Maurizio Duranti

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DS: Quando hai capito che avresti fatto il designer?

MD: Avevo 16 anni e frequentavo il terzo anno del liceo artistico a Genova. Un giorno chiedo al prof di una della materie di disegno cos’era il design, perché l’avevo letto da qualche parte (era il 65). Lui non credo che ne sapesse molto (il design è ancora oggi un concetto lontano dalla cultura genovese) ma mi disse di leggere ARTE COME MESTIERE  di Munari e ne fui folgorato. Quel giorno pensai che, pur volendo fare l’architetto, il design sarebbe stata la mia strada. A quel tempo i designer erano tutti architetti. Ho incontrato Munari poco prima che mancasse, in una pizzeria vicino al suo studio e mi sono avvicinato al tavole dicendogli che era colpa sua se avevo fatto il designer.

 

DS: Ci racconti la tua giornata tipo… come lavori, quando progetti, da dove prendi ispirazione?

MD: Oddio, ho vissuto una vita sregolata da sempre quindi è difficile parlare di una mia giornata tipo. Tuttavia, negli ultimi anni mi sono “regolarizzato” felicemente e non vado più a dormire tardissimo, quindi mi faccio svegliare a linguate, rigorosamente alle 7,30 dalla mia adorata Fraulein ULLA, magnifica pastorina tedesca e così inizia la giornata portandola fuori ai giardini del Politecnico in piazza Leonardo dove ogni mattina incontro “la cumpa” dei cani e dove ho fatto deliziose conoscenze. Poi cappuccino e brioche al bar sotto casa e su a lavorare. Durante il giorno ci sono moltissime cose da sbrigare: mail da spedire con foto di progetti e oggetti, mail a cui rispondere, e lavori da portare avanti coi miei collaboratori. I progetti e le idee vengono molto casualmente. Nonostante sia un professionista da ormai quasi trent’anni, come si fa a mettersi al tavolo e dire” ora devo disegnare questa cosa”?.. Le mie idee vengono nei momenti più diversi perché, credo che un designer o un creativo in genere, non smetta mai di pensare e di lavorare.  Mi ricordo che, una volta ero a cena da amici e, a tavola, mi venne una buona idea per una serie di posate che dovevo progettare da giorni. Dal momento che non ho memoria, dovetti disegnare un appunto approssimativo su un tovagliolo di carta, ma non vedevo l’ora di tornare per disegnarlo bene.

 

DS: Chi sono i tuoi maestri (in qualsiasi ambito) design, pittura, architettura, cinema…

MD: Allora, nel design stravedo per Vico Magistretti: un vero grande con una marcia in più rispetto a chiunque e poco celebrato per il suo difficile carattere. Mi ricordo una mostra in Triennale dove mettevano a confronto Magistretti e Gio Ponti contemporanei, c’era un abisso: Ponti guardava indietro e Vico in avanti. In pittura c’è Pollok che mi entusiasma, è come se avesse detto, “a oggi l’arte è questa” un po’ come ha fatto Jimi Hendrix con la chitarra. Ma poi sento molto Caravaggio, un vero cronista nero del ‘600, religioso più dei religiosi. Il cinema è più databile. Antonioni mi ha cambiato la visione della vita con Blow up e Zabriskie Point, ma col tempo si amano i registi che stanno coi tempi perché tutta l’arte, cinema compreso, deve rispecchiare il suo tempo. Poi, alcune cose diventano immortali, ma non è necessario. In architettura ho sempre amato Brunelleschi per il suo minimalismo esatto e inequivocabile, ma, crescendo ho amato molto Aldo Rossi. Credo che Renzo Piano sia veramente grande perché ogni opera che realizza non presenta facili stilemi ma è sempre diversa, calata nel contesto senza protagonismi inutili, ma pur sempre riconoscibile. Questa è la vera grandezza culturale.

 

DS: Cosa consiglieresti a un giovane che intraprende questa professione?

 MD: Per poter accede ad una qualunque professione, ma soprattutto a questa bisogna avere 2 cose fondamentali: un grande talento, una determinazione equivalente ed una notevole capacità commerciale e di marketing. Difficile dare consigli: o così o niente. La professione deve essere la ragione della vita.

