ILARIA MARELLI

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Ho incontrato Ilaria – la Marelli, come si definisce in uno dei suoi messaggi – per la prima volta nel 2009, nell’ambito di un progetto che seguiva per Tivoli Audio: mi colpirono immediatamente di lei due qualità che spiccavano sopra le altre, ovvero la pragmaticità e l’orientamento assolutamente open-minded verso i suoi interlocutori. Curiosa, intelligente e misurata, ti dà subito l’idea di una persona che mentre assimila le informazioni le sta già rielaborando per restituirti un output. Se fosse un uomo rientrerebbe senz’altro nella categoria “the man with a plan”, una persona che ti mette subito a tuo agio e ti porta immediatamente nella sua dimensione senza per questo guardarti dall’alto al basso. Tra le sue molte collaborazioni alcuni dei più bei nomi del design internazionale: Cappellini, Cassina, Fiam, Zanotta, Coro, Bonaldo, Tivoli e molti altri, ma Ilaria si presta anche a progetti che spaziano dal product design al co-housing, dalla realizzazione di pezzi unici alla creazione di concept espositivi come ad esempio l’ultima recentissima realizzazione per Pitti Bimbo che le ha commissionato un progetto per tre padiglioni espositivi. Con molto piacere e qualche battuta scherzosa, abbiamo fatto una chiacchierata. DS: In quale preciso momento hai deciso che saresti diventata una designer? IM: Anche se il mondo della creatività mi ha sempre affascinato, devo dire che al design vero e proprio ci sono arrivata un po’ per caso: il lavoro con Giulio Cappellini, l’incontro con designer di tutto il mondo, mi hanno fatto capire che questa strada, che univa creatività e industria, progetto e pragmaticità, poteva essere davvero la mia strada e il mio talento.

DS: Eclettica e versatile, qual’è il tuo drive creativo e dove trovi ispirazione per i tuoi progetti? IM: Mi piace lavorare su progetto e creatività a 360°: architettura, interni, allestimenti, prodotto, e questa stessa commistione è fonte spesso di ispirazione…capita ad es. di inventare  un prodotto per un allestimento, che poi  – reintepretato –  diventa interessante, anche come prodotto di serie… In generale l’ispirazione mi arriva dal mondo dell’arte, del teatro, della letteratura, come dall’osservazione quotidiana: una chiacchierata con gli amici a cena, l’accorgermi di una gestualità particolare nell’uso di un prodotto, il materiale di scarto da un fornitore…

DS: Interior design, prodotto, arte, consumer electronics: quali sono per te i confini del design? Qual’è il settore che oggi ritieni più stimolante? IM: Identificherei nel mix di linguaggi e di possibilità di espressione la caratteristica principale del design contemporaneo. Non c’è più una corrente mainstream, una voce univoca in grado di definire cos’è il design: né dal punto di vista del pensiero, né dal punto di vista estetico, e tantomeno da quello dell’operatività professionale. Il designer oggi continua a lavorare con l’industria, ma recupera anche le tradizioni artigiane, si sporca le mani con l’autoproduzione, e lavora sul messaggio nella sfera della comunicazione, si apre nuovi campi d’azione nel design sociale e  dei servizi, si contamina con l’arte e con la moda, cerca nuovi stimoli in altre culture oppure resta sul posto alla ricerca delle proprie radici. E’ funzionalista, è emozionale, è interattivo, è artigiano, è comunicatore, è ragazzo di bottega, ognuno è libero di progettare il proprio modo di interpretare questo ruolo. Io amo il progetto a 360° e quindi in qualche modo cerco di tenere i piedi in tutte queste scarpe. DS: Italiana e lombarda: credi che il design debba avere un ruolo attivo nel ridefinire e migliorare una società, ha questo potere? Che cosa ti piacerebbe vedere nello sviluppo urbanistico delle nostre grandi città? IM: Si si si! Il design parla di riti sociali, si interfaccia con il mondo della produzione e quello dell’utilizzo, può creare miti, come cambiare la quotidianità con oggetti più intelligenti. E’ senz’altro quindi una disciplina con un ruolo sociale importante, anche se spesso nascosto da un’aura di semplice bellezza. Ma non dimentichiamo che la bellezza è curativa! Ricordo una scena per me illuminante del film “I cento passi” in cui il protagonista, guardando dall’alto di una collina la speculazione edilizia della città ai suoi piedi, si chiedeva come ci si fosse potuti abituare in così poco tempo a tanta bruttezza. Nello sviluppo delle nostre città vorrei vedere spazi di socialità dove la gente possa stare bene, ritrovarsi, stare insieme, i nuovi portici del 21 secolo.

DS: Materiale, tecnologia, forma, concettualità: ti sei cimentata su tutti i fronti, da quale elemento parte la tua ricerca? IM: Forse il punto di partenza sta nel concetto di ricerca in se stesso: la curiosità, la voglia di approfondire, l’andare a vedere e sperimentare, l’osservazione della vita quotidiana delle persone, il non fermarsi a un semplice digitare  un nome in google per avere risposte… Tutto questo ti porta a  cercare più a fondo, a fare degli incontri – magari anche inaspettati – con materiali, tecnologie, forme, concetti e soprattutto persone che  – illuminazione! – sono proprio quello che ti serviva per iniziare a elaborare il tuo  progetto.

DS: C’è un designer o un personaggio che ti è stato di particolare ispirazione? IM: Devo dire che sono partita da autodidatta con poca conoscenza dei grandi maestri del design, che via via ho scoperto nella professione, e ad alcuni mi sono particolarmente affezionata, Cini Boeri, grande donna sperimentatrice, Vico Magistretti, per la sua freschezza creativa e la sua eleganza (e siamo nati lo stesso giornoJ), Poul Kjærholm per la sua essenzialità. DS: Dream project di Ilaria Marelli? IM: Mi piace lavorare su progetti che possano coniugare il bello al buono –in grado di avere un ritorno positivo anche a livello sociale e ambientale. Questo approccio mi interessa sia nel design di prodotto, sia nell’architettura, dove vorrei progettare spazi di socialità per le nostre città, che ne hanno davvero bisogno!

www.ilariamarelli.com

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