È mattina presto. Makio Hasuike mi accoglie nel suo studio milanese, una fabbrica di bottoni trasformata in un luminoso laboratorio di idee. Mi saluta col suo sorriso aperto e con la voce calma e profonda di chi pondera bene le parole. Per prima cosa gli chiedo di tornare indietro di 50 anni…

 

…Lei ha lasciato Tokio nel 1963, la città dove aveva studiato, per venire in Italia. Cosa l’ha spinta a fare questo cambiamento così radicale?

A Tokio, durante gli studi, leggevo tante riviste specializzate americane, francesi, tedesche… ero molto curioso di osservare tutto il mondo. Ma c’erano due riviste italiane, Domus Stile Industria, he mi colpivano più delle altre. Erano molto belle non solo per i contenuti, ma anche per la loro impostazione, le fotografie, la carta e anche per la pubblicità. Anche le opere pubblicate erano diverse da quelle degli altri paesi. Non mi rendevo bene conto di quale fosse questa differenza, però c’era qualcosa di molto più attraente: gli americani sono più commerciali, i tedeschi più schematici, gli italiani sono più difficilmente identificabili.

 

Si ricorda qualche esempio?

Mi ricordo benissimo di essere rimasto colpito da una grande fotografia di una pasta di Carnevale, le chiacchiere… Ho capito solo dopo di cosa si trattava, allora non sapevo cosa fosse, non capivo la lingua italiana… ma quella forma strana mi aveva colpito molto. Ero affascinato dalla creatività italiana.

 

E così ha deciso di venire in Italia…

Sì, ma non è stato così semplice. Io ho sempre voluto fare un’esperienza di due o tre anni all’estero; per me era un sogno ma allora era molto difficile uscire dal Giappone, sia per questioni economiche sia pratiche: non esisteva ancora il passaporto turistico.

Poi è successo una cosa: durante l’università ho vinto un concorso di design abbastanza importante che mi ha permesso di vincere una bella somma. Così il mio sogno si è potuto avverare. Non conoscevo l’Italia e sono arrivato a Roma. Mi ricordo il fascino del moderno e dell’antico che convivevano in maniera così naturale. Una cosa incredibile. Questo senso di profondità, senza tempo, mi ha affascinato moltissimo. Dopo un anno mi sono trasferito a Milano e da qui incomincia tutta la storia.

 

È curioso… oggi i designer sognano di andare all’estero, e molti vanno proprio in Giappone, facendo il percorso inverso al suo. Cosa è cambiato da allora? Cosa ha perso l’Italia?

Sostanzialmente l’Italia non ha perso niente. I valori italiani, il senso estetico, la qualità della vita, lo spessore storico restano immutati. Gli italiani hanno un modo di vivere che apprezza le cose belle; qualsiasi cosa, dal cibo ai divertimenti… sanno godersi il tempo libero! In questo l’Italia è un paese unico al mondo.

 

 

Mi sembra che lei abbia saputo coniugare bene due culture molto diverse tra loro: quella giapponese e quella italiana.

Sì, e io sono convinto che questo sia servito molto nel mio lavoro. Immagino che se fossi rimasto in Giappone, probabilmente non avrei avuto lo stesso entusiasmo nel fare nuove esperienze. La cosa più importante che ho imparato qui, è apprezzare questo modo di vivere apparentemente casuale ma sempre inaspettato. Questo si rispecchia anche nel mio lavoro.

 

E non ha mai pensato di tornare in Giappone?

L’ho fatto dopo 4 anni di esperienza in Italia, verso la fine degli anni 60. Mi sembrava di aver imparato abbastanza e avevo pensato di tornare a Tokio. Così un’estate ho preso l’aereo e sono rientrato ma ho capito subito che non potevo più lavorare in Giappone. E così sono tornato definitivamente a Milano.

 

Si lavorava meglio qui?

In quegli anni gli imprenditori italiani erano davvero molto brillanti, promuovevano il design più spinto, erano molto coraggiosi. Anche questo mi ha fatto che l’Italia era il posto giusto per me.

 

Tutti noi studenti di architettura negli anni 80 usavamo la stessa cartellina, la “Piuma” di MH Way. Quello per noi era elemento di distinzione, quello era design! Ci racconta come è nata questa idea?
Quando l’ho progettata, nel 1983, avevo già fatto una quindicina anni di esperienza professionale; pensavo di conoscere abbastanza l’iter della produzione, dello sviluppo e della commercializzazione dei prodotti. Avevo già progettato prodotti che avevano avuto molto successo.

Io volevo provare un’esperienza imprenditoriale mia, ma dovevo pensare qualcosa di molto semplice che costasse poco come investimento, ma allo stesso tempo volevo aggiungere qualche dettaglio più sofisticato per evitare che mi copiassero subito l’idea.

