Design Group Italia

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Incontriamo nel grande studio di Milano, nel cuore della “rinata” China Town meneghina, Edgardo Angelini, uno dei partner di Design Group Italia insieme a Sigurdur Thorsteinsson e Peter Newbould.

Uno storico studio milanese che per quasi 50 anni ha rappresentato la storia del miglior design italiano. Uno studio che ha saputo rinnovarsi crescendo costantemente fino ospitare più di 40 persone di diverse nazionalità e competenze che oggi collaborano con le più grandi multinazionali al mondo.

 

Uno studio che ha fatto della qualità e dell’innovazione la propria firma, ben evidente in alcuni dei più iconici e rivoluzionari prodotti dell’industrial design e del food design italiani: prodotti che tutti conosciamo, usiamo… e consumiamo, probabilmente senza sapere che sono stati progettati proprio da DGI.

 

Lo studio ha una lunga storia. È praticamente nato insieme al design italiano…

Design Group Italia è stato fondato da Marco Del Corno nel 1968, anno di grande fermento culturale, e si occupava principalmente di ergonomia, di grafica e di design. Al suo interno si sono espressi designer del calibro di Bandini Buti, Arduini, Salvemini e molti altri. Col tempo i fondatori sono usciti dalla squadra e sono entrate nuove forze, tra i quali io e i miei soci. Possiamo dire che dal 1994 c’è stata una rinascita con una nuova spinta che ha fatto crescere costantemente lo studio, fino a contare una quarantina di persone.

 

In che settori lavorate oggi?

Oggi operiamo in tutti i campi del design industriale, dal B2B al B2C, dal product design al brand design, dal service design al progetto degli spazi esperienziali, e in ambiti completamente diversi tra loro come il settore sportivo, l’elettronica di consumo, i prodotti di largo consumo e il settore industriale. Ma anche il food design, dove la sfida più grande è quella di unire ed esaltare i valori estetici ed emozionali del cibo.

Da qualche anno abbiamo sviluppato molto la parte digitale e abbiamo una sezione dedicata appositamente all’Internet of Things, un settore emergente che unisce design, psicologia e nuove tecnologie per la ricerca di nuove esperienze d’uso dei prodotti.

Qual è la vostra tipologia di cliente?

Noi lavoriamo sia con piccoli clienti sia con grandi multinazionali come 3M, Unilever, ABB, Pepsico, Panasonic.

L’importante è che siano aziende concentrate sull’innovazione perché per noi è molto più stimolante, a prescindere dalla tipologia di prodotto che ci viene richiesto. Se manca questa spinta, anche se lavoriamo a temi bellissimi, non ci divertiamo allo stesso modo.

Il nostro sogno è continuare a lavorare con aziende che chiedono qualità e che non si accontentano mai.

Tutti noi abbiamo usato o usiamo quotidianamente oggetti disegnati da DGI, senza però rendercene conto. Ce ne puoi elencare qualcuno?

Uno dei pezzi più iconici e rivoluzionari del nostro studio è il pennarello Tratto Pen, disegnato nel 1975 e vincitore del Compasso d’Oro. Ma anche gli spazzolini Mentadent, gli utensili Beta, gli interruttori Vimar, la macchina per caffé Diva di Bialetti e ancora tantissimi prodotti Chicco, Scotch Brite, 3M…

Abbiamo anche disegnato le forme o il packaging di tanti prodotti food per Bauli, Mulino Bianco, Hormel, Galbani, Vallelata, Beretta e molti altri.

Come è cambiato oggi il lavoro del designer?

Il cambiamento più evidente è che all’inizio della mia carriera il designer lavorava con matita squadra e tecnigrafo, mentre oggi ha a disposizione strumenti straordinari. Non solo digitali, ma anche strumenti di ricerca e di analisi fondamentali per il nostro lavoro. Questo ha cambiato molto il designer, che è maturato e ha cambiato molto l’approccio al progetto.

La professione del designer è cambiata culturalmente: oggi non può prescindere dal considerare fondamentale il marketing, non può non tener conto di fattori come le abitudini di vita, le motivazioni d’acquisto, il contesto, l’esperienza di fruizione del prodotto, l’occasione di consumo.

È cambiato anche il ruolo delle aziende che sempre più comprendono il valore strategico del design. Prima chiedevano solo delle forme, mentre oggi hanno compreso che il designer può fare molto di più: dare un senso all’oggetto.

 

Sembra che il mondo del design sia diviso tra chi pensa che l’oggetto debba essere utile e chi pensa che debba essere bello, divertente. Tu cosa pensi?

Io penso che il design debba essere bello, utile e intelligente. Se manca solo uno dei tre elementi, non è design. Bello perché deve suscitare emozioni. Intelligente perché deve essere innovativo. Utile perché deve saper offrire un valore aggiunto all’utilizzatore ed all’azienda che lo produce.

Cosa pensi del ruolo del designer come star?

Il nostro studio non ha mai avuto questo atteggiamento. Anzi. Noi diamo un servizio alle aziende che fanno innovazione, che vogliono migliorare il mondo. Non ci interessa la firma. I nostri sono prodotti innovativi, dove però il designer resta spesso “anonimo”. Come per i prodotti Apple. Il prodotto è il progetto di una squadra vincente, non di un singolo.

Qual è il vostro metodo di lavoro?

Noi lavoriamo sempre a un progetto più che a un prodotto.

Partiamo dal brief e dalle aspettative del cliente. A questo punto costituiamo un team di lavoro con un responsabile cliente e un responsabile creativo che coordina la parte di design.

Da qui inizia una complessa fase di ricerca che parte da un’analisi etnografica, che ci aiuta a mettere a fuoco i potenziali consumatori e le loro abitudini d’uso. Facciamo poi analisi di prodotto e iconografiche, analisi di mercato, posizionamento, tendenze, branding. Attraverso workshop, ragioniamo insieme al cliente intorno agli obbiettivi condividendo valori, parole chiave e prime idee di progetto.

Tutto questo lavoro porta a un primo schizzo di insieme e poi allo sviluppo dei concepts.

Quale oggetto rappresenta al meglio la contemporaneità?

Lo smartphone. Quello che tutti oggi abbiamo in tasca e che ha cambiato la nostra vita e le nostre abitudini. Mi affascina anche il mondo che si sta aprendo con la nuova frontiera dell’ “Internet of Things”, sul quale abbiamo iniziato a sviluppare ricerche, idee e prototipi sperimentali.

Cosa ti piacerebbe disegnare?

Non penso tanto a un oggetto specifico… La sfida che mi piace di più è quella di trovare nuove funzioni a oggetti di uso quotidiano, soprattutto attraverso le nuove tecnologie digitali con l’ambizione di migliorare la vita delle persone che li useranno.

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