Design Street intervista l’architetto Massimo Iosa Ghini. Tra progetti, curiosità e l’invito a circondarsi di anime belle. 

“Bisogna circondarsi di anime belle”. È questo l’invito che Massimo Iosa Ghini ha rivolto ai giovani durante la nostra recente intervista. Una chiacchierata densa di racconti e spunti di riflessione, con cui abbiamo ripercorso i quasi 40 anni di attività del noto architetto bolognese. 

Personalità tra le più eclettiche del mondo del progetto, Massimo Iosa Ghini comincia il suo percorso professionale negli anni ’80, aderendo alle avanguardie dell’architettura e del design italiano con il  Bolidismo, movimento culturale di cui è uno dei fondatori, e con il Gruppo Memphis di Ettore Sottsass. Nel 1990 fonda lo studio Iosa Ghini Associati, sviluppando progetti nei campi più svariati: dal retail al residenziale di lusso, dagli spazi museali al product design, fino alle opere per la mobilità urbana.
Tra i suoi progetti, lo sviluppo dei Ferrari Store, la Casa Museo Giorgio Morandi, gli interni del Brickell Flatiron di Miami, la Stazione della metropolitana di Kröpcke ad Hannover, il sistema di trasporto People Mover a Bologna.

Ecco cosa ci ha raccontato. 

Quando ha capito che l’architettura sarebbe stata la sua strada?

La scintilla è scoccata alle elementari. Il mio maestro, Antonio Faeti, che è oggi un noto pedagogo, era pieno di idee innovative, e ha segnato in modo importante il mio percorso in quegli anni. A scuola ci faceva leggere “Linus”, la rivista di fumetti fondata da Giovanni Gandini e Oreste Del Buono. Una rivista estremamente sofisticata intorno a cui era raccolta tutta l’intellighenzia dell’epoca. La mia passione per il disegno è nata proprio leggendo tutta questa narrativa figurativa. E in quinta elementare, durante il colloquio di fine corso, Faeti disse a mia madre che avrei dovuto fare l’architetto. Per mia madre l’architetto aveva in sé qualcosa di esotico, si entusiasmò all’idea e il mio destino fu deciso.

È stato uno dei fondatori del Bolidismo, movimento culturale nato negli anni ‘80. Che ricordi ha di questa esperienza e quale traccia ha lasciato nel suo approccio progettuale?

Con il Bolidismo ho preso coscienza del fatto che il design non è solo materia, ma ci sono anche la forma dell’oggetto e cosa comunica l’oggetto. Diciamo che è stato per me un passaggio dal mondo deterministico, basato sull’assioma che la forma segue la funzione e che attraverso una regola si possa ottenere il meglio, alla consapevolezza di una complessità maggiore. E questo non solo con il Bolidismo, ma anche con Memphis, che è stata una esperienza importantissima per me. Potermi confrontare e collaborare con Ettore Sottsass mi ha dato tantissimo anche dal punto di vista umano.
Gli esiti di tutto quel periodo, visti oggi, hanno anche degli elementi negativi. Questo vivere continuamente in un mondo 2D, in cui le immagini sono diventate prevalenti. Però, è stato un modo per capire che la razionalità e la funzionalità erano degli elementi del menù, ma non gli unici mantra da seguire.

Architettura, interior design, allestimenti, product design, mobilità urbana. Sono tantissimi gli ambiti in cui è attivo il suo studio. C’è un fil rouge che lega tutti i suoi progetti?

Fare una produzione che non si fermi a una risposta funzionale, ma che sia innovativa e con delle idee. Cerchiamo di andare sempre oltre, di non rimanere all’interno di standard predefiniti. La voglia è quella di fare sempre qualcosa di meglio, di dare una qualità superiore, di offrire un elemento di distinzione.

Ha dichiarato di essersi focalizzato molto ultimamente sul concetto di architettura osmotica. Può spiegarci di cosa si tratta?

