Se il Fuorisalone puntasse sulla qualità

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Due sono le sensazioni che ho provato fin dal primo giorno. Due sensazione chiare, nette, sicuramente legate tra loro. Una brutta e una bella; una che mi ha portato una sensazione di tristezza e l’altra che mi ha riempito di gioia e di speranza; la prima che conferma un trend già notato negli anni passati, la seconda che mi ha colto inaspettato. La prima riguarda il Fuorisalone: la seconda, invece, è relativa al Salone del Mobile.

Partiamo dal Fuorisalone e dal suo lento ma evidente e inesorabile declino. Non parlo del numero degli eventi, ovviamente, ma della qualità generale. E vorrei fare qualche osservazioni a riguardo.

1. I distretti. Aumentano ogni anno i cosiddetti distretti del design, in altre parole le zone, i quartieri, le vie che ospitano gli eventi (quest’anno ne sono nati altri 3 nuovi oltre ai tradizionali 7/8 esistenti), con il risultato che tutto risulta ancor più dispersivo. Spesso poi i distretti si spacciano come tali, ma manca un’organizzazione che trasformi una manciata di eventi slegati tra loro in un progetto coordinato, capace di attirare un pubblico di addetti ai lavori e di coinvolgere anche il quartiere e che, in altre parole, renda tutto più piacevole e sensato. Per esempio, si potrebbe puntare maggiormente sulla qualità e meno sulla quantità, che non farebbe davvero male! (vedi punti 2 e 3).

2. Gli eventi Il numero degli eventi aumenta a dismisura e, come succede in questi casi, diventano così tanti da far passare la voglia di tuffarsi in questo mare festoso, di andare a curiosare anche tra quelli minori (che spesso sono quelli che riservano più sorprese!). Io frequento il Fuorisalone fin dalla sua nascita e vi assicuro la voglia di girare a zonzo per scoprire cose nuove, a Milano, cala di anno in anno. Il troppo appiattisce tutto e demotiva anche quelli che, come me, amano andare alla ricerca di giovani talenti o di idee nuove.

3. La qualità. Possiamo chiedere ai direttori artistici di certi “eventi collettivi” o agli organizzatori dei “design districts” di fare una selezione maggiore in termini di qualità? È vero che in periodo di vacche magre si accetta chiunque paghi per affittare uno spazio, ma bisognerebbe avere il coraggio di dire più “no”. Forse questo farebbe guadagnare meno in termini economici ma di certo molto di più in termini di visibilità. Siamo nel centro internazionale del design. E se non ce lo ricordiamo, rischiamo che altri Design Festival ci rubino il ruolo. E allora sarà troppo tardi!

4. Artigianato o design? So che il confine non sempre è così netto, ma vogliamo provare a distinguere tra questi due termini? Non voglio dire che uno sia meglio dell’altro, per carità. Voglio però dire che sarebbe più corretto chiamare “design” il design e “artigianato” l’artigianato. Con buona pace e grande vantaggio per entrambe le categorie. Io durante il Fuorisalone voglio vedere buon design. Altrimenti vado al salone del fai da te. È possibile? Grazie mille!

5. Extra-settore Il salone si sta allargando sempre più a settori che col design c’entrano poco o solo marginalmente (o spesso per nulla). Dalla moda agli accessori, dal food al turismo… Per carità, è vero che tutto è design, ma questa invasione di settori “altri” non fa che aumentare la confusione e sinceramente stanca. E poi quello di Milano, non si chiama Salone Internazionale del Mobile?

6. Business is business… Capito che il business durante il Fuorisalone è grande, calano come barbari venditori e “markettari” di ogni genere. Non parlo solo dei venditori di porchetta o di pentole magiche. Parlo di aziende, anche importanti, che pur di arrivare al grande pubblico creano atmosfere da sagra di paese con dj urlanti, discoteche mobili, imbonitori che distribuiscono gadget e lattine, adesivi e campioni gratuiti, berrettini e gratta e vinci… Per favore… Siamo alla Design Week più bella del mondo, non all’Oktoberfest.

7. La bella notizia! Ma mi piace l’idea di chiudere con una notizia bella. Anzi, bellissima. Dopo anni di crisi di idee e di pubblico, quest’anno ho visto in fiera tante belle proposte e tanta gente. Nei miei ultimi editoriali sono stato costretto, mio malgrado, a criticare Milano e a vedere nelle fiere straniere (Londra, Parigi e Stoccolma soprattutto) i più interessanti punti di riferimento in Europa per quanto riguarda il design. Quest’anno, finalmente, posso dire che l’Italia mi sembra tornata protagonista con una bella fiera e che si è ripresa con onore il ruolo perduto. E poi non ho ricordi di tanto pubblico. Mi fa davvero piacere! Personalmente confesso che, forse per la prima volta, mi sono divertito più in fiera che al Fuorisalone.

