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“Al Fuorisalone quest’anno c’è un sacco di gente gente…”. “Il Fuorisalone è morto…”. “Il Fuorisalone è diventato un grande Luna Park…”. “Bello quest’anno il Fuorisalone…”. “Dei nuovi distretti non se ne sentiva proprio bisogno…”. “Zona Tortona non è più la stessa…”.  “Zona Tortona era molto meglio dell’anno scorso…”

Quest’anno ne ho sentite di ogni genere, elogi, stroncate, critiche, polemiche… tutto e il contrario di tutto. Ognuno aveva la sua idea, ognuno le sue preferenze e le sue lamentele da esporre. Rispetto i commenti di ognuno (che sono certo siano più che motivati) e li prendo come spunto per fare alcune considerazioni.

Primo. La vincitrice è sempre lei: la Milano Design Week che, in forma come non mai, richiama sempre un’incredibile quantità di persone e fa sempre parlare di sé. Non importa se in bene o in male. La strategia del successo, è far parlare la gente. E lei, vecchia e consumata “professionista” lo sa fare davvero bene.

Secondo. Quello di Milano si conferma il più grande, bello, ricco e frequentato evento di design al mondo. Non c’è Londra, Parigi, Colonia, Stoccolma o Berlino che reggano il confronto. Trovo davvero sciocco che i “guru” del design internazionale vengano a dirci che il Fuorisalone è morto quando il loro non è mai nato.

 

Terzo. La Milano Design Week è diventato un enorme evento popolare. Sottolineo l‘aggettivo “popolare” e lo faccio senza alcun accento polemico. Io preferisco di gran lunga un evento così piuttosto che una mostra “intellettuale” per pochi addetti ai lavori. Il design nasce per essere democratico, non aristocratico: inclusivo e non non esclusivo. A chi lo avesse dimenticato, ricordo che il grande maestro Bruno Munari sosteneva che se il sogno dell’artista è quello di entrare nei musei, ma quello del designer è di entrare nei mercati rionali. E comunque la si pensi, tanto di cappello ad un evento che attira tutta questa gente dai 5 continenti…

Quarto. Design e artigianato. So bene che il confine spesso è sottile. Ma sono convinto che quando si organizzerà, magari in contemporanea con il Salone del Mobile, un grosso evento dedicato agli artigiani di qualità (dove molti cosiddetti “autoproduttori” sarebbero finalmente a proprio agio), io credo che Milano sarà veramente una vera capitale (e matura…) della creatività. Perché non tutti nascono designer, per fortuna…

Quinto. Il grosso problema del Fuorisalone di Milano (e purtroppo di quasi tutti gli eventi di design italiani) è la selezione. Fianco a fianco con designer bravi e creativi si trovano tanti, tantissimi, troppi improvvisati di livello scarso e discutibile. La colpa non è dei designer né (come sostiene qualcuno) di una ipotetica crisi del design. Quando un evento diventa così popolare, attira tanta gente. Punto. Non voglio fare nomi, ma i distretti o gli eventi che fanno selezione e puntano sulla qualità, vengono premiati: quelli che non lo fanno, perdono prestigio e autorevolezza.

Sesto. Noi addetti ai lavori dovremmo solo essere contenti che il design italiano (e solo il design italiano) attiri così tanta gente, invece di lamentarci. Ci complica la vita? Meglio così! È proprio quando un lavoro è difficile che emergono i migliori. Sta dunque a noi giornalisti, blogger, talent scout, art director, aziende, girare per il Fuorisalone per cercare, selezionare, scoprire, far conoscere e promuovere i designer più bravi e i più creativi.

E in questo grande circo del design milanese di designer veramente meritevoli se ne trovano davvero tanti.

Basta saperli cercare.

 

 

 

 

 

Il mio entusiasmo nei confronti della fiera di Londra e della rispettiva Design Week comincia a vacillare. O forse sono solo io che, dopo averla mitizzata per tanti anni, comincio a ridimensionarla e a collocarla nella giusta posizione. Fatto sta che quest’anno, per la prima volta, torno dalla capitale britannica con sentimenti contrastanti, tra grossi entusiasmi e pesanti delusioni, che vado ad affrontare per punti.