 

DS: Quali sono i tuoi nuovi progetti?

MD: Ora sto accingendomi ad andare a vivere in provincia-campagna e penso che sarà un bel cambio di vita per uno come me che è scappato da Genova perché la ritenevo piccola e provinciale, ma c’è una stagione per ogni cosa. In questa fase C della mia vita mi sta bene così. Professionalmente continuo il mio lavoro anche se è un momento durissimo perché i consumi sono vistosamente calati e le aziende sono allo sbando. Ma in tutto questo caos sto provando a lanciare un mio nuovo brand di occhiali da sole MILANOCENTRALE perché sono sempre stato appassionato di occhiali e ora vorrei farne un lavoro.

 

DS: Oggi la parola “DESIGN” è molto di moda. Ma cosa è per te design? Esiste un confine?

MD: Oggi la parola Design è di moda un po’ a sproposito e viene usata per ogni oggetto detto “moderno” indiscriminatamente, ma il Design è altro. È innovazione, originalità, ricerca, attendibilità, è anima del mondo è sensibilità, è misura, è “understatement”, è eleganza-logica-misura. Basta così?

 

DS Design sin di estetica – allegro, friendly, ironico – e design sinonimo di funzionalità: due scuole di pensiero che oggi convivono… Tu cosa ne pensi?

MD: Oggi abbiamo tutto, non siamo più negli anni 60 dove si doveva inventare una società moderna. Oggi si compra il design per desiderio, quindi scelte emozionali. Ci sono oggetti retrogradi ma “appetibile” per tanti motivi. La lampada Tolomeo di De Lucchi ne è un esempio. Dal punto di vista innovativo fa passi indietro dopo la Tizio, ma è emotivamente arcana e tocca l’immaginario collettivo. Ecco il design di oggi. Io credo che si stia andando incontro ad un mondo nuovo, siamo alle soglie di un terzo rinascimento perché questo accade dopo un medioevo come l’era che si sta spegnendo e questo ha bisogno di nuovi contenuti.

 

DS Quali pensi che siano le aree di maggior interesse per il futuro?

MD: Sicuramente: tecnologia al servizio del benessere, dell’ecologia e del bisogno di fantasia.

 

DS: Oggi molti periodici di design trasferiscono i contenuti sul web e nascono sempre più giornali on-line. Come deve essere a tuo avviso il magazine di domani?

MD: A me pare che, lentamente e che piaccia o no, tanta stampa si trasformi in testate on-line. Credo che non si possa andare contro i mulini a vento e che sia giusto così. Il mondo del design, poi, prima di altre perché sa guardare avanti. Poi ognuno è libero di sfogliarsi il giornale ma trovo che, per quanto affascinante sia l’odore della carta stampata, oggi, con un tablet puoi leggerti qualunque giornale di tutto il mondo, dove vuoi e quando vuoi. Idem per i libri. Mi dispiace per la carta stampata che diventerà per collezionisti.

 

DS: l design è provocazione ricerca estetica o innovazione?

MD: Ecco, io vedo sempre più un design–gadeget tanto per stupire o strappare un sorriso. Difficile trovare nei giovani un vero design innovativo nei contenuti, tranne rari casi. Il design non è provocazione ma è proposizione.

 

DS: Le tre parole d’ordine del design contemporaneo

MD: Comprensione di nuovi bisogni, attitudine alla tecnologia, poetica.

 

DS: Qual è l’oggetto che più di ogni altro rappresenta la contemporaneità?

MD: Penso, senza dubbio, l’I-Pad.

 

DS: C’è qualche pezzo che ti piacerebbe disegnare, con cui vorresti cimentarti?

MD: Un oggetto tecnologico tipo Apple. Vorrei sapere cosa saprei dare (ora non lo so).

 

DS: Come definiresti la tua casa?

MD: Mah, un inseme diverso di cose messe insieme con sensibilità e criterio per viverla bene.

 

DS: Un libro, un film, un brano musicale.

MD: Non ho dubbi: film, BLADE RUNNE, libro l’ODISEA, brano, la Nona sinfonia di Beethoven e Brown Sugar dei Rolling Stones.

www.maurizioduranti.com

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