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Un apparecchio per ascoltare musica che ci regala un sorriso da oltre 50 anni. Ecco l’iconico radiofonografo disegnato dai fratelli Castiglioni per Brionvega.

“Gli oggetti devono fare compagnia”, diceva Achille Castiglioni. Un’affermazione che trova piena espressione nel radiofonografo che disegnò per Brionvega insieme al fratello Pier Giacomo. Un innovativo apparecchio per ascoltare la musica, ma anche e soprattutto un oggetto “amico” pensato per avvicinare la tecnologia all’uomo.

Perfetta sintesi di estetica e funzione, il radiofonografo dei fratelli Castiglioni è figlio di quei mitici anni ’60 che hanno segnato un vero Rinascimento per il nostro Paese, mostrando il ruolo che il design può giocare per rilanciare l’industria. Non poteva quindi mancare nella nostra rassegna dedicata al grande design italiano.

La nascita di un’icona

Il radiofonografo è disegnato da Achille e Pier Giacomo Castiglioni nel 1965. L’idea di partenza è di “dare mobilità e dinamismo a un oggetto per sua natura statico”, offrendo la migliore esperienza di ascolto possibile. Il risultato è un apparecchio stereofonico ad alta fedeltà, con prestazioni acustiche assolutamente innovative per l’epoca.

Non solo, però. Come dicevamo, il radiofonografo di Brionvega è anche un oggetto pensato “per fare compagnia”. Il suo aspetto antropomorfo e il suo sorriso gli danno infatti un aspetto vivo, trasformandolo in un vero e proprio “compagno”.

Come si compone il progetto

Pensato come un apparecchio autoportante componibile, il radiofonografo di Brionvega è costituito da volumi separabili. Le casse possono essere disposte in modi diversi: appoggiate sul corpo centrale per ascoltare la radio e ridurre così l’ingombro, posizionate sui due fianchi per ascoltare i vinili, oppure collocate in un altro punto della stanza per sfruttare al meglio la stereofonia.

Il sostegno del corpo centrale è in fusione di alluminio anodizzato ed è dotato di quattro ruote che permettono di spostare facilmente l’apparecchio.

Un successo internazionale

Il radiofonografo di Brionvega vanta un successo enorme. È esposto nei più importanti musei del mondo. È protagonista di tanti film e serie TV. Ed è stato fedele compagno di vita di tante star. Un nome su tutti David Bowie, che ha addirittura modificato la radio con giradischi dei fratelli Castiglioni per renderla più simile a lui. L’icona del pop, infatti, dipinse di nero la manopola destra, in modo da rendere i due “occhi” dell’apparecchio di colore diverso come i suoi.

La riedizione speciale per i 55 anni

Il radiofonografo dei fratelli Castiglioni nel 2020 ha compiuto 55 anni. Un compleanno che Brionvega ha celebrato con PRIMO, la riedizione del primo progetto del 1965, realizzata in una pregiata finitura Noce Canaletto. 

Per l’occasione, sono stati proposti 100 esemplari esclusivi. Un numero limitato visto il grande sforzo richiesto a livello produttivo. Ogni radiofonografo PRIMO è, infatti, realizzato in modo artigianale. Dalla levigatura dei pannelli in legno alla lucidatura a mano del piedistallo, dai fori delle scocche, verniciate a mano in più passaggi, all’assemblaggio dei diversi componenti. Un processo che richiede ben 26 ore di lavoro.

Prodotto: radiofonografo.

Designer: Achille e Pier Giacomo Castiglioni.

Anno: 1965

Azienda: Brionvega.

Ci piace perché ci regala un sorriso ogni giorno da oltre 50 anni.

Elegante, flessibile, ironica. Ecco la lampada Pipistrello di Gae Aulenti. Una grande icona del design italiano che ci fa compagnia dal 1965.

Flessibilità, humour ed eleganza. Possiamo riassumere in queste tre parole Pipistrello, la celebre lampada disegnata da Gae Aulenti nel 1965. Una grande icona del design italiano prodotta ininterrottamente da oltre 50 anni da Martinelli Luce.

La lampada Pipistrello viene inizialmente progettata per il negozio Olivetti di Parigi e soltanto in seguito messa in produzione. Gae Aulenti disegnava, infatti, quasi sempre le lampade per luoghi e situazioni specifiche. “Io non ho quasi mai disegnato lampade da sole, le mie lampade sono una conseguenza”, diceva. Una “conseguenza” che nel caso della lampada Pipistrello si è trasformata in un successo senza tempo.

Cosa rende unica la lampada Pipistrello di Gae Aulenti

Pipistrello è una delle prime lampade a luce dinamica della storia. Il cuore del progetto è nello stelo telescopico in acciaio inox che permette di regolare l’altezza della lampada, cambiandone così la funzione. Con un semplice gesto Pipistrello può passare dai 66 agli 86 centimetri, trasformandosi in lampada da tavolo o da terra a seconda del contesto d’uso.

A rendere speciale la lampada Pipistrello è, però, anche il suo caratteristico diffusore in metacrilato opal bianco. La sua forma simile alle ali di un pipistrello interpreta in una chiave contemporanea e ironica le classiche abat-jours Tiffany e le lampade pre-Bauhaus. Il risultato è una lampada non convenzionale. Un progetto straordinariamente innovativo, che mantiene allo stesso tempo un legame forte con il passato.

Tecniche di stampaggio innovative per l’epoca

La produzione della lampada Pipistrello presentò all’inizio diverse problematiche. In particolare, per l’industrializzazione dell’asta telescopica e delle falde del diffusore, per cui non esistevano stampi adatti all’epoca. Pare che Elio Martinelli fu tante volte sul punto di mollare, ma alla fine riuscì a portare avanti il progetto costruendo appositamente gli stampi e la macchina.

Com’è cambiata la lampada Pipistrello negli anni

La lampada Pipistrello di Gae Aulenti è stata protagonista di diversi cambiamenti nel corso degli anni.

Il diffusore in metacrilato opal bianco e lo stelo telescopico in acciaio inox satinato sono rimasti gli stessi. La base conica in alluminio è stata aggiornata nelle finiture e nei colori. Oltre alla versione originaria in alluminio verniciato bianco e testa di moro, oggi Pipistrello è disponibile in ottone satinato, in rame e in alluminio verniciato rosso porpora, nero lucido, titanio e verde agave.

Le lampadine alogene sono state sostituite con i LED. E l’originaria versione della lampada è stata affiancata da due nuovi modelli: Pipistrello Med e Mini Pipistrello (quest’ultima anche in versione cordless). In più, Pipistrello è proposta anche in una versione dimmerabile che permette di regolare l’intensità della luce.

