprendendo una delle più grandi aziende mondiali del settore tecnologico.
Spesso ci chiediamo come la tecnologia influenzerà e cambierà le nostre abitudini, che ne diventano sempre più dipendenti.

Gli oggetti tecnologici e il mercato giapponese sembrano diventare i nuovi punti di riferimento per milioni di utenti, che vengono guidati verso nuovi approcci e verso nuove visioni del vivere quotidiano.

In occasione del grande evento milanese, Design Street ha avuto la possibilità di confrontarsi con Mr. Shigeo Usui, direttore del design center della Panasonic Appliances Company, con Mr. Kinya Hasegawa, direttore della Panasonic Design Centre Europe e Mr. Masataka Hosoo, rappresentante di Go On, il gruppo di artigiani con cui Panasonic ha scelto di valorizzare i propri prodotti.
Un’interessante chiacchierata durante la quale abbiamo cercato di capire le differenze tra il mercato europeo e italiano con quello giapponese, come una grande azienda cerca di unificare e costruire prodotti personalizzati per i numerosissimi clienti, come la tecnologia ha incontrato l’artigianato e come questi due mondi, apparentemente in antitesi, si possano al contrario valorizzare a vicenda.

DS: Come nascono i progetti Panasonic? Quali sono i bisogni che vogliono soddisfare?
P: Noi alla Panasonic ci occupiamo di capire come il design genera i rapporti che intercorrono tra l’uomo e l’ambiente in cui vive.
Attraverso questo concetto, proponiamo prodotti elettronici che sono destinati al largo consumo, e cercano di far fronte a problematiche umane e ambientali.
È vero che noi ci occupiamo principalmente di tecnologia avanzata, ma cerchiamo di tradurla in modo che sia a servizio dell’uomo. Questo è il concetto principale del nostro design.

DS: Quali sono le caratteristiche che distinguono Panasonic dal mercato mondiale? Qual è il valore aggiunto che proponete?
P: Noi pensiamo che quello che ci differenzia dal mercato mondiale dal punto di vista del design è che noi mettiamo il cliente prima di ogni altra cosa.
Panasonic studia molto attentamente gli orientamenti stilistici dei propri clienti, al fine di arricchire nel migliore dei modi la loro esperienza.
Questo concetto è stato messo a punto dai nostri fondatori, e l’azienda ha continuato nel corso degli anni a migliorare sempre di più i propri prodotti, affinché fossero l’essenza della nostra filosofia.
Infatti, siamo gli unici e i primi ad aver aperto un reparto specifico che si occupa di studiare tutta l’eredità dell’azienda paragonata alla vita odierna, focalizzando l’attenzione sull’identità.

DS: Secondo Panasonic come sta cambiando il modo di vivere quotidiano? Come gli oggetti intelligenti e tecnologici stanno costruendo la casa del futuro?
P: Quando dobbiamo mettere sul mercato nuovi prodotti tecnologici, non pensiamo soltanto a come realizzarli, ma soprattutto al processo che incorpora tecnologia e prodotto, un momento differente e altrettanto importante.
Questo avviene perché la tecnologia intelligente deve soprattutto tenere in considerazione la concezione che le persone hanno del prodotto, attraverso le culture, gli usi e i costumi dei vari paesi.
Ad esempio, abbiamo notato che in Cina gli utenti amano tantissimo vedere e toccare con mano la tecnologia. La preferiscono quasi estremizzata. Ma non è detto che ciò che avviene in Cina sia uguale per tutti i Paesi.
Prossimamente ci occuperemo del Giappone e dell’Europa, cercando di capire le differenze e come le tecnologie vengono accolte e percepite.
La nostra visione del futuro si basa sull’analisi dettagliata della vita e della cultura nei vari Paesi. Il passato è la chiave per realizzare prodotti davvero innovativi e che abbiano un rapporto con le persone davvero unico.

DS: Com’è iniziata quindi la collaborazione con Go On e quanto è importante la creazione dell’installazione che avete presentato?
P: Noi siamo un’azienda che si occupa prevalentemente di tecnologia e marketing. Ma a un certo punto, ci siamo resi conto che dovevamo un attimo allontanarci dalla nostra strada e dovevamo capire di più i nostri clienti. Chi meglio di un artigiano poteva aiutarci?
Noi siamo una grande azienda, produciamo prodotti di massa, ma ci rendiamo conto che siamo distanti dal vero rapporto stretto con la clientela, a differenza invece di un artigiano. Abbiamo bisogno di ascoltare di più i bisogni delle persone.

DS: Questo è il punto di vista di un’azienda nei confronti di un artigiano… Cosa avviene invece al contrario?
Hosoo: Lavorare con una grande azienda come Panasonic significa approfondire come i prodotti influenzano i rapporti umani. Noi siamo un’azienda che ha più di 400 anni, che punta sull’artigianalità e sulla bellezza unica dei prodotti. Grazie a Panasonic, abbiamo cercato di comprendere come questi valori possono riflettersi in prodotti futuri, che includano anche l’aspetto tecnologico. Semplicemente, loro hanno la scienza, noi abbiamo l’arte! E da qui cerchiamo di costruire il futuro.

DS: C’è qualche nuovo ambito in cui vorreste dedicarvi in una visione estremamente futura?
P: Che domanda difficile e interessante! Fino ad oggi ci siamo occupati di realizzare progetti per la casa, e ci piacerebbe sviluppare nuovi concetti dell’ambiente domestico. Ma, in un futuro, ci piacerebbe espanderci e uscire fuori dalle case, dove il cambiamento è ancora più forte.
M.Hosoo: Potremmo diventare i futuri Doraemon! (spiega cosa sono tra parentesi con un ndr.)

Quella che è stata “Electronics meets Crafts”

Il titolo della mostra riassume perfettamente quello che è stato il nostro incontro con Panasonic. Una piccola esperienza sensoriale in cui l’azienda ha saputo unire con raffinatezza e vero senso progettuale l’alta tecnologia con l’artigianalità più sofisticata.

L’installazione presso l’Accademia di Brera, in occasione della Milan Design Week, ha puntato ad affascinare l’utente facendolo viaggiare tra diverse e coinvolgenti espressioni artistiche.
Ecco che in una stanza il visitatore si ritrovava immerso nella natura, tra schermi ad alta definizione e altoparlanti capaci di coinvolgere completamente tutti i sensi, così da poter captare tutti i suoni più naturali e più magici.