 

E ha pensato a una cartellina da lavoro…

Già. Allora andava molto la valigetta da lavoro tipo “007”, ma a me sembrava veramente esagerato portare in giro una borsa così importante e aggressiva, con la struttura pesante e rigida. A me al contrario piaceva l’idea di qualcosa di leggero, come un sacchetto di carta e così è nata Piuma. Allora ho pensato: Intanto la faccio e poi, se non funziona, la uso io.

 

Invece è stato un successo straordinario, uno dei pezzi di design più copiati, tra l’altro…

Sapevo che c’era una categoria di creativi che amava molto la libertà e il pensiero fuori dagli schemi, persone con la mente libera, come architetti, designer, pubblicitari, giornalisti. Io ho pensato a un prodotto per queste categorie. Ed è successo esattamente questo.

 

Un foglio di plastica lucida che si piega: una sorta di origami

A me piace molto l’idea di un oggetto in 2 dimensioni che pieghi e diventa 3D, che è tipica della cultura orientale, soprattutto giapponese.

Ma a me piace anche per un altro motivo. Pensi alla differenza tra gli zoccoli giapponesi e le scarpe: sono oggetti semplici… magari non del tutto funzionali perché le scarpe sono molto più comode per correre mentre le infradito no, però hanno in sé un’altra freschezza, un altro valore; è una debolezza che diventa forza. Questa debolezza che diventa forza mi affascina.

 

Da “Piuma” a “Mix Match”, la prima e l’ultima borsa progettate per MH Way, sono passati 30 anni. Lei è partito da una forma semplice e iconica, quella di una busta, poi è passato a forme più complesse, e poi è tornato ad una forma iconica, quella della vechia cartella della scuola. C’è un senso in questo percorso che torna alle origini?

Sicuramente c’è stata una forma di pentimento. L’attività di un designer è soggetta a oscillazioni, e lo è anche per me. A volte vado agli estremi ma poi c’è un ripensamento… in un periodo cerco di fare qualcosa di più strutturato e poi torno al destrutturato.

 

Come è nata la borsa Mix Match?

Qui c’è una storia da raccontare, se posso. Da un certo periodo in poi, l’artigianato in Italia è sparito; tutti sono andati a produrre in Cina per ragioni di costo, con due conseguenze: che gli artigiani in Italia sono scomparsi e che la complessità del progetto si è persa a favore un prodotto necessariamente più standardizzato.

Io volevo realizzare un prodotto made in Italy e ho pensato a cosa si poteva fare per tenere dei costi competitivi, perché se fai una borsa cucita a macchina, i cinesi sono più forti… e così ho pensato a un prodotto stampato. Ho cercato un materiale nuovo, inedito, particolare, morbido che però, essendo molto tecnologico, mi dava una sensazione di eccessiva freddezza e anche di standardizzazione, perché lo stampo butta fuori i prodotti tutti uguali.

Per evitare questo ho pensato a una chiusura “primitiva”, realizzata con due elastici, e una tracolla che avesse l’aspetto naturale del cotone. Per contrastare la standardizzazione ho voluto lasciare aperta la scelta finale, la combinazione dei colori da parte degli utenti, e dare ad ognuno l’opportunità di scegliere i propri colori preferiti tra 36 combinazioni.

 

A quali oggetti si sente più affezionato?
È difficile scegliere anche perché siamo portati a ricordare quello che viene accettato da parte del mercato e tendiamo a dimenticare i prodotti che non hanno avuto successo commerciale. Anche io, pur essendo molto legato anche ad alcuni prodotti che non hanno avuto molta fortuna, preferisco ricordare quelli che hanno avuto più successo, quelli ad esempio disegnati per MH Way, come Piuma, Zoom, Impronta…

 

Oggi tanti giovani scelgono la professione di designer. Lei cosa consiglierebbe a qusti ragazzi?
È molto difficile oggi dire. L’esperienza che ho fatto io è unica e non ripetibile credo perché sono cambiati i tempi, la situazione generale. Consiglierei però un’unica cosa: di avere grande curiosità e mettere tanta energia in quello che si fa, senza risparmiarsi. Chi ha talento viene fuori in maniera naturale. Se uno non ha talento è meglio che segua un’altra strada.

 

Sulla Homepage di Design Street c’è una citazione di Antoine de Saint Exupéry che dice: “La perfezione si ottiene non quando non c’è nient’altro da aggiungere, bensì quando non c’è più niente da togliere”. Un’idea zen del design che mi fa pensare al suo lavoro.

Sì, è vero. È così.

www.makiohasuike.com

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Design Street seleziona e racconta ogni giorno le idee più innovative e i migliori prodotti di design da tutto il mondo. Design Street è considerato uno dei più autorevoli blog indipendenti dedicati al design contemporaneo. Design Street ha vinto per ben 2 volte il premio "Best Design Media": nel 2017 e nel 2020.

2 Comments

  1. ARDUINO DOTTORI Reply

    Complimenti sinceri all’illustre collega Makio Hasuike per il design e la filosofia.

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