Simone Micheli

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Intervista a Simone Micheli, Architetto, Designer

DS: Oggi la parola “DESIGN” è molto di moda. Ma cosa è per te design? Esiste un confine?

SM: Molto spesso il termine design è utilizzato in modo improprio per indicare la sola estetica di un prodotto; il design, invece, è il risultato di un attento studio delle caratteristiche che determinano l’oggetto, dal suo processo costruttivo alla valorizzazione del rapporto con il suo fruitore. Il “vero” design nel suo essere completo, attento e di qualità, dovrebbe riuscire ad attribuire al prodotto la sua stessa funzione attraverso la sua intelligente generazione. Nei miei progetti il design ha sempre due fedeli compagni nell’architettura e nella grafica che si compenetrano generando opere stimolanti e dimensioni altre. I confini stanno divenendo sempre più labili!

 

DS: C’è un creatore che più di altri ha avuto particolare influenza sulla tua formazione?

SM: Direi Giovanni Michelucci… prima di tutto un amico, una personalità brillante, di cui trattengo il trasporto nell’approcciarsi agli spazi, alle cose, agli uomini e l’intelligente interpretazione di ciò che ci circonda, dalla materia alle emozioni.

DS: La tua metodologia progettuale. Come le idee si trasformano in progetti concreti?

SM: Nella mia mente lascio che le idee sfidino la mia immaginazione e le convenzioni… nel mio studio raccolgo la giusta concentrazione e mi impegno a concretizzare anche in un semplice schizzo la mia creatività in ciò che rappresenterà la base per un progetto futuro. Passi importanti che in seguito valorizzano e consolidano l’idea diventano le scelte per la realizzazione, il confronto con i committenti, il riuscire a trasferire all’opera la sensibilità giusta per connettersi con i suoi utilizzatori.

 

DS: Come definiresti la tua casa?

SM: Un ambiente essenziale, non fatto di ridondanza e opulenza, ma di etici gesti contenutistici, di volumi invisibili agli occhi ma necessari alla mente!

DS: Che consiglio daresti ad un giovane studente di Design?

SM: Il consiglio che mi sento di dare è di non perdere il contatto con le proprie sensazioni e con i propri sogni perché dedicarsi ad immaginare e a creare realtà sempre diverse e esaltanti in cui vivere è un mestiere così appassionante ed inclusivo che non può che restituire emozione, gratificazione e meraviglia!

DS: Design sinonimo di estetica – allegro, friendly, ironico – e design sinonimo di funzionalità: due scuole di pensiero che oggi convivono… Tu cosa ne pensi?

SM: Il design contemporaneo non può che essere una commistione di espressività e di intenti… Creare significa ridefinire i contenuti ed i contenitori del nostro vivere. Oggi e’ possibile tutto ed il contrario di tutto!

DS: A tuo parere, il design è stato penalizzato da questa crisi? Pensi che ne uscirà cambiato?

SM: Dovremo sempre più alterare il nostro pensiero immaginando il nuovo design come un design destinato a durare lustri e non millenni, un design che al passo con i vorticosi ritmi della contemporaneità si rende virtuale, ricettivo, suscettibile di mutare i suoi attributi attraverso cicliche ossigenazioni. Tutto è cambiato e tanti non se ne sono accorti! Penso che i ciclici momenti di crisi servano da ossigenatori intellettuali per costruire nuovi percorsi con nuovi orizzonti possibili.

 

DS: Non ti sembra che il design abbia tradito la sua missione originaria, quella cioè di creare, attraverso l’industria, prodotti di buona qualità alla portata di tutti?

SM: La missione del design è quella di creare sempre nuovi palcoscenici funzionali in cui tutti, visitatori o fruitori, possano mettere in scena la propria naturale essenza e appagare la necessità di riconnettersi con il proprio sé. Il prodotto di design deve rimanere capace di concedere questo tipo di sensazioni, sia facendosi portavoce di sostenibilità ambientale per conto delle nuove generazione-funzione sia costruendo per ognuno di noi aspettative di migliore qualità e vivibilità.

DS: Quali sono le parole d’ordine del design contemporaneo?

SM: Il design si sta muovendo verso la riscoperta del suo valore etico e politico, con l’attribuzione di valori più contenutistici che iconici. Le parole d’ordine sono per me: etica, sostenibilità, ibridazione contenutistica e comunicativa, rovesciamento delle prospettive tradizionali, trasformazione della complessità in semplicità, per un design onirico, emozionale, energetico, funzionale e trasparente.

