Design Street intervista lo studio Basaglia + Rota Nodari. Tra Design Management e riflessioni sulla casa del futuro.

Abbiamo incontrato Alberto Basaglia e Natalia Rota Nodari nel loro nuovo studio di Milano. Uno spazio pensato come luogo di relazioni, da condividere con le aziende partner, che va ad affiancarsi al loro storico ufficio di Bergamo.  

Coppia nella vita e nel lavoro, Alberto Basaglia e Natalia Rota Nodari aprono lo studio Basaglia + Rota Nodari nel 1997. 26 anni di progetti dedicati all’industrial design e all’architettura che sono frutto di un rapporto sinergico con le aziende. Un approccio oggi da loro sintetizzato con uno standard metodologico: Start-In, parola che indica un modello di Design Management basato sulla capacità di comprendere e disvelare le potenzialità inespresse di un’azienda. 

Ecco cosa ci hanno raccontato. 


Guarda il nostro articolo Cos’è il Design Management


D.S. Partiamo dal passato. Com’è iniziato il vostro percorso professionale?

Natalia Rota Nodari: Ci siamo conosciuti durante gli studi di architettura al Politecnico di Milano. Quindi eravamo già abituati a lavorare insieme per i progetti da presentare all’università. Dopo la laurea io ho collaborato con uno studio di architettura per due anni, dove mi sono occupata di progettazione, mentre Alberto ha cominciato a lavorare per uno studio di design a Milano. Dopo due anni abbiamo pensato di fondare il nostro studio, unendo queste due anime: architettura e design.

D.S. Come nascono i vostri progetti? Lavorate insieme o vi dividete i compiti? 

Natalia Rota Nodari: Non lo abbiamo mai pianificato, in realtà. Alberto è più tecnico, più razionale, più rivolto all’obiettivo. Io ho una visione più globale e sono più attenta alla parte emotiva e al rapporto con il cliente. Ma non c’è una vera e propria divisione dei ruoli. C’è una dialettica continua. Ed entrambi ci occupiamo di tutto: dall’ideazione alla produzione, fino alla comunicazione. Quello che ci caratterizza è la capacità di vedere le potenzialità delle aziende e poi sviluppare idee e progetti che possano tradursi in obiettivi.

D.S. Il vostro approccio progettuale si basa su uno standard metodologico che avete chiamato Start-In. Potete spiegarci in cosa consiste questa metodologia?

Alberto Basaglia: È un approccio che adottiamo da diversi anni. Nel 2013 la Fondazione Achille Castiglioni ha dedicato una mostra al nostro metodo di lavoro. Si chiamava “Sinergie alternative” e raccontava questa nostra idea di creare una sinergia con l’azienda per trovare soluzioni alternative, incrementando così brand identity e fatturato. Allora non era una metodologia in uso nelle aziende medie e piccole. Dopo la crisi del 2008 le aziende si stavano, però, mettendo in discussione perché erano finiti i tempi in cui andava bene qualsiasi cosa.
Adesso si parla molto di design strategico. All’epoca i margini erano diversi. I mercati erano più aperti, c’era molto meno concorrenza, c’era una fascia intermedia che poi è scomparsa. In seguito queste sinergie alternative si sono trasformate in Start-In, perché è diventato proprio un metodo che abbiamo cercato di teorizzare e di sintetizzare. Start-In si contrappone a start-up. Perché se la start-up fa riferimento a qualcosa di completamente nuovo, la start-in cerca, invece, di creare un mercato complementare, con prodotti nuovi che permettano di migliorare l’azienda.

D.S. Un esempio di questo approccio progettuale?

Alberto Basaglia: La collaborazione con Pedrali. Abbiamo cominciato a lavorare con l’azienda nel 2009, creando il catalogo dedicato all’illuminazione. E nella presentazione della prima lampada non abbiamo fatto vedere subito il disegno. Quello era secondario, perché si trattava soprattutto di un approccio strategico. Visto che Pedrali produceva tavoli e sedie, abbiamo pensato che avrebbe potuto completare l’offerta con una lampada. Così l’azienda avrebbe mantenuto lo stesso mercato, creandosi però una nuova opportunità.
Natalia Rota Nodari: Ci siamo chiesti perché Pedrali avrebbe dovuto realizzare una lampada. Pedrali è un’azienda di complementi, quindi anche la lampada andava pensata in quell’ottica. Per questo abbiamo studiato per loro un progetto che fosse un sistema.
Alberto Basaglia: Abbiamo, inoltre, immaginato una lampada che fosse realizzata con poche componenti, dato che la parte elettrica è la più complessa. Ad esempio, ci siamo inventati un rosone a 6 uscite, un progetto che permette di attaccare 6 lampade con un unico interruttore. Una vera rivoluzione che è stata particolarmente apprezzata negli autogrill per la semplicità del montaggio. Erano proprio gli elettricisti a richiedere queste lampade.

D.S. Quindi, l’aspetto più importante per voi è la funzionalità del prodotto?

Alberto Basaglia: A fare la differenza è soprattutto l’innovazione silenziosa. Penso ai pouf che abbiamo progettato per Viganò & C., dove con un semplice taglio abbiamo creato un sistema che permette di inserire diversi accessori. Oppure a S’Mesh, la sedia per Diemmebi che si assembla senza viti grazie a un sistema brevettato a incastro. Un processo che permette di dividere la sedia in 2 secondi a fine vita, rendendo il prodotto sostenibile. Ovviamente c’è anche l’estetica, ma quello per noi è un fatto scontato.

D.S. Per FAS Pendezza avete disegnato dei tavoli da gioco. Com’è progettare un gioco? E quanto è importante il gioco nella vostra vita professionale?