Poi un altro spazio, completamente buio, dove quasi per magia prendeva vita un tavolo lunghissimo, che conduceva l’utente verso la stimolazione dei sensi attraverso oggetti artigianali, grazie alla collaborazione con Go On. Qui la forma originale e l’appeal contemporaneo stimolavano la ricerca di nuove soluzioni, che proponessero qualcosa di intimo e segreto, tra l’oggetto e il solo utente.

L’installazione si è conclusa con un’area dedicata all’esposizione di un progetto speciale con gli studenti dell’Accademia di Arte di Brera, i quali hanno sviluppato idee artistiche sulle potenzialità dell’elettronica.

Design Street intervista Ludovica + Roberto Palomba, architetti e designer, fondatori dello studio ps+a: una coppia creativa nel lavoro come nella vita.

Insieme, hanno collaborate con i più grandi brand e vinto i premi internazionali più prestigiosi, tra i quali il Compasso D’Oro, il Red Dot Award, il Design Plus Award, il Product Innovation Award, il German Design Award e l’Elle Decoration International Design Award.

Di Ludovica + Roberto Palomba, Design Street ha pubblicato l’innovativa cucina Slim di Elmar in argilla, i coloratissimi mobili da bagno Kartell by Lauren e la cappa Clip di Elica.

 

DS: Iniziamo con una domanda sulla vostra vita: avete sempre pensato che sareste diventati designer?

P+S: Ci siamo conosciuti esattamente 27 anni fa ad un ballo a Roma. Dopo otto mesi di corte serrata, sono riuscito ad avere il primo bacio.

Da quel giorno non abbiamo mai smesso di stare insieme, e da li oltre alla nostra vita assieme, abbiamo dato il via al nostro sogno lavorativo.

DS: Quali sono state le vostre maggiori difficoltà ma anche le più grandi soddisfazioni?

P+S: Ci sono state molte difficoltà nel passato, è normale, e sicuramente ci saranno anche nel futuro, ma per la legge del qui e ora, sappiamo ciò che stiamo progettando adesso e questo è quello che per noi ha valore. Il passato, con gli errori, le difficoltà, ma soprattutto ricco di soddisfazioni ci ha permesso di arrivare ad oggi. Non esiste nessun lavoro che sia al contempo impegnativo e qualitativo senza difficoltà. Le difficoltà non hanno grande importanza per noi, le soluzioni che portano al risultato decisamente si.

DS: Cos’è cambiato negli ultimi anni nel vostro mestiere?

P+S: Portiamo avanti progetti di architettura e di design da sempre, ma ultimamente ci piace molto anche sperimentare realtà sino ad oggi inesplorate, inoltrandoci cosi anche nel mondo della moda. Abbiamo appena lanciato sul mercato una collezione uomo/donna disegnata per Philippe Rouge.

DS: La vostra metodologia progettuale. Come le idee si trasformano in progetti concreti?

P+S: I nostri progetti di design e di architettura si basano sull’analisi del cambiamento dei comportamenti. Sia i primi schizzi che la stesura finale di ogni progetto sono passati al vaglio delle nostre due esigenze e delle nostre due visioni, allo stesso tempo complici e differenti, quindi consensuali.

 

DS: Chi sono i vostri maestri ispiratori in qualsiasi ambito, design, pittura, architettura, cinema, etc.

P+S: C’è da dire che tutti i nostri grandi maestri sono morti – ora è il turno della nostra generazione cercare di essere un ispirazione per tutte quelle future. L’ ispirazione può venir fuori da un corrimano di una stazione metropolitana di Hong Kong o semplicemente guardando un pavimento.

 

DS: Perché i giovani designer in Italia fanno così fatica a farsi conoscere? Sembra che le aziende – facciano a gara a contendersi i “soliti noti”, le “star” del design…

P+S: La paura di affrontare e rinnovare è la paura del mercato di oggi, questo fa si che le aziende italiane si avventurino poco nella ricerca di nuovi designer che possono esprimere visoni e approcci differenti, cosa che invece avviene all’estero. aziende giovani con imprenditori giovani, persone abituate a confrontarsi, non solo con altre persone ma anche con altre visioni, persone abituate a girare il mondo entrando in pieno equilibrio con il nuovo, per questo consigliamo ai giovani di mettersi in gioco, viaggiare, essere curiosi rompendo i pregiudizi.

 

DS: Alla luce della vostra esperienza cosa consigliereste a un giovane che intraprende questa professione?

P+S: Questo è un lavoro per persone che vogliono mettersi in discussione e non solo per persone in grado di disegnare un bellissimo oggetto. Non crediamo di dover consigliare niente ai giovani, loro sono nati con un mouse in mano così come noi abbiamo tenuto la matita. Hanno molte opportunità, il consiglio che cerchiamo di dar loro è di essere abili e sicuri nel riconoscere in sé le qualità che servono per rendere questo lavoro una vera opportunità.

 

DS: Design sinonimo di estetica – allegro, friendly, ironico – e design sinonimo di funzionalità: due scuole di pensiero che oggi convivono… Cosa ne pensate?

P+S: Il design è una funzione che ti emoziona, è una funzione perchè deve assolvere al compito per il quale è stato creato nel miglior modo possibile da un punto di vista strutturale ed economico, ma se non esprime emozioni, non è niente, è solo una cosa tecnica. La parte funzionale per noi è scontata. Il plus è l’ emozione.

DS: A vostro parere, il design è stato penalizzato da questa crisi? Pensa che ne uscirà cambiato?

P+S: Design significa che esiste un’ industria che crede nelle tue idee e le mette in produzione. Questo concetto non può andare in crisi, andremo sempre di più verso una società di produzione industriale e non artigianale, per cui il settore del design non può venir meno, la vera crisi è data da tutto ciò che non è originale, e quindi eccessivamente superfluo.

 

DS: Quali sono le parole d’ordine del design contemporaneo?

P+S: Semplicità, perché viviamo in una società troppo stridente e stressante per portarci quel caos anche dentro le mura domestiche.

Funzionalità, perchè la tecnologia è fondamentale.

Friendly, ovvero oggetti che si possano adattare alla nostra vita.