 

DS: Perché i giovani designer in Italia fanno così fatica a farsi conoscere? Sembra che le aziende facciano a gara a contendersi i “soliti noti”, le “star” del design…

SM: In Italia le barriere di ingresso sono più alte che altrove ed giovani di talento purtroppo hanno una lunga gavetta davanti prima di poter essere riconosciuti. Se certamente il web si offre come nuova ed efficace passerella visiva ed in tal senso non mancano esempi di successo, è vero dall’altro lato che le aziende per assicurasi il risultato preferiscono scegliere storie consolidate per pigrizia o per evitare brutte sorprese!

DS: Regge ancora il mito del Design “Made in Italy” in questo mondo sempre più globalizzato? Non ti pare che oggi valga più per le aziende produttrici che per la creatività?

SM: Il mito del “Made in Italy” è ancora valido se si è attenti a catturarne le giuste qualità che stanno nella sua naturale ibridazione ed apertura culturale, nella straordinaria sensibilità nel raccontare un presente complesso. Nel progettare un prodotto “Made in Italy” sono molto accorto e rispettoso degli equilibri culturali, teorici e realizzativi, quasi facendomi garante di una dimensione che nel suo fare passato, presente e futuro racconta segni e contenuti dalla forte carica distintiva.

DS: Quali sono oggi, a tuo avviso, le scuole di design più interessanti nel mondo?

SM: La strada e i master con la presenza di uomini di strada!

 

DS: Quali pensi che siano le aree di maggior interesse per il futuro?

SM: Tutte le vie devono essere percorse, oggi quasi tutto è possibile! Le zone territoriali più interessanti, dove il fermento e la voglia di creare in piena libertà sono accolti con più trasporto, sono Giappone e Cina che si fanno sempre più vicine culturalmente e Paesi, come Brasile, India e Africa, in forte crescita economica ed intellettuale.

DS: Oggi molti periodici di design trasferiscono i contenuti sul web e nascono sempre più giornali on-line. Lei come deve essere a suo avvio il magazine di domani? Quali caratteristiche dovrà avere?

SM: Il magazine di domani dovrà essere dinamico, interattivo, multilingue, arricchito di contenuti multimediali e luogo di incontro e confronto tra i designer… la numerosità non è importante, solo i giornali on-line che riusciranno a mantenere un alto standard qualitativo saranno in grado di essere consultati e seguiti come rappresentativi del futuro design.

 

DS: Quali sono 5 i pezzi di design di tutti i tempi che ritienI più interessanti?

SM: Il piatto, il bicchiere, il coltello, la forchetta, il cucchiaio perché aiutano magicamente a gustare cose, con intelligenza e rispetto!

Sarà che dico questo perché sono un buongustaio?

Il ritratto di Simone Micheli è di Maurizio Marcato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

One thought on “Simone Micheli

  1. Antonella

    Buongiorno. Sono una “giovane designer”, come si dice nell’intervista e sto facendo molta fatica a trovare qualche azienda che metta in produzione i miei progetti. Tutti dicono che sono molto belli, ma poi di fronte al designer “anonimo” preferiscono il designer “prezzemolo”, quello che è dappertutto e che tutti cercano.
    E mi creda, non è solo questione di esperienza o di qualità del lavoro perché sono convinta che molti dei progetti miei o di miei colleghi “anonimi” valgano molto più della media di quello che si vede in giro alle fiere.
    Lei dice che “non dobbiamo perdere il contatto con le nostre sensazioni e con i nostri sogni” perché il nostro è …”un mestiere così appassionante ed inclusivo che non può che restituire emozione, gratificazione e meraviglia”.
    A me pare che oggi a molti giovani questo mestiere restituisca piuttosto fatica, delusioni e frustrazioni. Se non hai conoscenze o il papà che ti apre uno studio, spesso si è costretti ad abbandonare “i nostri sogni” perche alla fine quello che conta davvero, prima dei sogni, è trovare i soldi per l’affitto.
    Ma lei come designer “affermato” (che io tra l’altro stimo) non si sente in parte responsabile nel contribuire ad alzare quel muro che separa i designer “vip” dalla grandissima massa di designer che lavorano duramene e si trovano sempre la strada sbarrata dai “soliti noti?”.
    Come si può fare ad aprire la strada ai giovani, aldilà delle belle parole di incoraggiamento che tutti voi pronunciate ma che poi restano parole e basta?
    Grazie.
    Antonella

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