Partiamo dalla fiera 100% Design, una piccola ma selezionata fiera che unisce diverse sezioni: bagno, cucina, rivestimenti, design, ufficio, giovani promesse…. Tutto (forse troppo) in così poco spazio. La mia impressione fino all’anno scorso era che c’era una selezione molto accurata che giustificava questa “massa eterogenea” di aziende. Quest’anno per la prima volta mi ha dato l’impressione di piccola fiera di provincia. Molti brand sono andati a esporre fuori, quelli che li hanno sostituiti non mi sono sembrati all’altezza e la selezione sembra aver lasciato spazio al caos. Anche tra le “giovani promesse”, sempre ben rappresentate, ho fatto fatica a trovare proposte interessanti. Insomma…

Grande delusione e voto insufficiente. Un bel 5, sperando che l’anno prossimo torni ad essere quella di prima, altrimenti non ci torno più!

Ottime conferme da Designjunction di New Oxford st. (che invece nell’ultima edizione milanese è stato una piccola delusione…) e dalla coppia Tent London/Superbrands di Brick Lane (anche se quest’anno un po’ sottotono rispetto ai precedenti), due appuntamenti che si confermano i migliori del Festival.

Voto? Rispettivamente 8 e 7…

Splendido come sempre Victoria & Albert Museum. Non solo è l’hub ufficiale del LDF, con le sue spettacolari installazioni che mescolano arte e design (da segnalare quella di Barber & Osbergy nella sala di Raffaello e la bella mostra sugli “oggetti disobbedienti”), ma è anche uno dei più incredibili musei al mondo (e uno dei miei musei preferiti in assoluto!). Un enorme labirinto dedicato a tutto ciò che l’uomo ha prodotto nei secoli. Voto, 9!

Concluderei con due parole sul London Design Festival in generale. A parte le tre eccellenze qui ricordate, e molte altre più piccole che non cito per mancanza di spazio, il voto è appena sufficiente. Direi 6+.

I design districts continuano a crescere senza ragione, vantano centinaia di eventi ma una buona parte sono bar o negozi che nulla hanno a che fare con il design e tu fai chilometri a piedi, mosso da sana curiosità, per raggiungere spazi segnalati nella guida ufficiale ma privi di alcun senso.

Inoltre la “partecipazione popolare” è molto bassa (solo pochi “addetti ai lavori” e solo in pochi quartieri) e se è vero che a Milano la ressa è eccessiva, qui salta all’occhio la distanza abissale tra il mondo luccicante del “design circus” e la città che la ospita.

Ricordate la nota polemica (che ho ripreso su Design Street e parzialmente condiviso) del collega Marcus Fairs, direttore di Dezeen, che provocatoriamente dichiarava morta Milano come capitale del design? Dopo questa ennesima full immersion nel LDF posso affermare che se è vero che la design week milanese è degenerata in un grande fiera campionaria (con offerte sempre meno di design e sempre meno “di qualità”), altrettanto provocatoriamente rispondo che il London Design Festival non è mai nato.

Ultima parola sulla città di Londra. Affascinante, straordinaria, in continuo fermento. Architetture che fioriscono da un anno all’altro, cantieri aperti dappertutto. Locali, bar, negozi, mercatini che non hanno eguali in nessuna parte del mondo. La città delle tendenze per antonomasia, un paradiso per chi fa il mio lavoro. Probabilmente Londra non ha bisogno di creare una “Design Week”. È una “Design City” talmente unica che una modesta design week non può che scomparire in confronto a tanta bellezza.

La miglior design week  non è quella del festival, ma quella che chiunque di noi può trascorrere in qualsiasi periodo dell’anno curiosando per i quartieri di Londra!

Come ogni anno, mi sto preparando per partire per Londra, dove mi aspettano la fiera 100% Design e il London Design Festival. La fiera di Londra è il primo, grande appuntamento di design dopo la pausa estiva: un evento che attendo sempre con trepidazione. È la prima delle grandi fiere internazionali che, passando per Stoccolma e Colonia, termina nella capitale mondiale del design, Milano.