Green, dobbiamo puntare lo sguardo verso prodotti che non inquinino sia nella produzione sia quando andranno dismessi, quindi un occhio puntato sul green. Su questo punto abbiamo lanciato nel 2013 Kartell by Laufen collection, dove abbiamo utilizzato per la prima volta per le ceramiche la SaphirKeramik, un materiale unico e alternativo, in quanto permette di ampliare enormemente le possibilità di progettazione e produzione, molto resistente ma allo stesso tempo malleabile permette di realizzare pareti sottilissime e raggi di curvatura di 1–2 mm. Al prossimo ISH lanceremo la nuova Kartell by Laufen 2.0

 

DS: Quali pensate che siano le aree di maggior interesse per il futuro?

P+S: Attraverso concetti come originalità, imprevedibilità, talvolta singolarità e ricerca del nuovo, individuiamo ciò che ruota più vicino alla nostra idea di futuro, tutto ciò che si aggiunge alla nostra eredità del passato, qualcosa in continuità ad esso, oppure in totale contrapposizione. Puntiamo molto alla nuova concezione che si è creata intorno al settore del bagno, un tempo considerato la stanza dei servizi oggi invece come la stanza del benessere – spa – wellness – relax. Secondo la nostra esperienza il bagno tra 20-30 anni seguirà tre valori primari: durata, ecosostenibilità e alta qualità per tutti.

 

DS: Qual è l’oggetto che più di ogni altro rappresenta la contemporaneità?

P+S: Un progetto altamente tecnologico, di bellissima sintesi estetica e molto emozionante sono le pale eoliche, dei fiori bianchi giganteschi che raccolgono il vento, in contrapposizione con tutto quello che non è design che consuma e brasa il territorio come i pannelli fotovoltaici.

 

DS: Quali sono i vostri nuovi progetti?

 P+S: Per adesso possiamo dire che abbiamo appena lanciato a Colonia la nuova collezione per Giorgetti la linea di imbottiti Apsara. Ci stiamo preparando per Shangai – Francoforte e il salone del mobile con molte novità e nuove collaborazioni per adesso top Secret.

 

DS: C’è qualche pezzo che vi piacerebbe disegnare, con cui vorreste cimentarvi?

P+S: Una cosa che ci divertirebbe molto è un robot

 

DS: Com’è la vostra casa?

P+S: Una casa senza porte e quelle poche sono di vetro chiaro, fra la camera da letto e il bagno per esempio solo pareti trasparenti, con gli interni appena occultati da tende bianche, cosi quando la luce è accesa in bagno sembra di averla in camera e viceversa. Questo per dire che alla base della ristrutturazione della nostra casa di Milano c’è la luce e il bianco candido, Una casa studio molto vissuta dove il bianco è dominatore assoluto, perfetto contenitore neutro dei nostri pezzi e non solo.

 

DS: Un libro, un film, un brano musicale.

P+S: Let It Be! – Beatles

Mine vaganti – Almodovar

Modernità liquida – Baumann 

 

DS: La vostra Top 5 del design (non importa se contemporaneo, storico, firmato o anonimo…).

P+S: Thonet – Eames – Steve Jobs – Van der Rohe – Leonardo Da Vinci

 

Avevo conosciuto Oki Sato al Salone del Mobile e mi aveva subito colpito col suo fare aperto e cordiale, con i suoi occhi sorridenti come quelli di un bambino e con la sua squisita disponibilità.

E’ stato allora che ho pensato di fare due chiacchiere sul design col giovane architetto giapponese, fondatore dello studio Nendo. Lui è, oggi, il designer che oggi amo di più e che rispecchia come nessun altro il mio modo di vedere il design. Minimale e poetico al tempo stesso, essenziale ma non freddo, rigoroso ma ironico. Un design che racconta delle piccole storie, semplici e profonde come le poesie Zen.

L’occasione si è finalmente presentata… ed ecco cosa mi ha raccontato mr Nendo…

 

 

 MASSIMO ROSATI INTERVISTA OKI SATO – NENDO

(For the english version, go to the bottom…)

DS: Comincerei con una domanda sulla tua vita: quando hai capito che volevi diventare un designer e quando è nato lo studio Nendo?

OS: Mi sono laureato in Architettura nel 2002 presso la prestigiosa Waseda University di Tokyo. Quando sono venuto per la prima volta al Salone del Mobile nel 2002, mi ha colpito vedere che in Italia i designer progettano indifferentemente sia i prodotti sia le installazioni. In Giappone invece gli architetti di solito progettano solo edifici, gli interior designer si occupano di interni e i designer fanno i prodotti.

E così ho capito che avrei voluto progettare in maniera più flessibile trascendendo i generi. Ecco perché ho dato vita a Nendo.

 

DS: Quali sono state maggiori soddisfazioni nella tua “rapida” crescita professionale?

OS: Beh, non so se sia stata “rapida” o no, perché sono molto concentrato su quello che sto facendo oggi. Ma sono davvero molto felice di disegnare oggetti e di continuare a lavorare come designer.

 

DS: Quali aspetti del tuo lavoro sono cambiati negli ultimi anni?

OS: In realtà, nulla è cambiato molto. Uso sempre lo stesso metodo. Guardo le piccole cose e penso come possano gradualmente svilupparsi fino a creare grandi cambiamenti.

È un po’ come per i mass-media: prima a dare le informazioni c’erano solo la radio, la televisione e i giornali, ma ora le troviamo dappertutto. È la gente che nota le piccole cose… se qualcuno dall’altra parte del Pianeta scopre qualcosa di interessante, il giorno dopo, lo sanno tutti. È come un virus che si diffonde.

La stessa cosa succede anche per il design. Quando noi pensiamo alle piccole idee queste diventano poi come un virus.

Io sto cercando idee sempre più piccole che siano in grado di toccare le emozioni della gente. E penso che siano proprio quelle piccole cose che rendono la vita della gente così ricca e confortevole. Bisogna sempre dare alle persone un piccolo sorriso.

 

DS: Ci racconti qual è il tuo metodo di lavoro?

OS: Per me la cosa più importante è raccontare una storia. Quando incontro nuovi clienti, se non riesco a trovare una bella storia per loro, allora è davvero difficile per me procedere con quel progetto.

 

DS: E in che modo le tue idee diventano progetti concreti?

OS: Il processo è abbastanza semplice. Di solito parto da qualche semplice schizzo (io non sono molto bravo a disegnare…) e poi passiamo a fare rendering e modelli.

I disegni devono essere semplici perché per coma la vedo io, quando presenti immagini o schizzi molto curati, la storia risulti un po’ sfocata.

