Valerio Cometti

Editor:

DS: Oggi la parola “DESIGN” è molto di moda. Ma cosa è per te design? Esiste un confine?

VC: Devo dire che “purtroppo” la parola “design” oggi è di moda, perché questo ha portato una grave deformazione nella percezione di questa professione. Il “Design” rappresenta una serie vastissima di attività e competenze, che oggi in Italia si è atrofizzata riducendosi rischiosamente ad un’attività di decorazione e poco più (anche nella percezione del pubblico e della stampa specializzata). “Design” è progettazione, innovazione, pensiero laterale, problem solving, tutte attività legate e “abbracciate” da una superba sensibilità estetica: purtroppo oggi in Italia è rimasta attenzione solo per quest’ultima.

DS: C’è un designer che più di altri ha avuto particolare influenza sulla tua formazione?

VC: Non voglio risultare irriverente, ma mi sono creato un percorso formativo autonomo, a cominciare dalla mia formazione come Ingegnere Meccanico. Non avevo mai lavorato in Italia come designer e sono “atterrato” a Milano di ritorno da Sydney direttamente per aprire il mio studio, perciò non ho avuto il piacere di ricevere alcun insegnamento diretto.
Sicuramente ammiro l’operato di Dieter Rams, Buckminster Fuller, Richard Sapper, Paolo Rizzato ed Alberto Meda.

DS: La tua metodologia progettuale. Come le idee si trasformano in progetti concreti?

VC: Il mio essere ingegnere meccanico, mi impone un approccio estremamente concreto e minuzioso al design. Già i miei primi schizzi, sono sempre pieni di elementi costruttivi, dettagli apparentemente minori, ma il cui contributo finale voglio venga considerato da subito. Non riesco a disegnare i concept senza rispettare le proporzioni e gli spessori. Dai disegni, passiamo ai modelli 3D realizzati con un software molto raro nel mondo del design, che però impone una grande concretezza, poiché non accetta vaghezze ed indecisioni nella definizione delle forme. Quindi si passa ad una fase di rendering di altissima qualità, con altrettanti software specialistici. Tutto questo determinismo è semplicemente frutto della volontà di presentare al committente un design estremamente chiaro, lucido e senza vaghezze: credo fermamente nel “what you see is what you get”, tanto nella vita, quanto nella professione. Sono spesso coinvolto in progetti estremamente complessi, perciò abbiamo la necessità di produrre un design estremamente “difendibile” per evitare che subisca gli strapazzi durante i mesi e mesi (a volte anni) di industrializzazione da parte dei grandi dipartimenti R&D delle Aziende nostre clienti. Se non si hanno le idee chiare da subito, non si sarà in grado di resistere agli innumerevoli tentativi di “semplificazione”, “rettificazione”, che gli ingegneri degli Uffici Tecnici cercano invariabilmente di imporre al design.

DS: Come definiresti la tua casa?

VC: Luminosa, minimale e comoda.

DS: Che consiglio daresti ad un giovane studente di Design?

VC: Di accertarsi di essere profondamente motivato ad affrontare questa professione. Inoltre di diventare in primis un valido progettista, ricordandosi che il designer deve saper fare le domande giuste e per farle non può essere ignorante.
E per ultimo di chiedersi da 0 a 100 che voto darebbe alla propria curiosità: se non sbotta rispondendo immediatamente “Cento!!”, allora è meglio che lasci perdere…

DS: Design sinonimo di estetica – allegro, friendly, ironico – e design sinonimo di funzionalità: due scuole di pensiero che oggi convivono… Tu cosa ne pensi?

VC: Nonostante io sia una persona destramente solare ed ironica, non ho simpatia (da acquirente) per il design allegro, friendly ed ironico. Questo però non significa che ci sia un design “corretto” ed uno “sbagliato”: un po’ come vale nella musica, ogni genere di design merita attenzione, purché esprima un’idea ed una qualità progettuale (ed è qui che la cosa si fa difficile…)

DS: A tuo parere, il design è stato penalizzato da questa crisi? Pensa che ne uscirà cambiato?