Insomma, Pipistrello è una lampada dalle mille anime. Un progetto che ha saputo rinnovarsi nel tempo, senza però mai perdere la sua identità.

Prodotto: lampada Pipistrello.

Designer: Gae Aulenti.

Anno: 1965

Azienda: Martinelli Luce.

Ci piace perché è una lampada dove passato e presente dialogano con ironia.

Piccola, flessibile, nomade. Una cucina progettata negli anni ’60 che sembra nata ai giorni nostri. Ecco Minikitchen, la visionaria cucina su ruote di Joe Colombo.

Un progetto degli anni ’60 che sembra arrivare dal futuro. Il nostro nuovo appuntamento con il grande design italiano è dedicato a Minikitchen, la cucina su ruote di Boffi disegnata dal visionario Joe Colombo nel 1963. Una cucina compatta e versatile che interpreta così bene le attuali esigenze dell’abitare, da farci chiedere se Joe Colombo abbia viaggiato davvero nel tempo per progettarla.

Già, in un’Italia nel pieno del boom economico, in cui le donne erano ancora viste come l’angelo del focolare e le cucine come il cuore della loro vita domestica, Joe Colombo spiazza tutti con una mini cucina nomade e multiaccessoriata. Una cucina pensata “per una casa dimensionata non solo nello spazio, ma anche nel tempo, elastico, flessibile, articolabile, estensibile”, spiega Joe Colombo.

La nascita di un’icona

“Le cose devono essere flessibili”, diceva Joe Colombo nel 1966. “La mia cucina può essere spostata in giro o fuori da una stanza e quando hai finito, si chiude come una scatola”. 

Con Minikitchen Joe Colombo rompe gli schemi, proponendo una cucina in grado di racchiudere in pochissimo spazio tutte le funzioni di una cucina tradizionale: cucinare, lavare, conservare. Un blocco autosufficiente posizionabile in modo libero, che può essere magicamente chiuso quando non serve più.

Come è fatta Minikitchen

La Minikitchen di Joe Colombo è un blocco autonomo alimentato elettricamente, che in solo mezzo metro cubo ospita un piano cottura, un frigorifero, cassetti, contenitori, un tagliere in legno, un piano di lavoro estraibile e prese di corrente per i piccoli elettrodomestici.

Realizzata nel 1963 in legno, Minikitchen è stata rieditata da Boffi nel 1993 in Corian e dal 2007 è proposta anche in una versione outdoor in multistrato marino. L’aggiornamento dei materiali non ha, però, intaccato minimamente la forma e il concept originari che, come dicevamo, sono oggi più attuali che mai. Quando si dice saper anticipare il futuro.

Prodotto: Minikitchen.

Designer: Joe Colombo.

Anno: 1963

Azienda: Boffi.

Ci piace perché è un progetto visionario.

Il 26 febbraio 2021 Angelo Mangiarotti avrebbe compiuto 100 anni. Ecco il nostro ricordo del grande architetto e designer milanese.

La felicità viene dalla correttezza”.

100 anni fa nasceva Angelo Mangiarotti, architetto, designer e scultore milanese a cui si devono alcune delle più grandi icone del secolo scorso. Un nome su tutti: Giogali, il sistema di illuminazione modulare per Vistosi che ha rivoluzionato il modo di usare il vetro.

Al centro del suo lavoro uno sconfinato amore per la materia. Un amore che si è tradotto in un design semplice, rigoroso e funzionale. “Direi che il punto di partenza fondamentale, per progettare un oggetto di design, risiede nell’utilità che questo ha per la gente. Un oggetto che non nasce da una necessità non può essere neppure considerato come appartenente a questa categoria, il design”, diceva.

Ecco i suoi progetti di design più celebri.

Lampadario Giogali, 1967, Vistosi

Un nuovo modo di concepire il vetro. Una interpretazione moderna del tradizionale lampadario veneziano. Parliamo di Giogali, il sistema di illuminazione che Angelo Mangiarotti ha disegnato per Vistosi nel 1967Il cuore del progetto è nella sua modularità. L’elemento base è, infatti, un anello piegato in vetro soffiato che, agganciandosi ad altri anelli, può dare vita a composizioni infinite. Dal classico lampadario a vere e proprie quinte scenografiche. Tutti i ganci in vetro sono realizzati a mano. Un incontro magico tra design e artigianato.

Nel 2005 Giogali è stato aggiornato con un nuovo tipo di gancio, progettato per collegarsi agli altri anelli in quattro direzioni. Per accrescere la flessibilità di installazione nello spazio. La nuova versione si chiama Giogali 3D.

Lampada Lesbo, 1967, Artemide

Il vetro è protagonista anche in Lesbo, la lampada a forma di fungo progettata per Artemide sempre nel 1967. Il nome della lampada richiama l’omonima isola greca in cui visse la poetessa Saffo. Lesbo è composta da una essenziale base anulare in metallo cromato e da un diffusore in vetro di Murano soffiato a bocca. La superficie bianca del diffusore ha una gradazione sfumata che permette di nascondere la sorgente luminosa e di orientare il fascio di luce verso l’alto. La luce morbida della lampada valorizza le caratteristiche materiche del vetro.

Tavolo Eccentrico, 1979, AgapeCasa

Un tavolo in marmo simile a una scultura. Eccentrico è progettato da Angelo Mangiarotti alla fine degli anni ’70. Il tavolo si basa su un sapiente gioco di equilibri. Il top è costituito da un piano ellittico, inserito in modo asimmetrico in una gamba cilindrica inclinata. L’incastro tra piano e base è bloccato per attrito ed eccentricità. Così con il suo peso schiaccia e chiude l’incastro con il giunto, altrimenti aperto. Un vero capolavoro a livello costruttivo.

Eccentrico è realizzato interamente in marmo, proposto in diverse tipologie: marmo bianco di Carrara, marmo grigio Carnico, marmo nero Marquina, marmo verde Alpi o marmo Emperador dark.‎ Il tavolo è oggi prodotto da AgapeCasa.

Ergonomica, 1990, Mepra

Il nome non lascia spazio ai dubbi. Le posate Ergonomica, disegnate da Angelo Mangiarotti per Mepra, fanno dell’ergonomia il loro tratto caratterizzante. La loro forma scultorea unica è pensata, infatti, proprio per esprimere la loro funzione. Ergonomica ha vinto il Premio Design Plus nel 1991. Il set è composto da 24 pezzi in acciaio 18/10, con spessore 3 mm e con manico vuoto.