Più semplici sono i miei schizzi, migliore è la storia che ho pensato.

DS: I tuoi progetto sono minimalisti e poetici al tempo stesso. In che modo la cultura e tradizione giapponese hanno influenzato il tuo lavoro?

OS: Credo che i Paesi dove sono nato e cresciuto mi abbiano influenzato molto. Sono nato in Canada, in una zona molto rurale, ma sono tornato in Giappone, quando avevo solo 10 anni. È per questo che ho avuto uno shock culturale quando mi sono trasferito dalla campagna al centro di Tokyo. Lì tutto mi sembrava fresco e interessante. Grazie a questa esperienza, oggi riesco a vedere facilmente cose straordinarie o divertenti anche nella vita di tutti i giorni.

 

DS: Da dove trai ispirazioni per i progetti?

OS: Ho notato che per il mio modo di progettare è molto utile lavorare quotidianamente sulle piccole cose. Quando continui a ripetere ogni giorno le stesse azioni, noti ogni volta delle piccole differenze, e io sento quelle piccole differenze diventano poi le mie fonti di ispirazione.

 

DS: Che cosa pensi del design italiano?

OS: Mi colpisce la velocità del processo creativo e produttivo. Il “made In Italy” è molto, molto veloce. Le aziende italiane sono continuamente alla ricerca di nuove idee, nuovi materiali, nuovi designer. Ralizzano un prototipo, lo presentano alla Fiera, e se non hanno un buon feedback, quell’oggetto non andrà in produzione. Se invece vende, entra catalogo, ma se la domanda non dura, l’anno dopo esce dal catalogo… È un processo molto veloce, rispetto ad altri paesi. Credo che sia proprio questo approccio a generare tutta questa energia.

 

DS: Quale pensi siano le nuove capitali del design? Trovi che Milano abbia ancora oggi lo stesso ruolo di qualche anno fa?

OS: Per me Milano è sempre Milano. Milano gioca ancora ruolo molto importante. Ultimamente noto che è in aumento il numero dei designer asiatici. Penso che sarebbe molto interessante se il design europea e quello asiatico interagissero tra loro.

 

DS: Un consiglio per i giovani designer?

OS: Enjoy designing!

 

DS: Il design significa estetica ma anche di funzionalità: due modi diversi di guardare la stessa cosa. Cosa ne pensi tu?

OS: Io uso tre parole per descrivere il mio design: funzionale, semplice e friendly.

Mi piacciono i miei oggetti per la loro semplicità. Ma semplice non significa “freddo”. Il design deve essere sempre piuttosto “familiare “ e un po’ ironico.

Per me, il ruolo del design è quello di risolvere i problemi e di cercare nuove soluzioni, ma questo dipende anche dal tipo di storia riesci a leggere dietro gli oggetti, a prescindere dal fatto che dal fatto che si tratti di product design, di architettura o grafica.

 

DS: Quali sono le vostre aree di interesse per il futuro?

OS: Sono due. Da una parte ci stiamo spostando sempre più verso l’architettura. In questo momento stiamo lavorando a un grande centro commerciale a Bangkok e a una stazione con parchi, caffè e teatri in Giappone, vicino a Kyoto. Stiamo anche progettando diverse abitazioni private. E

Dall’altra, stiamo iniziando a lavorare nel branding e nelle consulenze di design per diverse grandi aziende giapponesi.

Non ci limitiamo più a disegnare un solo oggetto, quindi, ma vogliamo progettare l’intera azienda: dagli ambienti agli oggetti, al brand e quant’altro. In questo campo, siamo davvero in grande espansione.

 

 

DS: Cosa significa per te la parola modernità?

OS: Penso che modernità significhi semplificare le cose.

Ma per me semplificare non significa solo “rendere minimale”, eliminare tutto fino a raggiungere l’essenza. Lo scopo principale della semplificazione è quello di creare una connessione tra gli oggetto e le persone.

L’enorme quantità e la velocità delle informazioni è diventata così complessa e ingestibile per noi, che uno dei ruoli più importanti del designer di oggi è quello di mettere le cose in ordine, e presentarle alla gente in una forma che sia più familiare e facile da comprendere.

Sono convinto che questo sia il tipo di lavoro che possiamo veramente definire “moderno”.

 

DS: A quali progetti stai lavorando?

OS: È difficile rispondere… In questo momento stiamo lavorando a 400 progetti.

 

DS: Ma c’è qualche cosa che non hai mai fatto e che vorresti progettare?

OS: Mi piacerebbe disegnare albergo. Il progetto di un hotel contiene di tutti gli elementi del design.

L’architettura, naturalmente, ma anche gli interni e gli arredi per ogni camera, le amenities, la caffetteria, il ristorante e così via. Per me sarebbe una sfida molto interessante.

 

DS: L’ultima domanda: com’è la tua casa?

OS: È molto essenziale. Ti racconto questa cosa: una rivista giapponese è appena venuta a vedere la mia casa per un articolo su come disporre le cose e io ero molto preoccupato perché in casa ho pochissimi oggetti. L’editore mi ha detto “Non ho mai visto prima d’ora delle stanze e degli ambienti in cui le persone vivono in questo modo.”

E l’articolo è uscito con questo titolo ” The living space with no products.”

www.nendo.jp

Guarda anche gli altri progetti di Nendo su Design Street.

Tra questi:

… e tanti altri!

 

ENGLISH VERSION

DS: Let’s start with a question about your life: when did you realise you would become a designer? When was Nendo Studio born?

 OS: I graduated in 2002 with an M.A. in Architecture from the prestigious Waseda University, Tokyo. When I went to Salone Internazionale del Mobile for the first time in 2002, it was a big impact for me to see the designers playfully designed both products and installations. In Japan people who have studied architecture, usually only design architecture, interior designers design interiors and product designers design product. But I wanted to design more flexibly, transcend genres. That is why I started nendo.

  DS: The biggest difficulties and satisfactions in your “quick” professional growth?

 OS: Well, I don’t know if its “quick” or not but I’m focusing on what I’m doing at the moment. I’m very happy to be able to design things and continue as a designer.

DS: What aspects of your work have changed in recent years?