VC: Si, il design è stato molto penalizzato da questa crisi. Paradossale per una nazione culla di design, in Italia la mia professione è comunque vissuta dalle aziende come una “spesa”, non come una forma di sincero arricchimento del prodotto ed elemento di potenziale distinzione da una competizione sempre più serrata.
In quanto “spesa” è stato soggetto di un ulteriore giro di vite nei budget di investimento.
Personalmente, rivolgo la mia attenzione verso i settori più dinamici, floridi e caratterizzati da una maggiore vivacità: qui si trovano con maggior facilità player in grado di investire nel design e non in attesa di farsi “finanziare” la creatività da speranzosi designer in attesa di misere royalties.
Un cambiamento che speravo questa crisi portasse al mio settore era un desiderio di contenuti e concretezza, frutto della reazione ad anni di design fine a sé stesso: in quest’ultimo Salone del Mobile, però, ho visto ancora troppi prodotti e troppe poche idee.

DS: Non ti sembra che il design abbia tradito la sua missione originaria, quella cioè di creare, attraverso l’industria, prodotti di buona qualità alla portata di tutti?

VC: Certo, sono molto d’accordo con quest’osservazione. Purtroppo il design è diventato un “marketing tool”, ha perso la spinta innovativa e autentica di un tempo e perciò si fa erroneamente trascinare da derive discutibili come il “design/art”, poco più di una geniale iniziativa di marketing.
Ad alimentare questa deriva, c’è anche il divismo di alcuni miei colleghi che perseguono la progettazione “ad effetto” per alimentare l’attività dei propri uffici stampa, creando prodotti effimeri e più lontani che mai dallo spirito del Design al quale personalmente mi rifaccio
.

DS: Quali sono le parole d’ordine del design contemporaneo?

VC: Nella realtà registro le seguenti: confuso, superficiale, vanesio.
Nei miei sogni ci vedo: innovativo, eclettico, intelligente.

DS: Perché i giovani designer in Italia fanno così fatica a farsi conoscere? Sembra che le aziende facciano a gara a contendersi i “soliti noti”, le “star” del design…

VC: Come già detto: la capacità di progettare, di fare design di qualità, non è più l’unico metro di giudizio nell’assumere un designer. In quanto “marketing tool” il design ed il suo autore devono offrire notorietà e “coolness” al prodotto, aiutandone la visibilità e la vendita grazie al proprio atteggiamento, agli anelli alle dita ed agli smoking rosa…

DS: Regge ancora il mito del Design “Made in Italy” in questo mondo sempre più globalizzato? Non ti pare che oggi valga più per le aziende produttrici che per la creatività?

VC: Senza dubbio: il mondo riconosce alle Aziende italiane un primato creativo, ma non offriamo certo una classe di designer italiani che fanno scuola, com’è stato in passato. Individuare le colpe non è semplice, ma non è nemmeno impossibile: già osservando i portfolio dei designer laureandi che ricevo in studio si capisce il pessimo lavoro svolto dalle scuole, primo passo di una perdita di competitività del nostro settore. Personalmente non riesco a dialogare con i miei colleghi, ancor più se della mia generazione: siamo animati da interessi diversi e propositi diversi, perciò non riesco a condividere l’interesse quasi monofocale che la maggior parte di loro esprime per il mondo dell’arredamento e per certe forme intellettualoidi di fare design. Gli scarsi risultati, a prescindere dalla mia opinione, sono comunque davanti agli occhi di tutti.

DS: Quali sono oggi, a tuo avviso, le scuole di design più interessanti nel mondo?

VC: Credo che il ruolo delle scuole sia estremamente importante, ma che la vera e profonda differenza venga fatta dall’individuo. Conosco sia esempi di mediocrità provenire dalla St. Martins o dall’Art Center di Pasadena, sia esempi di grande creatività provenire da persone con poco più che un diploma. Per rispondere alla domanda, devo ammettere di apprezzare il lavoro che svolgono alla Facoltà di Design&Engineering del Politecnico di Milano: interessante mix di creatività, concretezza e competenza.