Quest’anno il programma è fitto di appuntamenti e si preannuncia davvero goloso. La Design Week diventa sempre più grande, e quest’anno si è arricchita di due nuovi “Districts”: Queens Park Design District e Islington Design Quarter, che si aggiungono ai già celebri Brompton Design District, Chelsea Design Quarter, Clerkenwell Design Quarter e Shoreditch Design Triangle. Spero di avere il tempo di farci un salto per farmene un’idea, magari approfittando della sera quando i quartieri si animano con le “open night”…

Hub del Design Festival, anche quest’anno, il Victoria&Albert Museum con i suoi oltre 100 eventi, tra cui talks, workshop, installazioni  speciali realizzate da una decina di designer di fama internazionale come Barber & Osgerby e Zaha Hadid, che incontrerò il 18 mattina in occasione di un press tour che poi mi porterà in centro, a Trafalgar Square, per assistere all’inaugurazione di “A place called home”, installazione realizzata da Airbnb che ha invitato quattro acclamati designer designer, Jasper Morrison, Patternity, Raw-Edges e Studioilse, a interpretare, con quattro strutture espositive, il significato di casa.

Oltre a questi, gli eventi immancabili saranno come sempre il “Tent London” e “SuperBrands”, due delle più belle collettive che presentano quasi 300 tra aziende e designer selezionati, ospitati come sempre nella strepitosa Old Truman Brewery, un’ottocentesca fabbrica della birra tutta mattoni e ciminiere…

Per poi passare a “Designjunction”, 180 brands di qualità ospitati nei tre piani di un edificio abbandonato del centro, in New Oxford Street (qui tra l’altro il designer britannico n.1, Tom Dixon, presenta un suo “Factory Outlet” che promette sconti fino al 70%… Un’occasione da non lasciarsi scappare!

Concluderò la mia intensa trasferta londinese alla fiera 100% Design. Un gioiellino che, abituati all’immensità della fiera di Milano sembra insignificante, ma che invece concentra una gran bella selezione di brand giovani e affermati.

Un programma davvero intenso che spero di godermi come sempre anche perché questa volta ho trovato una sistemazione in zona strategica – tra Spitalfields, Liverpool str. e Brick Lane – dove si concentra la maggior parte degli eventi.

Restate sintonizzati per aggiornamenti in tempo reale!  

Fra il 16 Settembre e il 22 Settembre il famoso Portobello Dock di Tom Dixon si trasformerà (come ogni anno in occasione del London Design Festival) in un iperattivo emporio di creatività. Uno splendido ristorante, show room, spazi espositivi, mercati e molto altro…

Il designer inglese lancerà per l’occasione i suoi nuovi prodotti, tra i quali la Y Chair, una nuova versione in ottone massiccio della celeberrima Beat Light e una lampada gigante da soffitto del diametro di 1.2 m, oltre a una nuova linea di accessori, quali pelletterie, ceramiche, candelabri e vasi in pressofusione.

Verrà anche presentato il nuovo Dixonary, un volume che documenta 30 anni di lavoro di Tom attraverso 150 dei suoi oggetti più amati.

Sul terrazzo che si affaccia sulla darsena sarà inoltre ospitato Etsy, un ricercato mercato che mostra e vende un mix di oggetti di design e prodotti artigianali, realizzati da giovani creativi.

Come già visto l’anno scorso a Milano, Tom Dixon presenterà dei lavori fatti in tempo reali da una macchina punzonatrice al laser TRUMPF. I visitatori potranno avere il loro nome o un messaggio personalizzato inciso al laser su speciali clip fermacarte

Prosegue infine la collaborazione tra Tom Dixon e Adidas,  una collezione unisex di abbigliamento, calzature e articoli da viaggio ispirato dall’idea “everything-you-can-pack- neatly-in-a-bag-for-a-week-away

Da non dimenticare che, attraversando un ponticello sul canale, si arriva al quartier generale londinese di Moooi.

Un occasione imperdibile per vedere due giganti del design!

www.tomdixon.net

 

DS: Come nasce la tua collaborazione col “Temporary Museum for New Design” di cui sei Direttore Creativo?

G. C. La collaborazione col Temporary Museum For New Design nasce da una lunga amicizia e collaborazione con Gisella Borioli. L’azienda Cappellini è stata la prima ad utilizzare gli spazi di Superstudio Più durante la design week per cui, quando si è la questa nuova impostazione di questo luogo, la collaborazione è nata spontaneamente.

