Matteo Ragni

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DS: Iniziamo con una domanda sulla tua vita: quando hai capito che avresti fatto il designer?
MR: Mi ricordo che da piccolo mia madre diceva che ero molto ingegnoso e prevedeva per me un futuro da “ingegnere”. In realtà a me piaceva molto, come credo alla maggior parte dei bambini, capire come erano fatte le cose, aprirle, disassemblarle, ricostruirle, inventarne di nuove. Questa mia passione mi ha portato anche a intraprendere macabre operazioni di disassemblaggio di un povero pesciolino rosso che avevamo comprato poco prima. Ero talmente curioso di capire cosa ci fosse dentro che con un cucchiaino ho cercato il “motore” di quello strano essere silenzioso e fluttuante. Risultato: un bel castigo ed una notte da solo in cameretta con il “corpo del reato” ed una paura tremenda dell’ ittica vendetta. Da allora ho smesso di avere velleità da chirurgo e mi sono dedicato esclusivamente al mondo degli oggetti…avevo credo 6 o 7 anni.

DS: E quali sono state le tue maggiori difficoltà ma anche le più grandi soddisfazioni?
MR: Il mio primo progetto andato in produzione è del 1995 quando, giovane studente al Politecnico, mia madre mi vedeva studiare chino sui libri e, come tutte le madri, era prodiga di consigli per il figliolo che rischiava di rimanere gobbo dal troppo studio. Un’idea romanticamente leopardiana se vogliamo, ma è stata l’occasione per progettare un leggio pieghevole per non essere più assillato dai consigli materni piuttosto che per funzioni pratiche (non rischiavo di diventare gobbo per qualche ora seduto a leggere un libro di urbanistica o di estimo).
Insomma questo leggio, nato quasi per scherzo, è risultato molto comodo e decisi così di presentarlo ad un’azienda per vedere se ne fosse venuto qualcosa di buono.
Il resto è storia più o meno nota: a 22 anni avevo il mio primo pezzo in produzione…e mi sembrava di essere “arrivato”. Evidentemente mi sbagliavo…..ero solamente all’inizio del cammino.

DS: Alla luce della tua esperienza che tipo di formazione consiglieresti a un giovane che intraprende questa professione?
MR: Forse sono di parte, ma la mia formazione di architetto mi ha permesso di avere quella che viene definita cultura del progetto. Vorrei anche ricordare la risposta che diede Vico Magstretti alla stessa domanda: “fate fare ai vostri figli il liceo classico”. Credo che oggi la differenza non sia strumentale ma culturale. Avere una buona preparazione tecnica è qualcosa che si acquisisce piuttosto facilmente.
La scuola, qualsiasi essa sia, è un hub, un luogo che ti connette con altre persone, docenti o colleghi che siano. Da qui parte tutto….un infinito sistema di relazioni che ci fa crescere ed evolvere se siamo disposti a metterci in gioco ogni momento.
La laurea dal mio punto di vista serve solo a far felici i propri genitori e i corniciai se decidi di appenderla ad un muro.

DS: Cos’è cambiato negli ultimi anni nel tuo mestiere?
MR: All’inizio ero molto concentrato sul prodotto, su disegno, sulla buona forma e sulla funzione.
Da qualche anno mi affascina molto di più il design nel suo insieme: non solo prodotto, ma anche comunicazione, spazi, racconto, visione; quello che noi “milanesi” chiamiamo art direction.

DS: Racconta ai nostri lettori la tua giornata tipo… come lavori, quando progetti, se disegni o modelli i pezzi, da dove prendi ispirazione?
MR: La mattina comincia sempre con la consegna dei tre piccoli a scuola, dopo di che comincia la mia vacanza dalla routine e ci si diverte davvero: passo circa metà del mio tempo in studio a progettare insieme ai miei collaboratori; l’altra metà la passo tra viaggi da clienti, riunioni e scritture varie…come questa ad esempio.
La sera cerco sempre di tornare in tempo per cenare con la mia famiglia verso le 19. Dalle 20,30 faccio il marito…la notte tra un sogno e l’altro progetto cose bellissime che al risveglio non sempre sono così realizzabili come nei sogni…ma sono già un buon inizio.

DS: Domanda d’obbligo: chi sono i tuoi maestri ispiratori, dove sono, in quale ambito, design, pittura, architettura, cinema, etc.
MR: La mia esperienza all’interno della Facoltà di Architettura è stata segnata da alcuni incontri molto particolari con dei docenti che mi hanno lasciato un vero insegnamento: Attilio Marcolli, Gianni Ottolini, Corrado Levi, Cino Zucchi. Non una grande percentuale se contiamo che gli esami erano trenta.
Se penso ai miei maestri la lista è piuttosto lunga: dalla A di Alvar Aalto alla Z di Marco Zanuso metterei Castiglioni, Colombo (il Joe chiaramente) Magistretti, Mari, Munari, Sottsass,

DS: E fuori lista?

MR: Fuori lista? Pablo Neruda, Steve Jobs, Mario Monicelli, Robert Altman, Chuck Palaniuk…

DS: Qual è l’oggetto che più di ogni altro rappresenta la contemporaneità?
MR: Rischio la banalità ma senza dubbio l’i-pad. Se volete qualcosa di più originale e forse provocatorio potrei rispondere il pomodoro coltivato sul proprio terrazzo o in uno degli orti urbani che stanno popolando le nostre grigie città.

DS: C’è qualche pezzo che ti piacerebbe disegnare, con cui vorresti cimentarti?
MR: Più che disegnare mi piacerebbe inventare quello che verrà dopo l’i-pad

DS: In che città vorresti vivere e lavorare se potessi trasportare il tuo studio altrove?
MR: Rimarrei a Milano, ma con la vitalità di Berlino, la gioia di Barcellona, il traffico di Venezia, le bici di Amsterdam, il profumo della Sardegna, l’aria di Montagna e la bellezza di Roma.

DS: Quando non lavori come trascorri il tuo tempo, cosa ti piace fare?
MR: Sto coi miei tre figli, gioco e imparo da loro a vedere il mondo con gli occhi di un bambino.
Parlo di vita, di morte, di futuro, di progetti, di felicità con mia moglie Elisa.

DS: Un libro, un film, un brano musicale.
MR: Libro “Viva tutto” di Lorenzo Cherubini e Franco Bolelli, film “Amici miei” di Monicelli, brano “pefect day” di Lou Reed.

DS: Come ti definiresti?
MR: Una volta mi sono presentato ad una conferenza come appassionato di design…la cosa ha fatto molto ridere il pubblico, ma la passione è quella che conta, in ogni lavoro, quindi d’ora in poi non chiamatemi più architetto o designer!

DS: Il design è provocazione, ricerca estetica o innovazione? Sembra che sia difficile trovare un equilibrato mix.
MR: La provocazione deve provocare un sentimento di ricerca verso l’innovazione, non solo attraverso l’estetica ma tramite un racconto ed un approccio etico al progetto.

3 thoughts on “Matteo Ragni

  1. luino

    “fate fare ai vostri figli il liceo classico” una bella stronzata di Magistretti!
    a meno che non vogliano fare gli archivisti…

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