La nostra intervista al designer Simone Bonanni, in occasione della sua mostra ORME negli spazi di Pianca & Partners a Milano.

Abbiamo parlato con Simone Bonanni in occasione della mostra ORME, la personale a lui dedicata, curata dall’architetto Massimo De Conti, che si terrà negli spazi di Pianca & Partners a Milano fino al 30 luglio.

ORME è il primo appuntamento del format espositivo “Di/Segno” ideato da Pianca & Partners per raccontare il design e la creatività. La mostra ci porta dentro il processo creativo di Simone Bonanni attraverso dieci illustrazioni di grande formato accompagnate da prototipi, oggetti e testi evocativi. Un percorso che si traduce in un viaggio tra ricordi ed emozioni, perché  gli oggetti sono per Bonanni “attivatori di emozioni prima che macchine performanti”.

La mostra ORME segna anche i primi cinque anni di carriera di Simone Bonanni, brillante e sensibile designer friulano, formatosi nello studio di Marcel Wanders, che ha all’attivo collaborazioni con importanti brand come Moooi, Alessi, Pianca, Fiam, MDF Italia.

Ecco cosa ci ha raccontato.

D.S.: Quando hai capito che il design sarebbe stato la tua strada?

S.B.: Sin da piccolo disegnavo molto, riempiendo di strani personaggi inventati le vecchie agende del nonno e gli angoli vuoti dei libri di scuola. In un modo o nell’altro, mi sono sempre immaginato una vita professionale nell’ambito della creatività… da piccoli è facile sentirsi degli artisti.
Dopo aver abbandonato con il tempo l’idea di diventare un pittore, decisi dopo il liceo di tentare la carriera da architetto. Mi sembrava un buon compromesso per potermi comunque esprimere in modo creativo. Gli esami di ammissione al Politecnico di Milano e allo IUAV di Venezia furono un piccolo fallimento e in quel momento il design ha rappresentato una possibile alternativa, di cui però mi sono innamorato presto.

D.S.: Mi sembra che il tuo lavoro nasca spesso da evocazioni sensoriali. Da dove deriva questa tua sensibilità e come la trasformi in progetto?

S.B.: È molto più semplice di ciò che sembra. È un cambio di prospettiva. La domanda che mi pongo è: “Come ci si sentirà al cospetto e nell’utilizzo dell’oggetto che sto disegnando?”. Per me disegnare non riguarda solamente un gusto personale, una specifica esigenza produttiva, il raggiungimento di un target price o l’espressione di un trend. È il risultato di un’analisi di come l’oggetto dovrebbe essere percepito in un dato contesto e le emozioni che dovrebbe suscitare attraverso il suo aspetto.
È proprio qui che nasce la forma. Come una risposta a un quesito, come una conseguenza.
Il mio obiettivo è disegnare oggetti in cui l’aspetto generale può essere visto come il risultato di una somma di sensazioni tradotte in segni.

D.S.: Hai affermato che gli oggetti sono attivatori di emozioni prima che macchine performanti. Gli oggetti possono farci stare meglio? E quali emozioni cerchi di trasmettere con i tuoi progetti?

S.B.: In ambito domestico (e non solo) alcuni oggetti hanno un fortissimo potere comunicativo, a mio avviso più forte dell’aspetto tecnico, ergonomico e prettamente funzionale. La forma, il volume, la sagoma, ma anche la temperatura della superficie e l’odore possono influire sul nostro stato d’animo in maniera sottile ma costante, determinando alla lunga la nostra relazione con gli oggetti e, di riflesso, la qualità della nostra vita. L’idea di emozionare non riguarda solamente sentimenti positivi e leggeri. È un approccio più complesso ed esteso.
Per esempio, la parola “morbidezza” denota per me uno spirito e un carattere, non solo una forma. Diventa poi interessante capire in quali circostanze e su quali tipologie di oggetti si vuole, da progettista, infondere un senso di morbidezza.

Talvolta mi è capitato di dar forma a oggetti più secchi e spigolosi, dalle superfici fredde, perché lo scenario generale richiedeva un certo tipo di compostezza, soggezione e serietà. Anche queste, a volte, sono sensazioni che può essere interessante tradurre a fini progettuali.

D.S.: Se per te gli oggetti comunicano soprattutto emozioni, puoi raccontarmi un oggetto che è stato particolarmente importante nella tua vita?