DS: Quali pensi che siano le aree di maggior interesse per il futuro?

VC: È una domanda davvero difficile, alla quale rispondo (forse in modo parziale) condividendo con voi la strategia del mio studio: il futuro richiede “diversificazione”. La ricchezza di un designer dev’essere un mix di curiosità e competenze, in grado di soddisfare le richieste più diverse, apportando freschezza e idee nuove nei settori più lontani. Per darti un’idea, in questo momento sto disegnando macchine per il caffè, mazze da baseball, una serie nutrita di lampade, una collezione di occhiali, delle attrezzature per lo sport, una linea di abbigliamento, delle ‘App’ per iPad e un museo.

DS: Oggi molti periodici di design trasferiscono i contenuti sul web e nascono sempre più giornali on-line. Lei come deve essere a tuo avviso il magazine di domani? Quali caratteristiche dovrà avere?

VC: Credo che la piattaforma on-line, sia essa su PC o tablet offra una serie di benefici non solo all’editore, ma anche al lettore (che di ritorno avvantaggiano l’editore stesso). La possibilità di interagire con i contenuti, aumentandoli al contempo (video, audio…), rende più interessante la fruizione per il lettore. Ultimamente leggo ‘Pulse’, una App per iPad che mi offre un’imperdibile rassegna stampa verticale sugli argomenti a me più cari. Gli esempi non si contano, in ogni caso credo che la ricetta, a prescindere dal supporto sia una ed una sola: fare bene il mestiere del giornalista, perciò basta articoli “copia/incolla” dalle press-release, basta “pubbli-redazionali” travestiti da articoli, basta prendere in giro il lettore. La stampa italiana di settore ha perso davvero molto smalto e questo dovrebbe offrire maggiori possibilità a chi voglia operare in modo più critico ed autentico. Ribadisco: anche fra 2000 anni, credo che la qualità dei contenuti sarà la vera “killer application” di un progetto editoriale.

www.v12design.com

 

5 thoughts on “Valerio Cometti

  1. Pietro

    Caro designer, ho letto con interesse la sua intervista. Ho apprezzato il suo solido stare con i piedi per terra, in un mondo che spesso sta con i piedi per aria e la testa… mah! Ho 2 domande da rivolgerle e spero lei abbia la pazienza di rispondere. E’ il suo motto (nella vita e nel lavoro) “what you see is what you get” che mi lascia perplesso. Tale motto, nella sua lucida coerenza, non è privativo di tutto ciò che spesso non si vede immediatamente, eppure è così importante per ciascuno di noi: cioè l’evocativo a volte non rapisce più del reale?
    E infine: che cosa avrebbe studiato, se non ingegneria, per realizzare la sua professione? Cordiali saluti e grazie

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    1. Valerio

      Gent.mo Pietro,

      mi permetto di risponderle subito dopo aver ringraziato il Sig. Giorgio che esprime il suo apprezzamento nel post immediatamente precedente.
      La sua domanda, o perplessità, è legittima e mi permette di chiarire ancora meglio il mio pensiero: credo nel “what you see is what you get” perché mi sono veramente stancato degli atteggiamenti, delle frasi fatte, dei finti intellettuali che si celano dietro al nozionismo (ben diverso dalla cultura) per mascherare insicurezze e limiti professionali.
      “WYSIWYG” vuol essere un invito alla concretezza, alla linearità, alla sincerità negli intenti, anche progettuali. L’immateriale, l’intangibile, l’emozionante (rimango in un ambito di progetto, perché non vorrei dare l’idea di filosofeggiare, cadendo nell’errore di quelle categorie che appena deriso) sono F-O-N-D-A-M-E-N-T-A-L-I, ma devono restare la parte silente, non dichiarata, non raccontata, non argomentata: se si è bravi, questa parte c’è, è inserita nel tessuto del progetto e camminerà con le proprie gambe. Indossare uno smoking rosa, non aiuta il progetto…
      Questa “no-bullshit policy” potrebbe essere applicata a molti altri aspetti della nostra società, ma se così facessi inizierei a pontificare e tradirei il mio credo…!!
      Ammetto di aver seguito il corso di Ingegneria con il solo scopo di divenire designer e (temo) lo farei ancor’oggi.
      Sarà poco “glamorous”, ma riconosco che uno dei grandi insegnamenti che lo studio dell’ingegneria mia ha lasciato è la totale insensibilità alla fatica. Credo che oggi per avere un (minimo) di successo (professionale) sia indispensabile un impegno massimo, costante ed applicato con piena dedizione: solo così si può tradurre la propria passione in un bilancio attivo a fine anno. Ingegneria Meccanica è una facoltà dura, che mi ha costretto a studiare anche materie insopportabili per notti intere e questa resilienza oggi la ritrovo nella pratica professionale.
      Warning: ingegneria può essere una strada molto pericolosa, perché tende a chiudere la mente moltissimo, dando una sensazione di competenza ed una arroganza deterministica che ammazzano curiosità e slancio, due doti fondamentali per un creativo.
      Buona serata,