Clizia, 2010, AgapeCasa

Il marmo torna protagonista in Clizia, la seduta monolitica prodotta da AgapeCasa. Costituita da un piano a sbalzo sostenuto da un sostegno centrale, Clizia è una seduta sinuosa che rimanda per complessità ad alcuni studi di Escher. Il corpo è composto da un blocco di marmo ottenuto con un unico taglio, eseguito con macchine a controllo numerico che realizzano contemporaneamente due sedute. Così gli scarti sono ridotti al minimo. Alla versione originale in marmo si è affiancata di recente la versione in cemento.

Una “lampada a sospensione” che non ha bisogno di fori nel soffitto. Ecco la storia dell’Arco di Flos. La grande icona nata dal genio dei fratelli Castiglioni.

Proiettare la luce su un tavolo, liberandosi del punto fisso al soffitto. Da questa esigenza nasce Arco, la lampada di Flos progettata da Achille e Pier Giacomo Castiglioni. Una lampada da terra che ha cambiato il modo di concepire la luce.

“Pensavamo a una lampada che proiettasse la luce sul tavolo: ce ne erano già, ma bisognava girarci dietro. Perché lasciasse spazio attorno al tavolo la base doveva essere lontana almeno due metri. Così nacque l’idea dell’arco”, racconta Achille Castiglioni.

Con l’idea dell’arco i fratelli Castiglioni superano le rigide divisioni che c’erano all’epoca nell’illuminazione. Grazie allo stelo telescopico, Arco fa infatti arrivare la luce dall’alto come fosse una sospensione, pur rimanendo ben ancorata a terra.

Il risultato è un progetto ibrido: una lampada da terra con l’anima di una sospensione. Una lampada così iconica da essere riconosciuta anche da chi non sa il suo nome. La lampada di design più amata e (purtroppo) imitata della storia.

Come è fatta la lampada Arco

La lampada Arco viene disegnata da Achille e Pier Giacomo Castiglioni per Flos nel 1962. Come dicevamo, l’idea è quella di superare il vincolo del fissaggio al soffitto. L’ispirazione viene dai lampioni stradali. I materiali sono il marmo di Carrara, il profilato di acciaio inossidabile e l’alluminio.

“Lo volevamo fatto con pezzi già in commercio, e trovammo che il profilato di acciaio curvato andava benissimo”, spiega Achille Castiglioni. “Poi c’era il problema del contrappeso: ci voleva una massa pesante che sostenesse tutto”. 

Come “massa pesante” all’inizio i fratelli Castiglioni avevano pensato al cemento. Alla fine optarono però per il marmo di Carrara, perché a parità di peso offriva un minore ingombro e, in rapporto a una maggiore finitura, un minor costo.

La lampada Arco ha una base in marmo di Carrara di 65 kg, dagli angoli smussati. Lo stelo in profilato di acciaio inossidabile è formato da tre settori con sezione a U, che permettono l’avanzamento telescopico scorrendo l’uno dentro l’altro. La cupola è costituta da due pezzi: una calotta forata e un anello in alluminio mobile, appoggiato al primo.

La distanza massima del riflettore dalla base è di 2 m, l’altezza da terra è di 2,5 m.

Una lampada mobile

A rendere unica la lampada Arco non è solo lo stelo telescopico, ma anche i suoi fori. I fori della calotta, studiati per facilitare il raffreddamento del portalampada e per creare effetti decorativi sul soffitto. E il foro della base in marmo, pensato per fissare lo stelo verticale che sostiene l’arco e per agevolare lo spostamento della lampada. È, infatti, sufficiente infilare al suo interno un bastone o il manico di una scopa per riuscire a spostare la lampada in due persone.

Insomma, un vero capolavoro di funzionalità, come afferma lo stesso Achille Castiglioni. “Nella Arco niente è decorativo. Anche gli spigoli smussati della base hanno una funzione, cioè quella di non urtarci”.

Il cambiamento della legge del diritto d’autore

L’Arco di Flos non è soltanto una delle più grandi icone del design. È anche il primo progetto di design industriale a essere tutelato dalla legge sul diritto d’autore.

Arco è stata una delle lampade più imitate della storia. Nel 2007 però qualcosa è cambiato. Flos fa infatti causa ai negozi Semeraro, che producevano in Cina lampade molto simili ad Arco, sostenendo che la lampada dei Castiglioni non è soltanto un prodotto industriale ma una vera opera d’arte. La causa è vinta, segnando una svolta nella legge sulla protezione del diritto d’autore di prodotti di design industriale.

Il Compasso d’Oro alla Carriera

La portata rivoluzionaria della lampada Arco ha ottenuto un ulteriore riconoscimento nel 2020 con il Compasso d’Oro alla Carriera. Il premio istituito per la prima volta per la XXVI edizione del Compasso d’Oro ADI.

Prodotto: lampada Arco

Designer: Achille e Pier Giacomo Castiglioni

Anno: 1962

Azienda: Flos

Ci piace perché è una lampada che ha rotto gli schemi.

Una “piccola grande vettura” simbolo di un’epoca di rinascita. Una icona del design italiano amata in tutto il mondo. Ecco il nostro ricordo della mitica Fiat 500.

“Graziosa, vero? La 500, si intende. Potete guardarla dall’alto in basso e non si sentirà affatto in soggezione. È scattante, veloce, tiene la strada benissimo. Prende pochissimo posto e parcheggiare è facilissimo. Appena il tempo di dire 1, 2 e il gioco è fatto”.

È il 1957 e le parole sono quelle che accompagnano lo spot pubblicitario della Nuova Fiat 500, la macchina simbolo del boom economico. La “piccola grande vettura” diventata una icona del design italiano, vincitrice del Compasso d’oro nel 1959 e oggi parte della collezione permanente del MoMA di New York.

La nascita di un’icona

La Nuova 500 (conosciuta anche come Cinquino) viene progettata nel 1957 dall’ingegnere Dante Giacosa, a cui si devono altre iconiche automobili come la Topolino e la 126.

L’idea dell’allora amministratore delegato della Fiat, Vittorio Valletta, è quella di lanciare sul mercato un’utilitaria affidabile ma economica. Una macchina per tutti che potesse dare una risposta a quel desiderio di libertà così diffuso nel secondo dopoguerra. Un periodo in cui c’erano pochi soldi, ma si guardava al futuro con ottimismo.

Il risultato è una macchina rivoluzionaria per il suo design semplice e per le sue dimensioni compatte, oltre che per il prezzo contenuto. La macchina con cui hanno imparato a guidare intere generazioni di italiani.