 OS: Actually, nothing much has changed. It’s really that same process. I look for small things that can gradually develop to make big changes. It’s like the media—before it was the radio and television and newspapers that provided information, but now everyone can provide information. It’s the small things that people notice—if somebody on the other side of the Earth finds something interesting, the next day everyone knows. It’s like a virus. The process is more or less the same for design. We try and think of small ideas that become like a virus. I’m trying to look for smaller and smaller ideas that affect people’s emotions in a way. I think it’s those small things that make people’s lives so rich and comfortable. It’s always about giving people a small smile in the end.  I think the best way flexible moment to moment.

DS: Your planning method. How do ideas become concrete projects?

 OS: It’s really the story that’s the most important thing for myself. When I meet a new client, if I can’t come up with a nice story for them then it’s really difficult for me to proceed with that project. The process is fairly basic. I start from rough sketches, I’m not a good skecher, and then we move to renderings and models. I have a feeling that when you’re a good sketcher, when you draw pictures and sketches in a very beautiful way, it makes the story a bit blurry. The simpler the sketches, the better the story is I think.

 DS: Your design is said to be “minimalist and poetic” at the same time. How Japanese culture and tradition influenced your work?

 OS: I guess the place I was born and grew up until 10 was influenced me. I was born in Canada and came back to Japan when I was 10 years old. The place I grew up in Canada was very rural. That’s why I got a cultural shock when I moved to central Tokyo. Everything looked fresh and interesting to me. Because of this experience, I can easily find extraordinary or fun things in everyday life.

DS: Who inspires you and what field do they belong to? Is it cinema, art, design, architecture?

 OS: I’ve noticed that rooting work in everyday life really helps me and works to my design. If you keep on repeating things every day you notice the small differences, and I feel those small differences become my design sources in a way.

 DS: What do tou think about Italian design?

 OS: Definitely the speed of the process, Made In Italy is very, very quick.   Italian companies are really looking for new ideas, new materials, new designers. To get a prototype made is not hard – it gets shown at the Furntiture Fair, and if they don’t have good feedback, the prototype just will not go into production. If the prototype sells, it gets into the catalogue – but if the demand does not endure, the next year, its out of the catalogue… the process is very quick, compared to other countries.   It’s this approach I think, that generates this energy.

 DS: Which do you think are the new capitals of the design? Do Milan plays today the same role of yesterday?

 OS: I think Milano is still Milano for me. Milano is playing important role. Recently, I think number of Asian designer is increasing. I think it is very interesting both European and Asian design interact with each other.

 DS: Would you advise a young person to start a career in design? 

 OS: Enjoy designing!

DS: Design means aesthetics but also functionality: two different ways of looking at the same thing. What do you think?

 OS: Three words to describe my deisgn are functional, simple, and friendly. I like my designs very simple. But I don’t want to make them cold. It needs a pinch of humour or friendliness.  For me, the role of design is about solving things about finding new solutions. Also, it is about what kind of story you can find behind the object,  whether it’s product or architecture or graphics. It is all the same to me.

 DS: Which do you think are your main areas of interest for the future?

 OS: We are shifting more into architecture. We are working on a big shopping centre in Bangkok at the moment. We are designing a station with parks and cafes and theatres and stuff like that, very close to Kyoto in Japan. We are going to start working on private houses as well. So that is one thing. The other thing is that we are going to start working more in branding and consulting. Design consulting for a lot of big Japanese companies. It is getting very dynamic. It is not only about designing one single object – we have to design the entire company and we have to take care of space design, objects, branding and whatever. It is really expanding.

 DS: Which object ultimately represents modernism?

 OS: I think that “modern” is about simplifying things. This isn’t the same as minimalism, where you completely strip something down to its most essential parts. The aim of “simplification” is to create a connection between an object and people.

Today, the sheer amount and speed of information has become so complex and unmanageable for us that one of the most important roles as a designer today is to put things in order, and present them to people in a form that is easy to understand and familiar to them.  I feel that that’s the kind of work which we can truly call “modern”.

 DS: Any new projects for you?

 OS: Yes. We are now working on 400 projects.

 DS: Any piece you would like to try designing?

 OS: I’d like to try hotel. Designing hotel contains every element of design.  Architects, of course, interior and furniture for each room, product for amenities, café, restaurant, and so on. Sounds very interesting.

 DS: What does your own place look like?

 OS: Very minimalistic. Japanese magazine just visited my house for the article of “storage” and I was worrying that I have nothing to “storage.” The editor told me “ I’ve never see the room and place where people live like this before.” And the title of the article was “ The livng space with no products.”

 

 

 Design Street intervista Paola Navone

In occasione dell’inaugurazione del nuovo showroom a Milano di Gervasoni, la nostra Chiara Gattuso incontra per Design Street la designer e art director Paola Navone, una delle “signore del design” che ha lasciato più il segno nel design italiano.

DS: Com’è nata la sua passione per la progettazione?

PN: Per caso, come tutte le cose della mia vita! Ho sempre fatto il contrario di tutto quello che mi dicevano di fare, tra cui studiare architettura; e poi ho avuto la fortuna di incontrare dei professori interessanti, ad esempio ho visto l’ultima lezione di Mollino: era spettacolare, disegnava nella lavagna con due mani in prospettiva. Sapeva incantarti!

Poi ho scoperto che in giro per il mondo stavano succedendo cose molto interessanti. Io ho studiato a Torino, che era una città molto chiusa, e ho scoperto che c’erano altre strade e città dove c’era la voglia di creare e inventarsi. Ovunque la gente trovava per strada giovani architetti che presentavano cose assurde e utopiche, capace di sconvolgere il mondo della progettazione. Vedi un po’ gli Archigram, con i quali gli oggetti diventavano architettura e viceversa, o Superstudio, che realizzavano architetture che sembravano fossero in un movimento continuo, che spalmavano l’architettura come fosse una tela sul territorio. E altri artisti.. Insomma, mi sono incuriosita e andavo per strada come in una caccia al tesoro.

Ad un certo punto ho scritto la tesi, cercando di sbrigarmi con l’università, perché ero stanca di fare la studentessa e non vedevo l’ora di lavorare.

Per un periodo sono stata in Africa e ad un certo punto ricevetti una chiamata di Mendini, dicendomi che la mia tesi aveva fatto il giro dell’Italia.

Da lì, il boom! All’epoca Mendini dirigeva Casabella, e mi ha chiesto di venire a Milano per aiutarlo nella scrittura di alcuni libri per la rivista. E così ho iniziato a lavorare.