S.B.: Aneddoto: da adolescente ho giocato per circa 12 anni a calcio, di cui 10 come portiere. Un oggetto che mi ha sempre affascinato sono i guantoni da portiere. Ne avevo due paia: sia per l’allenamento, bucati e sporchi, sia per la partita della domenica (quelli li conservavo come un cimelio). Associo il ricordo dei guantoni della domenica a emozioni fortissime: l’entusiasmo, la tensione per la gara, la voglia di parare ogni pallone. La superficie del palmo era bianca e morbida, l’imbottitura del guanto quasi duplicava la dimensione della mano e quindi mi dava la sensazione di poterle davvero parare tutte. Pensavo addirittura di incutere più timore all’attaccante avversario. Chissà se è vero… ma poco importa.

L’odore del lattice naturale era forte quando il guanto era ancora nuovo. C’era più grip e aumentava la voglia di buttarmi su qualche pallone alto in più. La fascia in velcro sul polso, sempre molto stretta, rappresentava l’aggancio sicuro tra me e queste due grandi “pale” di lattice in grado di calamitare ogni cosa. Preferivo i modelli in cui la fascia era molto larga e saliva quasi a metà dell’avambraccio. Mi dava un senso di sicurezza.

Il punto è che la mia prestazione domenicale (e quindi la mia felicità, soddisfazione e autostima) non dipendeva solo dalle qualità ergonomiche e funzionali del guantone, ma piuttosto dall’odore del lattice, da quanto li stringessi sul polso e da come mi facevano sentire “potente” quando li indossavo. Probabilmente sensazioni possibili anche con guanti da pochi euro.

D.S.: Un progetto che non hai ancora realizzato e a cui ti piacerebbe lavorare in futuro?

S.B.: Probabilmente qualche progetto di installazione artistica su grande scala. Qualcosa di visibile da un satellite.

D.S.: Il concetto di abitare sta diventando sempre più fluido. Secondo te come sarà la casa del futuro?

S.B.: Ragionavo di recente su quanto molti degli oggetti esposti nelle nostre case si siano trasformati in file, link, documenti digitali e mi chiedevo come si trasformeranno progressivamente i nostri soggiorni. Mi incuriosisce la trasformazione nell’ambiente giorno, forse quello più slegato da funzioni specifiche. Mentre il bagno, la cucina e la camera da letto prevedono oggetti funzionali dedicati e più difficilmente evolvibili nel tempo.
Penso che le nostre case, specialmente i soggiorni, saranno sempre più destinate alla comunicazione di noi stessi agli ospiti. Saranno un po’ come il feed di Instagram, dove pubblichiamo solo ciò di cui siamo davvero fieri. Il resto rimane nel cloud.

D.S.: Com’è la casa in cui vivi? Mi puoi descrivere la sua atmosfera? Ci sono mobili di design?

S.B.: Domanda complicata. Proprio in questo momento sono alle prese con un trasloco e al momento casa nuova è un cantiere impolverato, nel quale ancora non vivo. Mi auguro presto di poter avere un’idea più chiara su quale sarà l’atmosfera di casa mia. Una cosa è sicura: odio gli oggetti da guardare ma da non toccare.

D.S.: Una riflessione sul digital. Che rapporto hai con le piattaforme digitali e, in particolare, con i social media?

S.B.: Un rapporto conflittuale. Ne capisco il potenziale e ad oggi sarebbe forse giusto ammettere con serenità che il “lato social” nell’attività di un creativo è fondamentale quanto altri aspetti più tecnici. Purtroppo mi rendo conto di non essere ancora riuscito a inserirlo nella mia tabella di marcia quotidiana come vorrei.

D.S.: Veniamo ai tuoi ultimi progetti per Pianca: il letto Domenica e il gruppo notte Kyoto. Puoi raccontarmi come sono nati?

S.B.: I due progetti parlano linguaggi diversi ma sono protagonisti di una stessa storia.
Con il letto Domenica ho voluto comunicare l’idea di ozio, di godimento e pigra sensualità. Un letto dalla testiera avvolgente e dai volumi rigonfi, dove si dorme, si sogna, si viaggia nei meandri dell’immaginazione. Al letto Domenica ho contrapposto le linee geometriche dei mobili Kyoto, la parte più razionale della camera. Contenitori semplici, rigorosi e composti. A loro spetta il compito di custodire i nostri averi in modo ordinato. Penso che Domenica e Kyoto generino un buon equilibrio di significati nell’ambiente notte.

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Mi occupo di comunicazione digitale, creando contenuti testuali per agenzie di comunicazione, studi di design e aziende di arredamento. Nel 2012 ho fondato Interior Break, un blog dedicato all’interior design, eletto nel 2014 migliore blog di arredamento per i contenuti nel concorso “Blog-in”, lanciato da IKEA Italia.

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