Le diverse versioni della Fiat 500

La prima Fiat 500 viene lanciata il 4 luglio 1957. Il primo modello ha un motore da 479 centimetri cubici, 13 cavalli di potenza e una velocità massima di 85 km all’ora. Le forme sono (e resteranno anche nelle versioni successive) arrotondate e sinuose. I sedili sono due più una panchetta posteriore. Il tetto si può aprire per viaggiare con il vento tra i capelli. Il prezzo è di 490 mila lire (un operaio guadagnava allora intorno alle 40 mila lire al mese).

Le vendite della prima Fiat 500, però, stentano a decollare. Il modello era molto spartano e il costo troppo alto rispetto allo stipendio medio di un operaio dell’epoca. Così dopo pochi mesi la Fiat corre ai ripari, abbassando il prezzo a 465 mila lire e apportando alcune modifiche. La panchetta posteriore è sostituita con un sedile omologato e imbottito, per poter accogliere nell’auto fino a 4 persone. I vetri diventano apribili e il motore raggiunge i 15 cavalli di potenza.

È allora che la Fiat 500 diventa un successo. Un successo che nel corso degli anni ha conosciuto diversi restyling: dalla 500 Sport del 1958 alla 500 F del 1965, dalla versione di “lusso” 500 L del 1968 alla 500 R del 1972.

La Fiat 500 oggi

La storia della Nuova 500 si conclude nel 1975. Questa macchina ha continuato, però, a essere così amata da portare a una nuova edizione nel 2007, che riprende le forme del modello storico. Una 500 rinnovata che nel 2020 è diventata anche elettrica ed ecologica, grazie alla collaborazione con Kartell.

Insomma, la 500 è una macchina che non accenna a perdere il suo fascino. Forse perché non è soltanto una macchina. È l’immagine di un’Italia che stava riemergendo dagli anni della guerra, grazie alla forza delle idee e della creatività. Un simbolo di rinascita di cui oggi abbiamo tutti un gran bisogno.

GUARDA ANCHE LA 500 FIAT BY KARTELL E LA 500 SPIAGGINA

Prodotto: automobile Nuova 500

Designer: Dante Giacosa.

Anno: 1957

Azienda: Fiat

Ci piace perché è il simbolo di un’epoca.

“Una sedia-sedia, senza aggettivi”. Il nostro nuovo appuntamento con il grande design italiano è dedicato alla Superleggera, l’iconica sedia progettata da Gio Ponti.

Una sedia così leggera da poter essere sollevata con un solo dito. Oggi parliamo della Superleggera, la celebre sedia progettata da Gio Ponti. Una grande icona che Cassina produce ininterrottamente dal 1957.

La Superleggera (conosciuta anche come sedia 699) comincia a prendere forma nel 1949. È allora che Gio Ponti inizia a lavorare al progetto di una sedia che fosse leggera e robusta allo stesso tempo. Una sedia semplice e dai costi accessibili. “Una sedia-sedia, senza aggettivi”, come la definiva lo stesso maestro.

L’idea di Gio Ponti è di reinterpretare un classico della tradizione artigianale ligure: la sedia in legno e paglia di Chiavari, meglio nota come la Chiavarina. Il risultato è una sedia essenziale e vera. Una sedia che conquista proprio per la sua apparente semplicità.

Cosa rende unica la Superleggera di Gio Ponti

1.700 grammi. È questo il peso della Superleggera di Gio Ponti. Tratti distintivi del progetto sono l’ergonomico schienale, curvato nella parte superiore, e la sezione triangolare delle gambe, di appena 18 millimetri (nei primi prototipi le sezioni erano invece circolari).

La seduta originale è in canna d’india (oggi viene proposta anche nella versione imbottita). La struttura è in frassino, un legno elastico e leggero. Il telaio del sedile è in faggio, più compatto e resistente al carico. Gli elementi in legno, realizzati a macchina, sono tutti rifiniti a mano con maestria artigianale. L’assemblaggio è eseguito in un unico passaggio per la peculiarità degli incastri che costituiscono la struttura.

Una campagna di comunicazione vincente

Il successo della Superleggera è legato anche alla campagna di comunicazione. È Giorgio Casali, fotografo di Domus, a rendere percepibile la leggerezza della sedia con la foto di un ragazzino che solleva la Superleggera con un dito. Geniale!

Per mostrare che la Superleggera era anche robusta, pare inoltre che la sedia fosse protagonista di acrobatici lanci in azienda. “Se andate dai Cassina, vi daranno spettacoli emozionanti di lanci di queste sedie che ricadono dopo voli vertiginosi, in alto e in lungo, rimbalzando e non rompendosi mai”, scriveva Gio Ponti.

Equilibrio tra leggerezza e forza, ergonomia, sapienza artigianale e una comunicazione vincente. Serve altro per capire perché la Superleggera è diventata un’icona?

Prodotto: sedia Superleggera

Designer: Gio Ponti

Anno: 1949-1957

Azienda: dal 1957 Cassina

Ci piace perché è la SEDIA.

Rieditata la Bambi Lounge Chair, capolavoro del design norvegese

È stata finalmente rieditata la Bambi Lounge Chair, uno dei capolavori del design scandinavo, progettata verso la metà degli anni ’50 dai norvegesi Rastad & Relling Tegnekontor.

Questa riedizione si deve al brand Fjordfiesta, nato nel 2001 con l’obiettivo di far rivivere e di promuovere nel mondo la bellezza del design classico norvegese.

La splendida Bambi Lounge Chair è probabilmente il pezzo forte della più ampia collezione Bambi, che comprende anche una sedia per il tavolo da pranzo in due versioni: i modelli Bambi 57/2 e Bambi 57/3.
La Bambi Lounge Chair è invece una poltroncina dalla seduta comoda, ampia e bassa, pensata per appositamente il relax. La sua linea è essenziale ed elegante al tempo stesso.

Le gambe leggermente coniche sostengono sia la seduta, sia i comodi braccioli, che che si uniscono sul retro per formare uno schienale ergonomico.

La Bambi Lounge Chair è disponibile in 2 versioni

Come la sedia, anche la poltroncina Bambi Lounge Chair è disponibile in 2 versioni.  Il modello 56/1 si distingue per avere la seduta e lo schienale in cordata. Una soluzione che mette ancora più in risalto la leggerezza della poltroncina.

Il modello 56/2, invece, ha seduta e schienale imbottiti e rivestiti in pelle. Una soluzione che le conferisce un aspetto più “massiccio” e strutturato. La Bambi Lounge è più ampia, più bassa e più consistente rispetto alle altre sedie della serie ma conserva la sofisticata eleganza che caratterizza l’intera collezione.