Poi ho cominciato a fare il mestiere di architetto e tutto è venuto per caso.

DS: Tra gli anni ’70 e ’80 ha lavorato insieme a altri grandi maestri del design come Mendini, Sottsass e Branzi per il gruppo Alchimia, che è stato un grandissimo punto di riferimento del design Italiano. Quali sono state le più grandi caratteristiche del momento e cosa vi incuriosiva?

PN: In quel momento ero una ragazza. Ho avuto l’opportunità di conoscere Guerriero e Mendini, e così ci siamo lanciati in questa avventura meravigliosa. Facevamo tutto da soli, presentando durante il Salone ogni forma di lavoro di questo esperimento emergente e straordinario, che purtroppo penso che la generazione di oggi non ha avuto.

C’era la voglia di non fermarsi, perché ci confrontavamo di continuo con un mondo pieno di creatività e voglia di fare; così affascinante che noi non volevamo stare a guardare, ma volevamo dare un nostro contributo. E quindi facevamo delle dichiarazione di intenti e di rottura, nella simmetria, nelle figure, nei “non colori”, l’attribuire importanza alla superficie degli oggetti e meno alla struttura… progettavamo la “pelle” prima di fare l’oggetto.

Da qui anche il mio interesse nel lavorare con Abet Laminati, per i quali giocavo sulla bidimensionalità e sulle dimensioni. Quello era un periodo meraviglioso!

DS: Qual è l’evoluzione che ha avuto il design italiano da quel momento ad oggi? Esiste più il design italiano?

PN: Il design italiano oggi, secondo me, è in un momento di stallo. Di sicuro non c’è il design che ho vissuto io quando ero studente, quando il Paese cercava di dare una risposta al Dopoguerra. Da ogni incontro generazionale, anche al bar, nasceva la voglia di fare qualcosa, e le aziende erano anche curiose di conoscere i giovani progettisti. Era un momento molto speciale!

Di sicuro adesso questo momento manca, e come dicevo prima, i giovani designer hanno bisogno di essere spronati e incuriositi.

DS: Il suo design e il suo modo di progettare in generale è caratterizzato dalla contaminazione di culture differenti. Come il mondo esterno si combina con i caratteri del design italiano?

PN: In realtà non penso ci sia un metodo. Io viaggio tantissimo e riporto nei miei progetti quello che ho assimilato e mi ha affascinato. Può essere anche un semplice viaggio al supermercato, dove qualcosa ti colpisce, fa parte di te e lo riporti quasi involontariamente nei tuoi progetti. Non è qualcosa che ti devi imporre, ma deve venire spontaneo. Tutto quello che ti piace finisce in un bidone e poi quando ti serve esce fuori. Ognuno deve mettere passione in quello che fa, e non solo studiare!

DS: Segno distintivo del suo design, infatti, è la cura del dettaglio, che rende i suoi prodotti riconoscibili. Quanto il dettaglio per lei è fondamentale?

PN: Non riesco a dare delle risposte in assoluto, probabilmente perché in realtà non ci sono! Neanche saprei dire se è il dettaglio a dare carattere agli oggetti. Ti capita solo che istintivamente butti fuori tutto quello che i tuoi occhi hanno imparato, e ti ha emozionato.

DS: Lei si considera più architetto o designer?

PN: Niente! ne l’uno ne l’altro! Cerco soltanto di divertirmi quando progetto. 

DS: Lei ha lavorato per alcuni dei più grandi brand di design, basta citare il fatto che lei è art director di Gervasoni, ma ha lavorato anche con Knoll, Alessi, Dada, Molteni, Driade ed altri. Come si costruisce il rapporto con altre aziende che hanno visioni e modi di approcciarsi differenti?

PN: Io ho sempre avuto ottimi rapporti con le aziende e non ho mai lavorato imponendomi di fare qualcosa. Se non voglio disegnare, non disegno! Ovviamente lavorando con aziende diverse, si creano rapporti speciali e identità diverse che produrranno idee diverse.  Anche se possono esserci degli scontri, è bello lavorare insieme ad altri gruppi.

 DS: Se fosse un oggetto, quale sarebbe e perché?

PN: Bella domanda! Peccato che non saprei come rispondere, è difficile scegliere! Se dovessi scegliere un elemento, adesso direi l’acqua; un oggetto… il letto! Sì, vorrei essere un letto, così puoi dormire quanto vuoi! o un bel divano grande e comodo.

DS: Che consigli darebbe ai giovani designer?

PN: Aprite gli occhi, andate a spasso e non annoiatevi mai!

Intervista di Dario Negri

D.S.: Chi è la designer Nika Zupanc, da dove arriva la tua vocazione? Ti conosciamo ormai da qualche anno per le tue collaborazioni ai massimi livelli (da Moroso a Moooi), quando c’è stata la vera svolta nella tua carriera?

N.Z.: Il Design, e in particolare il design di arredi e complementi, è sempre stato il mio più grande amore e la sfida personale più importante.  E’ un mestiere che allo stesso tempo mi consente di esprimermi e di svolgere una costante e profonda ricerca, attraverso la quale sento l’esigenza di dare nuovi contributi e significati a questo mondo. Dopo essermi diplomata all’Academy of Fine Arts and Design ho cominciato subito a lavorare in proprio, sviluppando le idee e le ispirazioni che mi arrivavano dalla vita quotidiana e trasformandole in design e oggetti. Nel 2004 e nel 2005 ho conseguito diversi riconoscimenti in campo internazionale, e dal 2005 al 2008 ho portato le mie creazioni praticamente ovunque, agli eventi più importanti da Londra a Milano a Hong Kong. Questo mi ha permesso di avere una grande visibilità, e mi sono trovata nella condizione di confrontarmi con le persone più incredibili e influenti del mondo design, che hanno cominciato ad apprezzare il mio lavoro e a cercarmi. Ho iniziato quindi a collaborare nel 2008 con Moooi e Moroso, nel 2009 ho pubblicato la mia collezione personale per la prima volta al Superstudio Più e oggi ho una collaborazione con Rossana Orlandi su progetti “limited edition”. Penso che il vero “turning point” per la mia carriera sia stato la decisione di Moooi di produrre la mia “Lolita Lamp”.

D.S.: Potremmo dire che i tuoi progetti,  paragonati a tutto quello che si vede in giro, siano, come dire, diversi. C’è sempre una sottile linea che collega un mix di innocenza, sensualità, ironia ed eleganza e viene spontaneo pensare “Wow! quello deve essere un progetto di Nika!”. Qual è il tuo approccio alla creatività e la tua fonte di ispirazione?