L’architettura osmotica è un’architettura che cerca di armonizzarsi con il contesto. Se c’è natura, sarà natura. Se c’è artificiale, sarà artificiale. Si tratta, dunque, di una progettazione di tipo adattivo. Un approccio che non si limita solo a ciò che c’è intorno nell’immediato, ma che si pone anche su una scala più ampia, guardando al pianeta. Un tema che ci dobbiamo porre tutti, ma su cui non ci sono risposte univoche. Si possono però fare dei tentativi, provando a sviluppare delle soluzioni che anche se non sono al 100% quello che vorremmo, si avvicinano al risultato ricercato. La cosa importante è avere un approccio costruttivo, riuscendo a ricavare risposte di valore anche da situazioni non del tutto positive. 

Il desiderio di vivere in armonia con la natura è centrale in Float, il divano che ha disegnato per Felis, presentato all’ultimo Fuorisalone. Può raccontarci la genesi del progetto?

Float è una rappresentazione del nostro bisogno di comfort e di naturalità. Un bisogno che risponde ai tanti timori che abbiamo oggi. Timori ancestrali che da un lato ci portano ad avere una fiducia immensa nella tecnologia, dall’altro una paura orrorifica. E questo succede anche a proposito di cose banali, legate alla quotidianità. Per esempio, c’è chi non accende il condizionatore, anche se c’è un gran caldo, per la paura di fare male al pianeta. Siamo tutti bidirezionali. I nostri comportamenti virtuosi sono spesso legati alla paura e non alla volontà di stare meglio.
La natura sicuramente va aiutata a sopravvivere, ma non è chiaro come farlo. Le soluzioni proposte sono innumerevoli. Per esempio, c’è l’idea di piantare alberi per compensare la produzione di CO2. C’è il mondo delle certificazioni ambientali. Nella progettazione degli oggetti ci sono alcune regole da seguire: dalla separabilità degli elementi a fine vita al ridurre l’utilizzo dei materiali di origine artificiale. Tante soluzioni di cui però si può valutare la qualità del risultato solo alla fine, perché la teorizzazione preliminare non è detto che porti a qualcosa di buono. 

D.S. Fiorucci, Superga, Kiko, Ferrari. Dagli anni 90 a oggi sono tanti i progetti nel retail sviluppati dal suo studio. Com’è cambiato il settore negli ultimi anni?

Vedo meno interesse verso la cornice e molta più attenzione verso il prodotto. Oggi la tendenza è di creare qualcosa che possa catturare lo sguardo, ma che sia allo stesso tempo di accompagnamento e non protagonista del progetto. Il riferimento è al mondo immateriale della vendita sul web, dove non entriamo in un contesto ma siamo su un fondo bianco, in cui vediamo prodotto, prezzo e click. Ci stiamo abituando a quel mondo lì, in cui l’esperienza potrebbe diventare un servizio. Per esempio, ci sono store di cosmetica dove le persone si trattengono perché possono fare il make-up e ricevere consigli. Si tratta, insomma, di uno spazio che assomiglia più a un servizio che a una esperienza.
Poi certo chi fa prodotti di lusso ha spazio anche per sviluppare una teatralizzazione del negozio.

Com’è cambiato il suo modo di progettare la casa dopo la pandemia?  E secondo lei come sarà la casa del futuro?

Oggi c’è chiaramente più sensibilità verso l’esterno, ci sono spazi più dilatati, l’esigenza di creare una zona di lavoro in casa. E anche i regolamenti edilizi si sono modificati in tal senso. Prima della pandemia avevamo la possibilità di progettare monolocali di 28 metri quadri, adesso lo standard minimo è di 45 metri quadri. Quindi, anche solo dal punto di vista normativo, ci rendiamo conto che le cose sono cambiate. Le case avranno metrature maggiori, le finestre saranno più grandi, per avere più luce naturale, ci saranno più spazi esterni e più verde. Il tetto verde è, infatti, un altro elemento che è diventato importante dal punto di vista normativo. Ci sono delle premialità se si progettano il tetto verde o i balconi. 

Tra le sue ultime realizzazioni c’è l’interior per la torre residenziale del Brickell Flatiron di Miami. Può raccontarci il progetto?