DS: l “Temporary Museum for New Design” oltre ad essere una delle più visitate vetrine del Fuorisalone, è anche un importante trampolino di lancio per nuovi talenti e giovani creativi di tutto il mondo.

G. C. Sicuramente il TMFND è una meta fondamentale della design week milanese. Da subito si è scelto di privilegiare i progetti di qualità indipendentemente dalle dimensioni delle aziende espositrici. È quindi normale vedere vicino a grandi nomi del design internazionale dei giovani emergenti che qui possono trovare la loro occasione di lancio con autoproduzioni o collaborazioni con piccole realtà produttive.

 

DS: Sei riconosciuto come uno dei più grandi Talent Scout internazionali. Cosa consiglieresti a un giovane designer che intraprende questa professione?

G. C. Il consiglio che sempre do a un giovane designer è di fare pochi progetti ma interessanti ed innovativi e di seguire il prodotto dall’idea iniziale sino alla sua realizzazione definitiva. Solo con grande professionalità e pazienza si ottengono grandi progetti, migliori di quelli che li hanno preceduti.

 

DS: Design sinonimo di estetica – allegro, friendly, ironico – e design sinonimo di funzionalità: due scuole di pensiero che oggi convivono… Tu cosa ne pensi?

G. C. Penso che il design oltre ovviamente ad essere funzionale deve essere bello, deve regalare un sorriso ed un sogno al fruitore. Un pizzico di ironia, pensata e non gratuita, è fondamentale in un bel prodotto come ci ha insegnato, primo fra tutti, il grande Achille Castiglioni.

DS: Quali pensi che siano le aree di maggior interesse per il futuro?

Oggi ed in futuro dovremo sempre più pensare a prodotti che rispondano alle reali esigenze del pubblico, prodotti pronti ad entrare nelle case della gente. Solo questo atteggiamento può avvicinare sempre più al design rendendolo fruibile ed accessibile.

DS: Le parole d’ordine del design contemporaneo…

Serietà, passione, bellezza, concretezza, sostenibilità e durata nel tempo.

DS: Qual è l’oggetto che più di ogni altro rappresenta la contemporaneità?

Il design contemporaneo si trova dovunque, da un telefono cellulare ad una autovettura. Forse l’oggetto che meglio rappresenta la contemporaneità è l’iPhone.

 

 

Design Street intervista Gisella Borioli, imprenditrice, giornalista e art-director, già direttore responsabile di importanti mensili di moda tra I quali Vogue, L’Uomo Vogue, Lei/Glamour, Donna, Madame Figaro Italia, che ha creato, insieme al marito Flavio Lucchini, il Superstudio, una delle “location” più importanti del Fuori Salone Milanese e del quale Design Street è media partner.

 

DS: Il Temporary Museum for New Design è diventato probabilmente il più importante appuntamento della Design Week milanese. Cosa c’è dietro questo successo?

G.B: Direi l’intuizione che, in un’offerta sempre più grande di location in tutta la città, con progetti indipendenti, scollegati, variegati, imprevedibili, a volte interessanti o solo commerciali, servisse un progetto diverso, innovativo, originale, coordinato sotto un’unica visione.

Che ho pensato potesse essere quella di un museo della contemporaneità, un Moma del design temporaneo e polivalente, dove il business andasse insieme alla cultura e alla comunicazione.

Anche sacrificando i “must” delle fiere e dei Saloni: loghi più evidenti possibile, spazi aperti per una maggior visibilità, grande numero di prodotti esposti, un senso di “mercato”, in favore di un tono più sommesso ed elegante dove gli stand diventassero gallerie con installazioni interne molto impattanti.

Penso che la nostra sia l’unica location privata di Milano che sviluppa ogni anno un progetto globale tematico per più di cinquanta espositori. Quest’anno il “fil rouge” è Roots, cioè radici: rispetto, heritage, tradizione come punto di partenza per produrre i frutti del futuro.

 

DS: Esiste un filo conduttore nella scelta dei designer e delle aziende?