La parte posteriore del modello 56/1 è costituita da corde intrecciate fissate a una traversa nella parte inferiore. Questa costruzione posteriore aperta assicura che il design appaia arioso e leggero. Anche il sedile è composto da treccia ma viene fornito con un cuscino del sedile cucito a mano per un maggiore comfort. Il modello 56/2 è costruito allo stesso modo del 56/1, ma piuttosto che intrecciare, lo schienale e il sedile sono realizzati in pelle che conferisce un aspetto più muscoloso.

Design norvegese, manifattura italiana

La poltroncina Bambi ha la struttura in legno massello in 2 essenze: rovere chiaro laccato oppure noce.
La sua realizzazione è molto complessa, sia dal punto di vista tecnico che artigianale. Vista la complessità, l’azienda norvegese ha dovuto ricorrere3 a  maestranze specializzate italiane. E le ha trovate proprio in Italia, esattamente nel famoso distretto della sedia di Udine. Solo in questo modo Fjordfiesta ha potuto garantire gli altissimi standard di qualità richiesti dal progetto…

A 14 anni dalla sua morte ricordiamo Hans J. Wegner, il grande maestro del design danese moderno.

“Mi è stato spesso domandato come abbiamo creato lo stile danese moderno. La mia risposta è che non è stato niente del genere. Piuttosto che di creazione si è trattato di un processo di purificazione e di semplificazione che ha ridotto gli elementi all’essenziale: quattro gambe, una seduta e un corpo unico per schienale e braccioli. La Sedia”.

A parlare è Hans J. Wegner, uno dei padri del design danese moderno. L’uomo che ha progettato nel corso della sua carriera più di 500 sedie e poltrone. Una serie infinita di capolavori, molti dei quali ancora oggi in produzione.

Dalla Round Chair alla Wishbone, dalla Flag Halyard alla Ox Chair, non si contano le icone firmate da Hans J. Wegner. Non a caso, il grande designer danese è stato ribattezzato come il maestro della sedia, arredo a cui ha dedicato tutta la sua vita alla ricerca della perfezione assoluta.

Per questo oggi, a 14 anni dalla sua morte, è proprio attraverso le sue sedie e le sue poltrone più celebri che vogliamo ricordarlo.

Ecco il nostro omaggio.


LE SEDIE E LE POLTRONE PIÙ CELEBRI DI HANS J. WEGNER


Peacock Chair, (1947)

La Peacock Chair è uno dei primi progetti di Hans J. Wegner. Si tratta di una interpretazione moderna delle classiche sedie Windsor inglesi, di cui riprende le stecche dello schienale. Il cuore della Peacock è nell’asta centrale dove poggiano le scapole. Un elemento che ricorda la coda del pavone, da cui deriva il suo nome. Appellativo che, però, venne dato alla sedia non da Wegner, ma dal designer Finn Juhl.


Round Chair (1949)

Disegnata da Hans J. Wegner nel 1949, la Round Chair entra nella leggenda nel 1960, apparendo nel primo confronto televisivo fra John F. Kennedy e Richard Nixon, durante la corsa alla presidenza degli Stati Uniti d’America. È in quell’occasione che gli americani la chiamano The Chair. A caratterizzare la sedia è il suo schienale in legno rotondo che crea un corpo unico con i braccioli. The Round Chair è prodotta oggi da PP Møbler.


Folding Chair (1949)

La Folding Chair, conosciuta anche come JH512, è una perfetta sintesi di forma e funzione. A differenza delle tradizionali sedie pieghevoli, la Folding Chair non è solo una pratica soluzione salvaspazio. Si tratta di una sedia pieghevole elegante ed estremamente confortevole. La sua struttura è in legno massiccio, lo schienale e la seduta in canna intrecciata. Le maniglie nella parte anteriore offrono un appoggio per le mani e permettono di riporre la sedia con grande facilità.


Wishbone Chair (1950)

La Wishbone Chairnota anche come CH24, è una delle sedie più celebri di Hans J. Wegner. Il suo tratto distintivo è lo schienale a forma di forcella, risultato di un lavoro artigianale certosino. Per preparare e assemblare tutti gli elementi della sedia ci vogliono ben 3 settimane, con più di 100 fasi di lavorazione. La seduta è realizzata con 120 metri di corda di carta e richiede circa un’ora per la tessitura. Un capolavoro assoluto prodotto ancora oggi da Carl Hansen & Søn.


Flag Halyard (1950)

Sembra arrivare dal futuro, in realtà la Flag Halyard nasce nel 1950 in un caldo pomeriggio d’estate. La poltrona rende omaggio agli architetti modernisti Le Corbusier e Mies van der Rohe. È uno dei pochi progetti di Hans Wegner non realizzato in legno. La struttura della Flag Halyard è infatti in acciaio inossidabile. A scaldare il telaio in acciaio ci pensano la seduta in lino, con poggiatesta in tessuto o pelle con cinghie in cuoio, e un caldo rivestimento in lana di pecora. La Flag Halyard è prodotta da PP Møbler.


The Papa Bear Chair (1951)

La Papa Bear Chair è il primo progetto di Hans J. Wegner per l’azienda danese PP Møbler. La poltrona è disegnata nel 1951, ma va in produzione nel 1953 con il nome di Teddy Bear, per la somiglianza fra i suoi braccioli e le zampe di un orso. Dopo essere stata fuori produzione per diversi anni, la Papa Bear è stata rieditata nel 2003, prodotta sempre da PP Møbler.


Valet Chair (1953)

Tre gambe e uno schienale simile a una gruccia. Valet Chair nasce in seguito a una chiacchierata con il professore di architettura Steen Eiler Rasmussen e il designer Kay Bojesen. Argomento della conversazione: come piegare i vestiti in modo più pratico, prima di andare a letto. La Valet Chair viene prodotta quando il re di Danimarca Frederik IX ordina una sedia per la sua camera. La prima versione è a 4 gambe, ma Wegner non era soddisfatto del risultato, così lavorò al progetto per altri 2 anni prima che il re potesse avere la sua sedia. Valet Chair è prodotta da PP Møbler.


Ox Chair (1960)

“Dobbiamo stare attenti a non prendere le cose troppo seriamente. Dobbiamo giocare, ma dobbiamo essere seri nel farlo!”. È con queste parole che Hans J. Wegner racconta Ox Chair, una delle poltrone più iconiche firmate dal maestro della sedia. A rendere subito riconoscibile la poltrona sono le “corna” tubolari. Un dettaglio giocoso che fa pensare a un bue (ox significa bue in inglese). Progettata da Hans J. Wegner nel 1960, a causa delle difficoltà tecniche nel rivestirla è stata messa in produzione da Erik Jørgensen solo nel 1989.