      Valerio

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  2. Andrea Negri

    Gentile Sig.Valerio Cometti

    Ho letto con interesse le Sue risposte inerenti l’ambito del “mondo design”.Preciso subito che mi trovo in sintonia con Lei in merito al giudizio dato sulla consistenza del salone Rho 2011.
    Dato che il mio campo operativo si concentra principalmente sull’illuminotecnica, vorrei cortesemente chiedere il Suo parere in merito a poche domande che vado ad elencare:
    1) Finirà mai l’avvilente giochino della clonazione?
    2) Terminerà, o si sgonfierà almeno, il monopolio delle “GRANDI MADRI”(ARTEMIDE, FOSCARINI, FLOS, FONTANE ARTE, LUCE PLAN, ad esempio), che ormai propinano più che altro,sempre più un marchio a discapito dell’oggetto?
    3)Dove e quando si è perso il vero interesse,nel pensare, progettare e realizzare un oggetto che porti in se forti connotati di apparteneza, e non un avvilente collage scimmiottante?

    Ringrazio anticipatamente e Le auguro una piacevole giornata

    ANDREA NEGRI

    Reply
    1. valerio

      Buongiorno Andrea,

      cerco di rispondere alle sue domande:
      1) credo la clonazione sia un problema trasversale al mondo del design, non solo presente nel settore dell’illuminazione. Abitualmente sono molto critico nei confronti dei miei colleghi, ma per una volta mi scaglio contro le Aziende che sempre meno impongono dei brief stringenti, richiedendo della vera ed autentica innovazione, accontentandosi di un evoluzione incrementale (o imbellettamento) che porta asintoticamente i prodotti ad assomigliarsi sempre più.
      2) Non mi permetto di giudicare l’operato delle Aziende che lei cita, peraltro non da mettere tutte sul medesimo livello: è comunque evidente che oggi il mercato cerchi il brand. E’ un’eredità che arriva dalla moda, per la quale ci si “compra una polo di Abercrombie&Fitch”. Le Aziende che lei cita hanno saputo creare ed alimentare parallelamente ad una gamma di prodotti (troppo lungo sarebbe fare un’analisi critica della loro produzione), un marchio, andando incontro al desiderio dei consumatori di identificarsi in un dato modello di lifestyle attraverso i brand dei quali si circondano;
      3) Domanda tutt’altro che semplice ed in parte rischio di ripetermi: le Aziende (di tutti i settori) non sono più alla ricerca (o non sono in grado) della rivoluzione: i loro reparti commerciali e marketing non lo permetterebbero. Il sistema di retribuzione a royalties non permette ad un designer di trascorrere anni affinando i propri progetti e ciò impone un abbassamento della qualità progettuale. Il mercato (lo dico con rispetto) è sempre più ignorante e non ha gli strumenti per discriminare un prodotto valido da uno reso popolare da investimenti in comunicazione, perciò anche questo porta ad un appiattimento dei valori di progetto. Non è un bel lavorare…………

      Buona giornata a lei,

      Valerio

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