Natalia Rota Nodari: FAS Pendezza è un’azienda con una storia lunga 60 anni. Quando si sono rivolti a noi erano in un momento di difficoltà perché i loro concorrenti importavano dalla Cina. Una volta analizzato il mercato, ci siamo resi conto che c’era una fascia scoperta nel mezzo e abbiamo pensato di inserirci lì.
I prodotti di FAS Pendezza hanno caratteristiche di resistenza. Chi gioca al calciobalilla a livello professionale è, infatti, piuttosto irruento. Quindi, questo è un aspetto fondamentale da valutare quando si progetta un gioco da tavolo.
Invece, per quanto riguarda il nostro approccio al gioco, direi che ci divertiamo sempre quando progettiamo.
Alberto Basaglia: Sì, ci divertiamo molto, ma più che per i giochi, io coltivo un interesse per gli oggetti. Quando vado in giro, mi piace raccogliere oggetti e capire come funzionano. Un interesse legato al mio amore per la tecnologia, una disciplina che secondo me dovrebbe essere insegnata di più nelle università.

D.S. L’arredamento outdoor ha visto una vera esplosione ultimamente. Voi vi siete avvicinati a questo mondo qualche anno fa con Diemmebi. Come si è sviluppata negli anni la collaborazione con l’azienda?

Alberto Basaglia: Dopo la crisi del 2008 Diemmebi si è rivolta a noi, chiedendoci di realizzare collezioni per la casa. Studiando l’azienda e vedendo la loro straordinaria produzione in metallo, abbiamo capito che sarebbe stato meglio puntare sull’arredo urbano. All’epoca, infatti, le proposte del settore erano molto limitate e questo poteva essere un plus per loro rispetto ai concorrenti.
Natalia Rota Nodari: Abbiamo creato collezioni che si potessero ampliare negli anni e che avessero un’estetica senza tempo. La nostra idea è di non avere troppi prodotti. Un concetto che permette anche di ridurre i costi di produzione, sempre secondo la metodologia Start-In.

D.S. Siete stati tra i primi a introdurre il colore nel mondo dell’ufficio con Viganò & C. Perché questa scelta?

Natalia Rota Nodari: Noi lavoriamo molto con il colore perché il colore è gioia, è vita. Non avevamo mai collaborato con aziende del mondo office. Quando siamo andati da Viganò & C. e abbiamo visto i tessuti colorati che c’erano in produzione, abbiamo pensato: perché non usare tutto questo colore? E devo dire che la cosa ha funzionato molto bene.
Alberto Basaglia: All’ultima edizione di Orgatec abbiamo visto che quasi tutti hanno seguito questa tendenza. Ormai nell’arredo da ufficio il colore è protagonista.

D.S. Dopo l’uso del colore, come prosegue la vostra collaborazione con Viganò & C.?

Natalia Rota Nodari: Stiamo rivedendo tutti i tessuti. Prima i tessuti dell’azienda erano tecnici, adesso stiamo introducendo tessuti più tattili, più strutturati, più caldi.
Alberto Basaglia: Pensiamo che non si debbano presentare novità ogni anno. Sempre per Viganò & C., ad esempio, ci siamo occupati del re-design di alcuni prodotti. Progetti un po’ datati nell’estetica, ma ancora funzionali. Invece di progettare qualcosa di nuovo, abbiamo preferito ridisegnare tutta la collezione per attualizzarla, senza costringere l’azienda a produrre nuovi stampi. Una scelta sostenibile sia in termini ambientali che economici. Così l’azienda può investire quei soldi in altro.

D.S. Un progetto a cui non avete mai lavorato e che vi piacerebbe realizzare?

Natalia Rota Nodari: Ci piacerebbe lavorare nel mondo dell’hotellerie. In generale, diciamo che amiamo le sfide e pensare fuori dal coro. Il fatto di non essere specializzati in un determinato campo, ci ha portato spesso a trovare soluzioni nuove. Uno sguardo esterno è più fresco. Per questo preferiamo lavorare con aziende molto diverse tra di loro.

D.S. La casa è diventata centrale per tutti noi in questi ultimi anni. Come sarà secondo voi la casa del futuro?

Natalia Rota Nodari: Secondo me non esisterà più. Sarà un mero servizio, salvo per chi potrà permettersi il lusso di avere la casa singola in campagna. Mentre nelle città diventerà sempre più un servizio come sta accadendo con le macchine. Oggi quasi più nessuno ha la macchina nelle grandi città, chi ha bisogno la noleggia. Nel corso di una vita le esigenze cambiano velocemente. Le famiglie aumentano, diminuiscono, si dividono, si accorpano. È tutto molto più fluido e l’edilizia non ha questa fluidità. Anche un capannone con pareti mobili non è così facilmente modificabile. Perciò bisognerà pensare a un nuovo sistema.

D.S. Un consiglio che dareste a un giovane che volesse diventare un designer?

Alberto Basaglia: Innanzitutto, bisogna conoscere le nuove tecnologie. Il disegno deve esserci per forza, però per innovare non si può prescindere dalla tecnologia. E poi considero fondamentale la conoscenza della storia del design e lo studio dell’azienda per poter produrre qualcosa che abbia un senso.
Natalia Rota Nodari: Allontanare le velleità di visibilità. La fama viene dopo. Essere artisti è un’altra cosa, non significa fare il designer. È bello quando questi due mondi si incontrano, ma non sono la stessa cosa. Pensiamo a Philippe Starck. Lo conosciamo tutti perché è una super star, ma nel suo lavoro c’è tanta cultura e tanta conoscenza delle tecnologie.

Author

Una laurea in Lettere Moderne e un amore sconfinato per il design. Mi occupo di comunicazione, creando contenuti per agenzie di comunicazione, studi di design e aziende di arredamento.

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