Wing Chair (1960)

Una poltrona imbottita con struttura in faggio e gambe in acciaio inossidabile. Il cuore della Wing Chair di Hans J. Wegner è in ciò che non si vede. Il design dello schienale e della seduta permettono infatti una grande varietà di posizioni, garantendo sempre un supporto ottimale alla schiena, alle spalle, al collo e alla testa. La poltrona è disegnata nel 1960, ma all’inizio viene prodotta in un numero molto limitato. È stata rilanciata nel 2006 sulla base del disegno originale di Wegner. Oggi è prodotta da Carl Hansen & Søn.


CH07 “Shell Chair” (1963)

La poltrona CH07, meglio conosciuta come Shell Chair, è disegnata da Hans J. Wegner nel 1963. Inizialmente prodotta in una piccola tiratura, viene rieditata da Carl Hansen nel 1998 ottenendo un enorme successo. La bellezza della Shell Chair è nelle sue linee minimali e nella grande cura dei dettagli, tra i quali spicca l’attaccatura delle tre gambe alla scocca. La sua struttura in multistrato curvato era all’avanguardia negli anni ’60.


 

Un progetto lungo quindici anni. Una sedia che è l’archetipo di tutte le sedie. Ecco Luisa, la celebre poltroncina disegnata da Franco Albini fra il 1939 e il 1955.

Quindici anni di ricerca. Cinque versioni. Una perfetta sintesi tra tecnica e poesia. Parliamo di Luisa, la poltroncina disegnata da Franco Albini tra il 1939 e il 1955. Uno dei capolavori assoluti del design italiano, vincitrice nel 1955 del premio Compasso d’Oro ADI.

Luisa condensa tutti gli aspetti principali della poetica di Franco Albini: economia dei materiali, pulizia formale, leggerezza, eleganza delle linee. Una sedia che incarna un modello ideale, in cui possono riconoscersi tutti gli elementi essenziali di una sedia. Un progetto lungo quindici anni che, attraverso continui miglioramenti tecnici, raggiunge compiutamente quella “sostanza nella forma” così cara ad Albini.

Un progetto lungo quindici anni

Come dicevamo, la poltroncina Luisa è realizzata in cinque diverse versioni: 1939, 1942, 1949, 1950 e 1955. La ricerca comincia con le sedie disegnate per Villa Pestarini (1938) e Casa Minetti (1939), a Milano, prosegue con un progetto per Knoll e si conclude nel 1955 con la versione prodotta da Poggi.

“È soprattutto la sedia Luisa di Albini a rappresentare il momento più alto di questi anni nel cameo dei mobili”, afferma Gregotti alla X Triennale del 1954. “Ridisegnata infinite volte, a partire da un modello di tubo di ferro prodotto molti anni prima da Knoll, sembra il simbolo della ricerca paziente e ostinata di perfezionamento caratteristica del metodo Albini“.

Cosa rende unica la poltroncina Luisa

La poltroncina Luisa, nella sua versione del 1955, è costituita da una sottile struttura in legno massiccio, a cui sono appoggiati lo schienale e il sedile in compensato, imbottiti in gommapiuma e rivestiti in panno di lana.

Il cuore del progetto è nei due fianchi a cavalletto, uniti fra loro da traverse: una per sostenere lo schienale, una per fissare il sedile, un’altra come appoggio libero, su cui il sedile può scorrere in funzione del peso supportato. Sedile e schienale appaiono così come due piani sospesi sulla struttura, donando alla poltroncina un grande senso di leggerezza.

Altro tratto distintivo della poltroncina Luisa è l’aumento di spessore dei singoli elementi in legno nei punti di giunzione tra le parti (laddove è maggiore lo sforzo da sostenere). Una scelta che mostra quel rigore e quella profonda conoscenza dei materiali che caratterizza tutto il lavoro di Franco Albini.

La riedizione di Cassina

Nel 2008 la poltroncina Luisa è stata rieditata da Cassina, come parte della Collezione I Maestri (la raccolta di riedizioni dei grandi maestri dell’architettura del 900).

Oggi la struttura di Luisa è proposta in legno massello di frassino o noce, in diverse finiture. Il sedile e lo schienale hanno una struttura interna in acciaio dotata di cinghie elastiche, con imbottitura in poliuretano espanso e rivestimento in tessuto o pelle.

Per finire, una piccola curiosità: il nome della poltroncina Luisa era quello della segretaria di Franco Albini. Pare, infatti, che la sedia sia stata progettata per rendere il più confortevole possibile la sua giornata in ufficio. Quando il design ha un’anima.

Prodotto: poltroncina Luisa

Designer: Franco Albini

Azienda: Poggi – dal 2008 Cassina

Anno: 1939-1955

Ci piace perché è senza tempo. Una sedia che sembra esserci da sempre e per sempre.

La poltrona che ha introdotto la gommapiuma e il poliuretano espanso nel mondo dell’arredo. Ecco Lady, il progetto firmato nel 1951 da Marco Zanuso per Arflex.

La prima poltrona in gommapiuma e poliuretano espanso della storia. Nel secondo appuntamento con il grande design italiano parliamo di Lady, la mitica poltroncina disegnata da Marco Zanuso per Arflex nel 1951. Un progetto che segna l’avvento dell’imbottito moderno.

Lady è una poltrona innovativa sotto molteplici punti di vista: forma, materiali e tecnologia. Si tratta, infatti, della poltrona simbolo delle ricerche sui nuovi materiali e sulle nuove tecniche produttive, condotte nel 1949 all’interno della Pirelli. Ricerche da cui nel 1950 nasce l’azienda di arredamento Arflex.

Lo scopo di Arflex è trasferire nei mobili le nuove possibilità offerte dalla gommapiuma e dal nastro elastico realizzati da Pirelli. Un obiettivo che si traduce nella creazione di prodotti ad alto contenuto tecnologico ed estetico, anche grazie alle collaborazioni con i più importanti architetti e designer dell’epoca. Da Franco Albini a Marco Zanuso, da Giancarlo De Carlo ad Achille e Pier Giacomo Castiglioni.

Cosa rende unica la poltrona Lady

Come dicevamo, Lady è la prima poltrona in cui sono impiegati il poliuretano espanso e la gommapiuma. Ma è anche la prima poltrona a ribaltare il tradizionale sistema di costruzione degli imbottiti. Materiali e tecniche di produzione che Marco Zanuso mutua dal settore delle carrozzerie d’automobili.