G.B: Riceviamo moltissime domande di partecipazione di aziende e designer che ben sanno quanto sia “stretto” il format del Temporary Museum, che richiede l’adesione totale al concept “meno fiera e più museo” e un grosso impegno progettuale e economico, fatti salvi gli spazi riservati a giovani e start-up. La scelta tiene conto di una serie di fattori: progetto espositivo, prodotti presentati, designer, brand, qualità, ecosostenibilità. Non ci interessa il fatturato dell’azienda, quanto la sua visione. A molti che riteniamo non adatti diciamo che non c’è più spazio anche se abbiamo ancora disponibilità! Per gli spazi riservati ai giovani invitiamo via rete i nominativi che ci interessano, frutto di continua ricerca.

 

DS: Quali sono le novità di questa edizione?

G.B: Sono molte. Tra queste, una maggiore fruibilità e attenzione al pubblico in quanto tale, non solo visto come “professional”. Tipo il vero Salone di Bellezza organizzato da Maletti Design con L’Oréal International, il ristorante aperto alla sera per cene stellate con lo chef Fabio Baldassarre, l’orario notturno per favorire le visite dopo la Fiera, lo spazio del Basement aperto alle feste private del design.

Sul piano progettuale l’inserimento delle art-interaction con installazioni site-specific di artisti d’avanguardia realizzate insieme al portale HiWHIM, il cambiamento di lay-out generale, semplificato e movimentato, l’attenzione alla nuova architettura fatta con i container, presente con esempi reali e una mostra fotografica, il progetto freedomDesign al Superstudio 13, spazio aperto ai progettisti con aree 2×2 dove presentare le proprie idee senza limiti imposti a priori. Oltre al nuovo canale Superstudio Tweb, su youtube https://www.youtube.com/user/SuperstudioTweb , dove verranno caricati i video del Temporary Museum in tempo reale.

 

DS: Tu hai lavorato tanti anni come giornalista. È stata utile questa esperienza nel lavoro di oggi?

G.B: Se non avessi fatto per tanti anni la giornalista e il direttore di testate di moda attraverso le quali ero connessa con tutte le evoluzioni della società, e in particolare con arte design-cultura-spettacolo, non avrei credo potuto fare quello che faccio oggi nel modo in cui lo faccio. Il giornalismo è un mestiere meraviglioso che ti apre la mente e accresce la curiosità mettendoti sempre a caccia del nuovo. Aggiungiamo che la moda ha stimolato la mia sensibilità estetica e riforzato l’attenzione all’immagine. Cerco di fare progetti belli intelligenti e innovativi, piuttosto “femminili”. Proprio come volevo fossero i miei giornali.

 

 

 

DS: Oggi le contaminazioni tra design e altre discipline creative sono sempre più forti. Le vedremo anche nel Temporary Museum for New Design?

G.B: Trovo che le contaminazioni siano il vero linguaggio della contemporaneità. Usati dagli espositori o proposti da noi stessi vedremo il design esprimersi con video, 3D, profumazioni, realtà aumentata, “son-et-lumiere”, performance pianoforte, arte d’avanguardia, installazioni di luci e fibre ottiche, mostre d’art-design e artigianato, talk-show e altre attività.

 

DS: Il Superstudio Più ha lanciato tanti nomi del design contemporaneo. Ce ne puoi ricordare qualcuno?

G.B: Ricordo un giovane Marcel Wanders relegato in un piccolo spazio laterale, dieci anni fa. O il gruppo di ricerca Via, alla sua prima volta in Italia con i suoi giovani talenti. Nika Zupank, bravissima, oltreché bellissima, e oggi nome di punta, o Maarten Baas, o Fabio Novembre agli esordi, ospite della mega-mostra di Cappellini come Tom Dixon e tanti altri.

 

DS: Quali pensi che siano le aree di maggior interesse per il futuro del design?

G.B: Le aree in cui il design non si è ancora espresso appieno. Parlo di auto, oggetti tecnologici, oggetti quotidiani, accessori, utensili, elettrodomestici, nei quali importante come la funzione sarà la forma, che dovrà rispondere a nuovi e più accentuati desideri estetici.

 

DS: Qual è l’oggetto che più di ogni altro rappresenta la contemporaneità?

G.B: A costo di essere banale direi « device » sempre più smart per interagire in ogni  momento con la nostra casa e la nostra vita.