Design Street Intervista Giulio Ceppi, designer, architetto, docente al Politecnico di Milano

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Design Street Intervista Giulio Ceppi, designer, architetto, docente al Politecnico di Milano

DS: Come è stata la tua formazione e quali i personaggi che hanno più segnato il tuo percorso?

GC: Il mio è stato un percorso tortuoso e tuttora in evoluzione, che il è bello del nostro mestiere; all’inizio volevo studiare archeologia, poi mi sono iscritto in parallelo ad una facoltà di giurisprudenza e ad una di design. Alla fine approdai alla facoltà di Architettura di Milano dove incontrai Ezio Manzini allora docente di tecnologia, e personaggi come Tomas Maldonado, Achille Castiglioni, grazie ai quali iniziai ad interessarmi al design. Ho studiato anche grafica e Visual design alla Scuola Politecnica che era allora una piccola Bauhaus dove incontrai Bruno Munari.

Un passaggio importante fu quando andai alla Domus Academy, che era allora il grande crogiolo del design milanese, dove si potevano incontrare tutti i personaggi più importanti del settore. Si parlava di nuovi materiali, come nella famosa mostra Neolite, e si iniziavano a trattare i temi del riciclo e del design primario ed esperienziale per le qualità percettive dei materiali, temi sui quali con Antonio Petrillo e Clino Trino Castelli lavoravamo per grandi aziende. In seguito sono stato il responsabile a Milano di Philips Design, dove ho imparato l’attività di Vision per anticipare bisogni e prodotti del futuro.

Tutto ciò mi ha permesso in seguito di aprire una struttura, Total Tool, intesa come un laboratorio multi disciplinare e molto flessibile, per rispondere a tutte le implicazioni e problematiche presenti oggi in un progetto di architettura, design o grafica.

 

DS: Come valuti la qualità dell’insegnamento nelle varie scuole di design oggi?

GC: Spiace dirlo ma registro in Italia un ritardo culturale, che rispetto all’Europa ci vede ancora legati al progetto del singolo prodotto, con un approccio che definisco vetero-feticista: il divano, la seggiolina, il tavolino….. i vari Castglioni e Sottsass, hanno rappresentato un’epoca eroica per il design italiano, ma deve essere superata. Oggi bisogna avere più coraggio ed uno sguardo più ampio.

Nel mio corso al Politecnico insegno Strategia per l’innovazione di prodotto, dove non conta solo la forma dell’oggetto. Invito i ragazzi a concepire il design non come un servizio per i consumi, che cambiano ad una velocità altissima, ma come processo in grado di anticipare soluzioni complesse su più fronti, che necessitano di approcci e strumenti intellettuali e operativi che la scuola dovrebbe organizzare e fornire. Il rischio è rimanere a quello che Andrea Branzi definisce design enzimatico: senza idee e spessore come si vede nella settimana del Salone, destinato a incidere molto poco nella realtà.

Inoltre rilevo un appiattimento generalizzato dovuto al massiccio uso degli stessi strumenti informatici e digitali, mentre il progettista deve rimanere una figura pensante che aiuta a risolvere i problemi, o meglio a formulare domande per i problemi nuovi, l’immigrazione, la disabilità, l’integrazione sociale.

 

DS: Quali sono le tematiche relative all’architettura e alla città che ti stanno più a cuore?

GC: In Italia la situazione è complessa…… I soggetti in gioco non si parlano tra loro, la logica è sempre quella del massimo guadagno per l’imprenditore e il massimo ribasso per il fornitore. Con il progetto di una strada “Kilometro Zero Road”, invece ho portato I soggetti intorno a un tavolo a dialogare sulle soluzioni migliori che potevamo offrire, creando una azienda in rete in cui chi fa il guardrail dialoga con chi illumina o con chi asfalta…. l’idea era di una strada che producesse l’energia che consuma o da cedere a terzi, per mezzo di pannelli fotovoltaici integrati nelle barriere.

 

Dobbiamo uscire dalla logica del “prezzo minimo” perché la sostenibilità oggi costa inevitabilmente di più ma si ripaga poi nell’arco di pochi anni ed è a favore di tutti, come nel caso della stazione Autogrill di Lainate: costata il 30-40% in più, ma in tre anni di esercizio si è ripagata grazie a 420 sonde geotermiche che producono energia a costo zero e senza inquinare. Abbiamo creato un edificio ad altissima efficienza, grazie anche ad una impostazione che il committente ha accolto: non la ricerca di fornitori da “spremere”, ma i migliori partner sul mercato da coinvolgere.

La ricerca della qualità in ogni settore, dal cucchiaio alla città, implica per me, una condizione di condivisione e coinvolgimento di tutti gli operatori, dove il primo ad essere collaborativo e non autoreferenziale deve essere proprio il progettista.

DS: Un ultima battuta su Milano, se tu potessi cosa cambieresti?

GC: Se potessi intervenire, non aggiungerei un ulteriore segno alla città, ma cambierei semplicemente il colore e la grana degli asfalti delle strade: un mio vecchio sogno da design primario di quando ero alla Domus Academy. La mattina le persone aprendo la finestre vedrebbero una città nuova, con una nuova luce, una diversa acustica…senza forse capirne la causa immediate.

Marco Forloni

Marco Forloni

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