Il nuovo sistema costruttivo trasforma la poltrona da una struttura unica, su cui applicare e modellare l’imbottitura, in un arredo composto da diverse parti che possono essere lavorate prima di essere assemblate. Lady è costituita, infatti, da quattro elementi in gommapiuma e nastrocord rivestiti separatamente e poi montati sulla struttura (inizialmente in legno, poi in lamiera stampata).

Questo procedimento permette ai differenti elementi costitutivi – sedile, schienale e fianchi – di avere densità diverse, in base alle esigenze di sostegno esercitate dalla pressione del corpo.

Inoltre, questa nuova tecnica costruttiva ha semplificato tantissimo la produzione in serie. D’altronde, Marco Zanuso è stato uno dei primi designer italiani a interessarsi all’industrializzazione del prodotto.

La Medaglia d’Oro alla IX Triennale di Milano

A caratterizzare Lady non sono solo gli innovativi materiali e tecniche di costruzione utilizzati. Il progetto di Marco Zanuso si distingue anche per la sua inconfondibile forma organica. Un’estetica calda e avvolgente che riflette in pieno il clima di rinascita degli anni ’50. Mentre le gambe sottili in metallo donano un tocco di leggerezza.

Grazie alle importanti novità introdotte nel mondo dell’arredo, la poltrona Lady di Marco Zanuso si aggiudica la Medaglia d’Oro alla IX Triennale di Milano del 1951.

La riedizione di Cassina

Originariamente progettata per Arflex, la poltrona Lady è stata rimessa in produzione nel 2015 da Cassina, all’interno della collezione I Maestri. La raccolta di riedizioni dei grandi maestri dell’architettura del 900. La riedizione di Cassina ha riletto l’estetica di Lady con uno sguardo contemporaneo, proponendola in una preziosa selezione di tessuti firmati da Raf Simons.

Ogni pezzo della Collezione Marco Zanuso è autenticato con il numero progressivo di produzione, che corrisponde alla propria carta d’identità, la firma dell’autore e il logo Cassina I Maestri.

Prodotto: poltrona Lady

Designer: Marco Zanuso

Azienda: Arflex – dal 2015 Cassina

Anno: 1951

Ci piace perché è una vera signora del design.

Compatta, leggera, solida, elegante. È Lettera 22, la macchina per scrivere portatile con cui Olivetti è entrata nelle case degli italiani.

“Leggera come una sillaba, completa come una frase”. Recita così uno dei manifesti pubblicitari di Lettera 22, la macchina per scrivere portatile con cui Olivetti entra nelle case degli italiani fra gli anni 50 e la prima metà degli anni 60.

Disegnata nel 1950 dall’architetto Marcello Nizzoli su progetto dell’ingegnere Giuseppe Beccio, Lettera 22 è una macchina per scrivere leggera ma robusta. Uno strumento compatto pensato per essere trasportato ovunque. Un oggetto simbolo della rinascita dell’Italia del secondo dopoguerra.

Premiata con il Compasso d’Oro nel 1954 e selezionata nel 1959 dall’Illinois Technology Institute come il miglior prodotto di design del secolo, oggi Lettera 22 è esposta nei più importanti musei del mondo: dalla Triennale di Milano al MoMA di New York.

Cosa rende unica Lettera 22

Cosa ha reso Lettera 22 così speciale? Progettata per uscire dagli uffici ed essere portata con sé ovunque, Lettera 22 si caratterizza per la forma appiattita e la leggerezza. La macchina pesa, infatti, 3,7 kg. Non una piuma, perché la leggerezza non doveva andare a scapito della solidità, ma sicuramente molto poco rispetto alle ingombranti macchine per scrivere dell’epoca. Pensate che la MP1, la macchina portatile sviluppata da Olivetti nel 1932, pesava 5,2 kg, mentre una macchina da scrivere standard per uso professionale superava spesso i 15 kg.

Con i suoi 3,7 kg e la comoda valigetta che l’accompagnava, Lettera 22 poteva invece essere trasportata in modo piuttosto agevole.

Il prodotto

Per creare una macchina da scrivere compatta e leggera, Marcello Nizzoli incorpora nella carrozzeria la tastiera e il rullo (di cui sporge solo la manopola). E riduce l’ingombro della leva dell’interlinea.

Le dimensioni contenute portano a eliminare alcune funzioni nella tastiera. Per esempio, mancano l’accento e il tasto con il numero 1 (quest’ultimo si otteneva usando la lettera “l”). Qualche limitazione compensata, però, da diverse innovazioni. Una fra tutte, il cambio automatico che permetteva di regolare la posizione del nastro e di scrivere in rosso o nero o anche senza inchiostro.

Un grande successo commerciale

Lettera 22 è stata un grande successo commerciale per Olivetti. Tra il 1950 e il 1965 la produzione supera i 2.500.000 di macchine, con punte di oltre 200.000 all’anno. Un successo sostenuto anche da brillanti campagne pubblicitarie, firmate da intellettuali, scrittori e maestri della grafica pubblicitaria.

I manifesti pubblicitari di Olivetti sottolineavano il valore culturale di Lettera 22 e la presentavano come un oggetto utile e semplice da usare. Uno strumento intelligente da portare ovunque.

Oltre all’innovativo design e alle novità tecniche, Lettera 22 si distingue per il diverso target a cui si rivolge. Se la prima portatile di Olivetti, la MP1, nasce per la medio-alta borghesia, Lettera 22 è pensata invece per un pubblico di massa. Per questo il suo prezzo era accessibile. La cifra, intorno alle 40 mila lire, equivaleva infatti a meno di un mese di retribuzione di un impiegato dell’epoca.

Una macchina da scrivere amata da giornalisti e scrittori

Lettera 22 era usata anche da scrittori e giornalisti, come Indro Montanelli, Enzo Biagi, Pier Paolo Pasolini e Günther Grass. Tra le foto più famose che la ritraggono, Pier Paolo Pasolini intento a battere i tasti della mitica macchina di Olivetti, e Indro Montanelli, seduto in un corridoio del Corriere della Sera con la Lettera 22 sulle ginocchia.

Il francobollo che celebra i 70 anni di Lettera 22

Nel 2020 Lettera 22 ha compiuto 70 anni. Per celebrare la grande macchina da scrivere, nel dicembre 2020 è stato emesso un francobollo di Poste Italiane in collaborazione con Olivetti S.p.A. e Associazione Archivio Storico Olivetti. Il francobollo dedicato alla portatile è accompagnato da un analogo francobollo che ricorda i 60 anni dalla morte di Adriano Olivetti.

Prodotto: Lettera 22

Designer: Marcello Nizzoli

Azienda: Olivetti

Anno: 1950

Ci piace perché il ticchettio dei suoi tasti ci rilassa più di una ninna nanna.

