Rug bombs. Quando il tappeto smette di stare zitto
Dal 7 febbraio al 24 maggio 2026, il Museum Angewandte Kunst Frankfurt apre le sue sale a una mostra che ribalta definitivamente l’idea di tappeto come oggetto rassicurante, ornamentale, domestico. Wool. Silk. Resistance. è un titolo che non ammette equivoci: qui la materia tessile diventa linguaggio politico, superficie narrativa, dispositivo critico.
Al centro dell’esposizione, i Rug Bombs di Jan Kath: tappeti annodati a mano in lana e seta che mettono in scena navi cariche di migranti, carri armati, elicotteri militari, paesaggi feriti. Immagini che conosciamo fin troppo bene perché scorrono ogni giorno nei flussi mediatici, ma che qui si fanno lente, pesanti, tattili. E quindi impossibili da ignorare.
I RUG BOMBS di Jan Kath: immagini che pesano
Jahn Kath compie un’operazione tanto semplice quanto destabilizzante: con la collezione Rug Bombs traduce la violenza del presente in un linguaggio tradizionalmente associato al comfort e al lusso. Il tappeto – oggetto che per definizione accoglie, riscalda, protegge – diventa campo di collisione tra bellezza e tragedia, tra perizia artigianale e urgenza politica.
Realizzati in mesi di lavoro manuale nelle manifatture di Agra, in India, i tappeti Rug Bombs non cercano lo shock facile. Al contrario, seducono con una raffinatezza cromatica quasi ipnotica, salvo poi rivelare, a uno sguardo più attento, scene di fuga, distruzione, perdita. Sono immagini che resistono: alla rimozione, all’assuefazione, alla riduzione dell’artigianato a semplice decorazione.
Come afferma lo stesso Kath, il tappeto può essere molto più di un oggetto ornamentale: può diventare veicolo di memoria, di frattura, di discorso. Nei Rug Bombs questa ambizione prende forma concreta, annodata punto dopo punto.
Tessuti come atti di resistenza
Curata da Katharina Weiler, Wool. Silk. Resistance. allarga lo sguardo oltre l’opera di Kath e costruisce un racconto corale sull’estetica della resistenza tessile. Accanto ai Rug Bombs, lavori di artisti e artiste come William Kentridge, Otobong Nkanga, Tobias Rehberger e Baseera Khan mostrano come fibre, trame e superfici morbide possano farsi strumenti di presa di posizione politica e sociale.
Il percorso espositivo si muove consapevolmente fuori dalla storia dello stile per leggere il tessile come oggetto aperto, attraversato da tensioni culturali, identitarie, geopolitiche. Un approccio che parla molto anche al design contemporaneo, sempre più chiamato a interrogarsi sul proprio ruolo nel mondo.
Annodare come gesto politico
Non è un caso che la mostra includa anche un workshop di annodatura, guidato dal product designer Sanchir Kath, figlio dell’artista. Un gesto apparentemente tecnico, quasi meditativo, che qui assume un valore simbolico potente: annodare come atto di attenzione, di tempo speso, di resistenza alla velocità e alla superficialità.
In un momento storico in cui tutto sembra scorrere troppo in fretta, i tappeti Rug Bombs chiedono l’opposto: fermarsi, guardare, toccare, pensare. E ricordano che anche il design – quando ha il coraggio di esporsi – può diventare una forma di presa di posizione.
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Perché ci piacciono (e perché dovreste conoscerli)
Perché i Rug Bombs trasformano il tappeto da oggetto muto a superficie parlante: qui non si arreda uno spazio, si prende posizione.
Perché usano la bellezza come esca critica, non come fine: colori, trame e materiali ti attirano, poi ti costringono a restare.
Perché i Rug Bombs rimettono l’artigianato al centro del discorso contemporaneo, sottraendolo alla comfort zone del décor e riportandolo nel territorio, molto più scomodo, del senso.
Perché è una mostra che interessa il design, anche quando non parla esplicitamente di design: ci ricorda che ogni progetto, anche il più silenzioso, è sempre una scelta culturale.