N.Z.: L’ispirazione è parte di me. Risiede nella mia vita quotidiana e nelle situazioni più comuni, nei  piccoli dettagli… anche le immagini e le parole sono grandi risorse e fonte di ispirazione. Cerco di mixare quello che provo, in modo molto personale, con la filosfia dell’azienda per la quale sto lavorando. Inoltre vedo il design contemporaneo come uno strumento eccezionale e un capitale semantico che mi permette di trasformare semplici oggetti di uso quotidiano in un commento intellegibile per la società contemporanea. Voglio sfidare il razionale, il sobrio e l’utilitario dando voce all’intuito, all’eclettismo e all’intimità.

D.S. Prodotti iconici o funzionali? Quanto pesa la ricerca di un equilibrio, se c’è, tra queste due categorie?

N.Z.: Penso che un prodotto iconico non sia semplicemente un prodotto bello da vedere ma debba necessariamente essere nello stesso tempo innovativo, funzionale, smart e avere quel certo “X-Factor” che gli conferisce una particolare identità, una storia, un valore aggiunto.

D.S.: Qual è il prodotto al quale ti senti più legata?N.Z.: In verità mi sento molto vicina a tutti i prodotti che ho realizzato, ma probabilmente il mio preferito è ancora il primo, la Lolita Lamp. D.S.: Il dream-project che ancora non sei riuscita a realizzare?

N.Z.: Disegnare un’automobile!

 

D.S.: C’è un materiale con il quale ti piace lavorare in particolare?

N.Z.: No, al contrario, mi piace molto sperimentare, provare le novità, giocare con i materiali e imparare attraverso ogni esperienza. Penso che si debba essere assolutamente aperti ai nuovi materiali e alle tecnologie, per combinarli alla ricerca di nuovi e inaspettati risultati.  

D.S.: Qual è la tua opinione in merito al mondo del design contemporaneo?

N.Z.: Credo che essere un designer oggi voglia dire esercitare una professione di grande responsabilità, e penso che noi designers dovremmo essere molto critici verso le nostre stesse idee, selezionando quelle che siano veramente degne di essere prodotte. Ritengo anche che la sostenibilità sia un valore chiave che deve essere indirizzato, non solo attraverso l’uso di determinati materiali ma anche attraverso il tentativo di disegnare oggetti con un lungo ciclo di vita e di utilizzo, che possano essere usati e apprezzati anche dalle prossime generazioni.

www.nikazupanc.com

  

Design Street intervista GamFratesi, il duo di designer italo-danese che si sta imponendo come uno dei più creativi e ricercati studi internazionali. Li abbiamo incontrati durante il Salone del Mobile 20116 nello stand Porro, per il quale hanno disegnato la panchetta Traveller in metallo e cuoio.

DS: Com’è nato il duo Gamfratesi?

GF: Ci siamo conosciuti laureandoci entrambi architettura in Italia e in Danimarca. Ci piace dedicarci sia nel mondo dell’architettura che in quello del design, lavorando in diversi paesi per il mondo, anche a distanza. Il nostro duo è nato un po’ casualmente, semplicemente perché ci siamo trovati bene a lavorare insieme e ci completiamo a vicenda. I contatti progettuali sono stati la chiave per far nascere il nostro studio.

DS: Design italiano e design danese. Cosa hanno in comune e come si contaminano tra di loro?

GF: Sicuramente hanno in comune la tradizione. Entrambi hanno un forte approccio al design e nella ricerca sul design. In Danimarca abbiamo studiato prevalentemente l’Arts&Crafts, e dall’Italia abbiamo preso la progettualità legata al prodotto. Quindi da un lato abbiamo la tradizione e la ricerca di un certo tipo di qualità, dall’altro abbiamo preso l’innovazione e la spinta netta nel trasmettere un messaggio.

DS: Il vostro design si basa, infatti, sull’analisi della tradizione, rivisitata grazie alle tecnologie e con un attento studio del materiali. Ma da cosa nasce il concept dei vostri progetti?

GF: Lavoriamo in maniera differente: a volte possiamo esser legati ad un brief e a ciò che richiede la realizzazione di un determinato prodotto, oppure lavoriamo sulla nostra interpretazione del prodotto. Ci piace lavorare su prodotti che hanno meno impatto commerciale, ma sono più comunicativi, che riescono a trasmettere un messaggio e che sono legati ad un approccio più concettuale e basato sulla qualità. Oppure lavoriamo più sulla funzione del prodotto e alla ricerca umana: cerchiamo di interagire con quelle che sono le esigenze e i comportamenti delle persone attraverso l’interazione con il prodotto, per trasmettere un sentimento positivo.

DS: L’attenzione verso l’utente sta diventando più presente nel mondo del design..

GF: Sicuramente, soprattutto in questo periodo di difficoltà, in cui si cerca di avvicinarsi di più ai problemi sociali. Con il design si tende a riportare il vero valore dell’oggetto, della scelta del materiale.

DS: In questo senso si sta diffondendo sempre più il concetto di personalizzazione, che solitamente non viene compreso a fondo. Cos’è la personalizzazione nel mondo del design per voi?

GF: Può essere semplicemente un gesto che cambia un comportamento. Può essere anche un piccolo dettaglio, ma capace di cambiare completamente il modo di approcciarsi, e il prodotto instaura un dialogo con l’utente. Noi l’abbiamo sperimentato in tanti prodotti, cercando di creare un’intimità, che può essere con se stessi, con gli altri, o con gli oggetti.

DS: Voi lavorate con tantissimi materiali, ma c’è qualche materiale nello specifico a cui siete più interessati?

GF: Ogni materiale presenta una sfida, ed è interessante l’approccio con cui colleghiamo il progetto al materiale. Questi sono tanti e cerchiamo di occuparci un po’ di tutte le tipologie. Il materiale può essere il punto di partenza, ma forse è più interessante la ricerca che ci sta dietro. Noi prediligiamo i materiali e le tecnologie tradizionali, ma guardandoli con un occhio contemporaneo.

DS: I vostri progetti sono stati classificati nella categoria del “minimalismo”. Ma come definite voi il minimalismo? Si basa più sulla semplicità delle forme o sulla ricerca dell’utilità dell’oggetto?