L’interno del Brickell Flatiron riprende le linee morbide dell’edificio progettato dall’architetto Luis Revuelta. Una morbidezza che ci è servita per creare un senso di ‘spaesamento’ utile ad amplificare la percezione dello spazio. Con uno schema rettilineo è, infatti, più facile dimensionare istintivamente gli ambienti, mentre la curva è più complicata da misurare. Non avendo tanto spazio nelle parti comuni, abbiamo dunque puntato su forme curvilinee. Il risultato è un’atmosfera molto avvolgente, nonostante le parti di ingresso siano alte 7 metri.
La torre del Brickell Flatiron misura circa 120.000 metri quadri, di cui 5.000 per gli spazi comuni che sono sviluppati su tre livelli. C’è la hall, in cui ci sono la lounge, la portineria e tutta la parte dedicata alla gestione della posta. Un servizio fondamentale perché, con 530 appartamenti e una media di 3/4 persone per casa, si tratta di una mini cittadina. I piani 17 e 18 ospitano il cinema, la kidroom, la zona bar, una piccola piscina e una community room dove si possono fare riunioni oppure organizzare feste. Nel rooftop al
64° piano, vera punta di diamante dell’edificio, ci sono la piscina panoramica, la SPA e il centro fitness.

Come dicevamo, il suo studio è attivo anche nell’ambito della mobilità urbana. Tra gli ultimi progetti, People Mover, il sistema che collega la stazione ferroviaria di Bologna all’aeroporto. Come nasce il progetto?

People Mover è un sistema molto interessante dal punto di vista tipologico perché è nato sulla scorta dell’esperienza fatta ad Hannover nel 2000, dove abbiamo progettato la stazione principale della metropolitana. A ispirarci è stata l’intermodalità sviluppata in Germania, ovvero il sistema che permette di spostarsi dalla stazione all’aeroporto nel giro di pochi minuti.
People Mover collega la stazione di Bologna all’aeroporto in circa 7 minuti. Un’infrastruttura lunga circa 5000 metri che comprende i due capolinea Aeroporto e Stazione FS e una stazione intermedia, Lazzaretto, una nuova area di sviluppo urbano, dove Sartogo ha progettato la nuova sede della Facoltà di ingegneria. La parte di cui ci siamo occupati noi comprende gli edifici del punto di arrivo nella stazione centrale dei treni, la via di corsa, il ponte e tutta l’illuminazione. Inoltre, in tutto il percorso abbiamo inserito dei pannelli fotovoltaici che producono il 35% dell’energia necessaria al funzionamento dell’infrastruttura.
Una curiosità: le stazioni non hanno l’aria condizionata. Sono pensate per avere un’aerazione naturale, con l’idea che 3/4 minuti al caldo siano sopportabili. 

Un progetto che le piacerebbe realizzare in futuro?

Mi aspetto di essere sorpreso dal committente. Per esempio, qualche mese fa mi ha contattato il referente di una Fondazione che lavora con ragazzi e bambini in situazioni di fragilità, chiedendomi di realizzare un oggetto per umanizzare le questure dove vengono portati i bambini e i ragazzi che hanno subito violenza in famiglia. Noi abbiamo pensato di creare dei giocattoli di legno, allestendo con questi giochi un angolo all’interno della questura. Io non avrei mai pensato a un progetto di questo tipo, se non mi fosse arrivata questa richiesta. 

Cosa consiglierebbe a una/un ragazza/o che volesse diventare oggi un progettista?

Gli direi di non avere paura della tecnologia, con la consapevolezza che la tecnologia ha però sempre un costo in termini ambientali. Quindi non va demonizzata, ma bisogna usarla con misura.
Ma soprattutto penso che i giovani oggi vadano rassicurati. Però, non in maniera superficiale, con una pacca sulle spalle. Io ci credo veramente che il mondo, se ha delle anime belle che riescono a partecipare, possa migliorare. Lo dico perché ho avuto degli esempi concreti nella mia vita: dal maestro Faeti a Sottsass, anime belle che ci credevano che si potesse fare meglio. E poi penso che si debba vivere con piacere. Dobbiamo uscire dal loop che, per salvare il pianeta, ci dobbiamo crocifiggere. Dobbiamo alzarci la mattina e andare in posti che ci piacciono e circondarci di persone che ci fanno stare bene. E siccome ci sono tante persone che ragionano in questo modo, dico ai giovani che devono frequentare queste persone. Bisogna frequentare anime belle.

Author

Una laurea in Lettere Moderne e un amore sconfinato per il design. Mi occupo di comunicazione, creando contenuti per agenzie di comunicazione, studi di design e aziende di arredamento.

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