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1970 – 2020: Il divano Bocca® di Gufram compie 50 anni

Considerato un’icona indiscussa del design radicale, il divano Bocca di Gufram celebra il suo 50° anniversario e Design Street si unisce ai festeggiamenti.

 Il progetto del sofà Bocca risale al 1970 ed è stato disegnato dallo Studio65, sotto la direzione artistica di Giuseppe Raimondi. Il divano Bocca per Gufram (acronimo che deriva dal nome dei fratelli fondatori: GUgliermetto – FRAtelli – Mobile), è la prova evidente del brio frizzante di quegli anni.

Le tendenze trasgressive degli anni 60 e 70, e in particolare la Pop Art, diedero origine a una serie incredibile di progetti innovativi in ogni settore. Dalla grafica alla musica, dall’arte alla danza, dalla moda al design.

Proprio in quegli anni nacquero piccoli e grandi complementi di arredo che rivoluzionarono l’idea stessa della casa borghese tradizionale. Un esempio di ispirazione al futuro fu la conquista dello Spazio, che diede origine a diversi oggetti di design ispirati alla luna, nati in seguito al primo allunaggio avvenuto nel lontano 1969.

A 50 anni dalla sua creazione, il divano Bocca di Gufram mantiene intatto il suo charme, conservando quello stile moderno e provocatorio che lo ha da sempre caratterizzato. Dal 1970 ad oggi, il divano Bocca viene declinato in molteplici edizioni.

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Le 2 dive di Hollywood che hanno ispirato il divano Bocca

Per realizzare il divano Bocca, lo Studio65 prese ispirazione da un quadro di Salvador Dalì. Nel dipinto dal titolo Viso di Mae West utilizzabile come appartamento surrealista, una tempera su carta di giornale del 1934-1935, l’artista spagnolo trasformava i tratti della diva in una serie di arredi. Le labbra carnose dell’attrice hollywoodiana Mae West erano rappresentate da un divanetto rosso…

I cinefili conosceranno sicuramente Mae West. Una grande diva, una star che diventò subito un sex symbol per la sua generazione.

Ma per se l’idea delle labbra-divanetto  lo Studio65 si ispirò al celebre ritratto di Mae West di Dalì, i designerei ispirarono alla forma delle labbra, anche queste di un rosso iconico, di Marylin Monroe. Tanto è vero che inizialmente chiamarono il loro divano Marylin, il nome con cui è ancora oggi conosciuto negli USA.

Le labbra rosse di Marylln Monroe hanno dato l’ispirazione (e il nome) al divano Bocca


Le caratteristiche di BOCCA® di Gufram

Le caratteristiche del sofà Bocca sono inequivocabili a cominciare dalle asimmetrie quasi impercettibili nelle estremità degli angoli al fine di renderlo più reale e simile alle labbra umane.

Lungo 2,12 cm per 80 cm di profondità e 85 di altezza, il divano Bocca è il risultato delle sperimentazioni degli anni ’70 sul poliuretano espanso schiumato a freddo a portata differenziata. Il rivestimento è in stoffa elastica e sfoderabile.
L’introduzione al poliuretano fu la vera innovazione per l’Azienda Gufram; negli anni ’70  infatti veniva utilizzato esclusivamente come isolante termico per le strutture più complesse e non per gli oggetti di design.

Il divano BOCCA di Gufram rappresenta ancora oggi una delle massime espressioni del design tra la fine degli anni 60 e gli inizi degli anni 70.

Grazie alla sua bellezza sensuale e scenografica il divano BOCCA di Gufram è esposto nei più importanti Musei del mondo. Dal Louvre di Parigi, al Museum of Applied Art and Science di Sydney, al Design Museum di Monaco.
Per il suo design iconico, il sofà BOCCA è anche stato pubblicato apparso in molte riviste prestigiose come Vogue e Harper’s Bazaar.

Bocca è un perfetto Loveseat dal design unico. Come dice giustamente il nome, il loveseat è un divanetto a due posti pensato per creare una maggior vicinanza e intimità fra le persone.

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Le varie declinazioni del sofà BOCCA®

Pink Lady, Dark Lady e Boccadoro sono le altre declinazioni dopo la versione rosso fuoco di Gufram anni ‘70.

Nel 2008, la versione Pink Lady è in rosa shocking e rievoca il colore per antonomasia, il segno distintivo della stilista Elsa Schiapparelli. Anche la stilista italiana, trasferitasi a Parigi, onorò Mae West rappresentandone il busto nella fragranza profumo, Shocking de Schiaparelli. Sempre nel 2008 esce la versione Dark Lady che è un omaggio al nero, il tipico colore associato alla corrente del punk-rock e della quale molti anglosassoni vanno fieri per essere stati i precursori della moda e costume. Il piercing del divano Dark Lady è in metallo ed è estraibile. Nel 2016 infine si aggiunge Boccadoro in edizione limitata. Il colore oro vuole rappresentare il successo planetario del divano Bocca. 


La collaborazione con MOSCHINO

Nonostante i suoi 50 anni, Bocca non ha mai perso il suo stile moderno. Sicuramente molti ricorderanno l’irriverente reinterpretazione che la Maison MOSCHINO ha fatto del divano Bocca, che inserisce la zip in metallo dorato a sigillarne le labbra. La capsule collection Moschino kisses Gufram comprende altre due pezzi: Biker Cabinet e High Hells.
Anche il divano Zipped Lips design by MOSCHINO è realizzato in poliuretano rivestito in tessuto impermeabile, adatto per l’outdoor.


Una BOCCA in miniatura!

Nel 2018 viene lanciata da Gufram la collezione di Guframini. Si tratta dei più iconici progetti Pop degli anni 70 (Bocca, Cactus, Pratone e altri) in miniatura. Oggetti scultura in scala ridotta da ammirare ed esporre dove vogliamo!
Tra i Guframini non poteva certo mancare la miniatura di Bocca, anch’essa realizzata in schiuma poliuretanica.

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2020: BOCCA® cambia make-up con una strepitosa palette di colori

Il divano Bocca festeggia i suoi primi 50 anni con un tripudio di colori. Nella cartella colori si aggiungono 25 nuove tonalità una più bella dell’altra. I rivestimenti cambiano e si rinnovano. La linea diventa più strutturata.
Tra la particolare e ampia gamma colori: cioccolato, avorio, zafferano e blu artico. La lana (elastica) bouclé è scelta per il nuovo look di Bocca.

Grazie alle nuove proposte di colori, il divano Bocca diventa sempre più contemporaneo. La vendita della linea NEW BOCCA®UNLIMITED è anche disponibile online nei siti dei distributori autorizzati.

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