Paolo Francesco Piva

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D.S.: Quali sono stati i tuoi studi e le tue prima esperienze di lavoro?
P.F.P.: Ai miei tempi negli anni ‘80, alla Facoltà di Architettura di Milano si studiava soprattutto urbanistica. Si facevano moltissime ricerche teoriche e analisi sul territorio. Poi i primi lavori sono arrivati dall’estero in Arabia Saudita per la famiglia reale e i ministri, che hanno case di migliaia di metri quadri con grande impiego di materiali pregiati, marmi e legni che andavo personalmente a selezionare. Una committenza unica ma che richiedeva un attento controllo sul posto per ogni dettaglio, che mi ha permesso di fare molta esperienza. Erano i primi anni Ottanta e per forniture e arredi mi ero rivolto alle aziende italiane più importanti del momento, con cui poi sono rimasto in contatto e che mi hanno chiesto di lavorare per loro.
 

 
D.S.: A quando il tuo primo lavoro di design?
P.F.P.: Nel 1980 ho disegnato la mia prima lampada per Egoluce, che era appena nata, e questo fu il loro primo prodotto di design. Fin da allora ero interessato al tema della tecnologia applicata al miglioramento dei prodotti d’uso comune. Per una lampada da tavolo disegnata per Luxo, ho realizzato un sistema motorizzato che consente di cambiare la posizione de braccio mantenendo la lampadina sempre orizzontale rispetto al piano di lavoro. Inoltre nell’illuminazione il progetto deve tenere conto del rispetto di tutte le normative, per esempio una lampada se cade si deve spegnere da sola, non deve surriscaldare, ecc… Ho realizzato poi una delle prime lampade per uso domestico ad impiegare sorgenti a ioduri metallici e ho sempre cercato di approfondire il progetto fino al dettaglio di ogni dispositivo tecnico-funzionale e di regolazione: cerniere, molle nascoste, sistemi di regolazione, arrivando alla ingegnerizzazione del prodotto. Inoltre, una caratteristica di tutti i miei prodotti è collocare sempre l’interruttore in prossimità del porta lampada.
 

 
D.S.: Quindi dall’edilizia al design, e poi come hai continuato?
P.F.P.: Poi ho seguito sempre la strada di individuare delle esigenze e studiare anche in proprio delle soluzioni; guardo molto quello che c’è in giro e cerco di formulare delle ipotesi, lavoro come come uno scacchista: se faccio questa mossa poi cosa ne deriva dopo? Così il discorso progettuale si dipana e diventa come un albero con varie soluzioni possibili da sperimentare.
 

 
D.S.: Questo con una sola azienda o con diverse?
Io cerco di instaurare dei rapporti di fiducia e intendo lavorare sempre con un’azienda alla volta su un determinato tema. Adesso per esempio sto lavorando per una nuova serie di lampade a Led basate su una tecnologia di nuovissima concezione e non intendo fare sovrapposizioni con altre realtà produttive. Io porto il mio know how di trent’anni di lavoro ma non voglio che ci siano dubbi sulla fedeltà all’azienda. Come dicevo io non porto uno schizzo alle azienda, ma un progetto completamente ingegnerizzato, completo di distinta base e di tutti i prezzi per pezzatura, il che implica conoscenza e controllo di tutti i processi produttivi. Per me il Design è questo e cerco sempre di spiegarlo quando per esempio ho a che fare con degli studenti; la grande confusione che si fa di solito è di assimilarlo allo styling, ma questo è solo una parte del design! Il design è decidere di creare qualcosa con tutto ciò che questo implica, partendo da un’esigenza di mercato o anche da un colpo di genio e anticipare gli altri.
 

 
D.S.: Ma oggi che abbiamo quasi tutto, come fare?
P.F.P.: È  vero, oggi c’è molto, ma rimane sempre qualcosa da fare, ci sono settori interi su cui ancora intervenire; le cose non necessariamente devono essere fatte sempre allo stesso modo come la gente le vede. Bisogna fare più ricerca. Fare design significa fondamentalmente fare ricerca per trovare soluzioni diverse a cose che si sono fatte sempre allo stesso modo. Tra i tanti prodotti bisogna saper vedere quali sono quelli che davvero risolvono le nostre esigenze, oltre a quelli spinti da una forte pubblicizzazione. Ai miei studenti per esempio un certo anno ho dato come tema: la gestione del bambino per una famiglia e siamo partiti con una ricerca enorme da cui sono arrivate le esigenze reali a cui i progetti dovevano poi rispondere e questo percorso ha dato esiti fantastici. Un altro anno, abbiamo affrontato con la stessa metodologia il tema dei disabili con una decisa contrapposizione ai prodotti esistenti. Poi ho proposto il tema del peso ecologico dei prodotti, un problema sempre più urgente ad ogni scala: noi dobbiamo fare oggetti riparabili e allungarne la vita. Ad una azienda per esempio avevo proposto un computer domestico concepito per elementi che potevano essere facilmente sostituibili quando si rompevano o invecchiavano come prestazioni. Dobbiamo interrompere l’invecchiamento sempre più precoce dei prodotti soprattutto elettronici. Questo è un modo di ragionare che determina poi un design per forza innovativo. Allo stesso modo dovremmo rivalutare il re-design: se un prodotto non è più idoneo potrebbe essere modificato solo in quelle parti o in quelle tecnologie che risultano obsolete e che non sono più adeguate alle esigenze di oggi.
Prendiamo ad esempio il concetto attuale di auto elettrica: potrebbe essere migliorato? perché stenta ancora ad affermarsi? Il problema principale è quello della scarsa autonomia in quanto la soluzione odierna prevede solo la ricarica delle batterie, che sappiamo lunga e inaccettabile in confronto ai tempi di erogazione della benzina. Bene, ma a nessuno è venuto in mente un sistema di sostituzione delle batterie alla stazione di rifornimento? Si arriva si tolgono le batterie scariche che vanno messe sotto carica e si sostituiscono velocemente con altre già cariche conservate dalla stazione. In questo modo il problema della scarsa autonomia sarebbe risolto. Pensa che soluzione sarebbe per Magneti Marelli e Fiat…
 

 
D.S.: La stessa logica potrebbe essere applicata ai problemi della città?
P.F.P.: Certo lo stesso vale per la città: perché in viale Umbria per le opere della corsia preferenziale  non si fa un piano  sotterraneo da adibire a parcheggio pubblico, con costi relativamente contenuti? La scelta è semplicemente riversare gli attuali posti auto persi sulle vie circostanti. A suo tempo per Viale Tunisia avevo proposto al Comune uno dei primi progetti di tunnel tecnologico dove disporre tutti gli impianti accessibili in ogni momento alla manutenzione, veicolare la movimentazione dei rifiuti, creare parcheggi senza occupazione di suolo, ecc. Un’ altra volta avevo avanzato l’idea di svuotare i bastioni, dove semplicemente hanno ricoperto con un terrapieno le mura spagnole, e recuperare senza scavare quattro o cinque piani di parcheggi, oggi molto utili in quelli in zona della città. Il Design sarebbe una valida risorsa anche nel progetto delle infrastrutture, guarda la BreBeMi, è stata concepita come una immensa colata di cemento, non si poteva fare diversamente? Per esempio impiegare in alcuni tratti strutture in acciaio più leggere e recuperabili? E non parliamo poi dei cantieri infiniti dei parcheggi a Milano…
 

www.madsdesign.it

One thought on “Paolo Francesco Piva

  1. Helen rainey

    Come sempre: molto puntuale e molto bravo con un modo diverso di guardare le cose. Un vero designer.

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