GF: Per noi è l’onestà quella che conta, che può essere anche la condizione della costruzione, considerando solo quello che realmente serve. A volte sta nella concentrazione dei dettagli, che vengono fuori durante il processo di realizzazione. Forse per questo abbiamo lavorato sempre con le macchine, per imparare noi stessi e meravigliarci delle sorprese che a volte vengono fuori.

DS: C’è un progetto che ancora non avete affrontato ma che vi incuriosisce realizzare?

GF: Noi affrontiamo tantissimi temi, che vanno dall’architettura, agli allestimenti, ai progetti… Quindi per noi l’interesse fondamentale è quello di spaziare dal dettaglio alla grande scala. Il nostro obiettivo è quello di mantenere questo rapporto tra la diversificazione dei progetti. Per questo per noi è importante applicarsi in più settori, perché ti aiuta ad aprirti con la mente e trovare degli aspetti inaspettati del progetto.

DS: Secondo voi, come si sta evolvendo il Fuorisalone?

GF: Sicuramente c’è differenza tra il Salone e il Fuorisalone. Durante il Salone, noi presentiamo più i prodotti perché abbiamo un contatto diretto con i visitatori e i professionisti. Il Fuorisalone è uno spazio più creativo, dove noi preferiamo giocare più con gli allestimenti e sentirci più liberi.

DS: Che progetti avete dopo questa edizione del Salone del Mobile?

GF: Attualmente abbiamo tanti progetti in corso, perché il Salone è soltanto una tappa del nostro lavoro. Stiamo riconfigurando alcuni progetti, lavorando per un interno e stiamo curando gli allestimenti per Hermes in Giappone. In più abbiamo realizzato la nostra prima collezione di display.

DS: Un consiglio per i giovani designer.

GF: Applicarsi tanto e avere pazienza nel riuscire a vedere i prodotti finiti e aspettare le collaborazioni, che arrivano molto lentamente. Applicarsi al massimo e sì, avere tanta pazienza.

http://gamfratesi.com

 

In occasione del Salone del Mobile abbiamo incontrato Piero Lissoni, architetto e designer, col quale abbiamo fatto quattro chiacchiere sul mondo del design, all’interno dello stand Porro.

.Piero LissoniDS: Cos’è per lei la progettazione? Come ha capito che la progettazione sarebbe stato il suo futuro?

PL: Io credo di esserci nato, di aver cominciato a progettare perché era quello che sapevo fare; poi come farlo e in che modo progettare è venuto fuori dopo. L’idea della progettazione intesa come tentativo di fare delle cose è una caratteristica un po’ fuori misura per un bambino, e io non sono cresciuto come un nerd, ma come un “monello di strada”, però penso che la progettazione ha sempre fatto parte di me. La progettazione è uno stato tra il mentale e il culturale, sono due mondi che si elidono, si incrociano e si toccano.

Piero Lissoni
Divano “Dumas” per Living Divani

DS: Lei preferisce definirsi più architetto o designer? E come integra l’architettura nei suoi progetti?

PL: Architetto! Perché io ho studiato architettura al Politecnico di Milano, e questa è una facoltà scientifica e umanistica allo stesso tempo. Un architetto che si laurea a Milano, o per lo meno chi si è laureato nel mio stesso periodo, ha imparato la capacità di saper fare tante cose. Vitruvio stesso dedica in un trattato questa idea rinascimentale di saper fare tante cose contemporaneamente, facendo un elenco quasi infinito di competenze. Quindi direi architetto, rigorosamente architetto!

Piero Lissoni: Tavolo Per Cassina
Tavolo “9” per Cassina

DS: Secondo lei, come si è evoluto l’insegnamento all’interno del Politecnico?

PL: Penso si sia evoluto in piccolissimi settori, e secondo me l’evoluzione è stata molto cruda. I politecnici hanno portato un’evoluzione incredibilmente positiva nei confronti dell’ingegneria. Questo lo vedo meno nell’architettura, perché è stata divisa in due zone (Bovisa e Leonardo), e in più adesso c’è la suddivisione in vari settori di carattere anglosassone. Quindi da un certo punto di vista, io ritornerei un pò indietro, a quello che era l’architettura prima, semplicemente perchè alcune volte il passato è molto più intelligente di quello che ci siamo costruiti. Nonostante questa mia opinione, non si può discutere che il Politecnico sia una delle eccellenze mondiali, anche se ormai i modelli di insegnamento sono abbastanza simili in tutte le università del mondo. Ma sono molto positivo.

Piero Lissoni
Credenze “Commodore” per Glas Italia

DS: A cosa si è ispirato alle nuove novità per questa edizione del Salone del mobile?

PL: In realtà non c’è nessuna ispirazione, o semplicemente c’è un’evoluzione. L’ispirazione è sempre un po’ casuale, mentre l’evoluzione del progetto è un pensiero a cavallo tra la logicità e il colpo di fortuna, però è un processo. Secondo me, bisogna levarsi dalla mente di raggiungere i modelli innovativi.

Piero Lissoni
Sedia “Piuma” per Kartell

DS: Secondo lei, come si è voluto il design italiano? C’è ancora la ricerca dell’oggetto iconico o si ci vuole basare più sull’utilità?

PL: In realtà nessuno ha mai voluto realizzare un progetto “iconico”, ma se lo diventa è perché, grazie a una specie di chimica misteriosa, il progetto sopravvive, si ritrasforma e ritorna fuori di nuovo. Chiunque faccia questo mestiere, deve uscire dall’idea di riuscire a progettare qualcosa di intramontabile. Usando un eufemismo, “per colpo di fortuna” alcuni progetti diventano iconici, ma non per questo tutti sono i migliori e quelli più giusti. Forse per quanto riguarda il design italiano di oggi, possiamo parlare di icone soltanto fra vent’anni. Nella realtà, tutto quello che viene presentato al Salone del mobile, il 99% scompare e viene dimenticato. Non bisogna pensare che una volta che si è avuto “un colpo di fortuna”, si avrà per sempre! Pensiamo un po’ alla storia dei Rolling Stones.

 

DS: Qual è il consiglio che vuole dare ai giovani designer?

PL: Come ho già detto, consiglio di essere multitasking, e di non fermarsi al saper fare solo una cosa. Ma soprattutto di stare con “i piedi per terra”, perché il mondo della progettazione non è così semplice come sembra.