15 thoughts on “Se il Fuorisalone puntasse sulla qualità

  1. Luca

    sono pienamente d’accordo, non ho visto il salone perchè vado solo quando c’è Euroluce quindi un anno si un anno no.
    Il fuori salone è da tempo ormai una sagra ed è per questo che ci si perde in tutta la città.
    Tortona è un parco giochi e Lambrate si sta avviando verso quella strada.
    Gli stranieri ci surclassano, il salone Italia faceva rabbrividire, chi li sceglie? le scuole estere fanno vedere la propria professionalità noi siamo schiavi di baronismi interni che distruggono lo studente a scapito di stipendi sicuri di professori incapaci e non designers. I concetti progettuali applicati ai prodotti da parte dei designers stranieri hanno una componente decisamente di profondo intelletto e di capacità manuale che noi italiani, diciamo il 90%, ci scordiamo, proprio per didattiche da mercato. Il design italiano è finito da un bel pezzo! ADI? no grazie!

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  2. luciano dalmonego

    …carissimo Massimo…sempre puntuale il tuo “puntare” il dito su quel che non va…e a giusta ragione…il fuori salone.è diventato per certi aspetti..una sagra paesana…l’eccessiva disponibilita’ di un “bene” ne toglie l’appetibilita’ e l’interesse…il SALONE ha dato spunti di vero intreresse…anche chi mi presentava un mio letto…era euforico dopo anni di vacche magre…e non solo per i visitatori esteri…speriamo…che il mercato aiuti le aziende che si sono inpegnate…una bella idea:.è il GILLO DORFLES…in cammmino…**Luciano e.u.Dalmonego*DesignerPrecario*

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  3. ale

    Sono d’accordo,
    il motivo per cui non ho voluto partecipare quest’anno!

    lavoro sull’eco-design di “autoproduzione”, se vogliamo usare questo termine in voga che, tutto dice, ma ormai non più molto, per ciò che, in generale, ci troviamo a vivere e sopportare.
    Ho visto questa realtà, ultimamente in crescita, nel bene o nel mele, a suo discapito o a suo favore, “mischiata”, invischiata” e confusa con il resto del Design e negli scorsi due anni mi sono resa conto che è frutto di una cattiva gestione di varie porzioni di questo evento come di altri meno importanti e dell’informazione diffusa.
    Tutto e niente, quello che mi è apparso di vedere a Milano e tra la confusione si faceva fatica a cercare il prodotto di qualità!

    voglio dire che,se alcuni prodotti sono di qualità inferiore( voglio metterci anche i miei, perchè no?!?!?) allora che siano in una sezione in cui l’armonia fra loro diventi un” belvedere” e dove possano valorizzarsi.
    …se altri prodotti sono di alta qualità, per una serie infinita di fattori, che siano in altre sezioni.

    L’unione, in questo caso, non fa la forza, ma la loro debolezza!

    Parlo del Fuorisalone!

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  4. roberto

    finalmente…bravo Massimo

    “Voglio però dire che sarebbe più corretto chiamare “design” il design e “artigianato” l’artigianato”

    e aggiungo …e arte l’arte

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    1. lauren moreira

      Oggigiorno, l’artigianato viene quasi sempre chiamato “design autoprodotto”.
      Come se l’artigiano avesse bisogno di darsi un tono.
      E’ la grande tradizione dell’artigianato italiano che ha aperto le porte al grande design italiano, non vice-versa.
      Perciò l’unico appunto all’articolo di Massimo Rosati è “fiera del fai da te” a chi?

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      1. Design Street Post author

        Ciao Lauren. Condivido la tua osservazione al 100% e riconosco l’alto valore dell’artigianato di qualità e il suo ruolo nella storia del design. Per questo ho premesso che molte volte il confine tra artigianato e design è davvero sottile. La sedia Thonet in faggio curvato a mano è artigianato o design? Per me è entrambe le cose.
        Tuttavia oggi sotto il nome di design passa di tutto. E per rispetto nei confronti di entrambe le categorie (e per non inquinarle con prodotti di basso livello) trovo corretto fare una selezione e, ove possibile, una distinzione. Soprattutto quando, anziché artigianato di alto livello, si espone un semplice “fai da te” da mercatino di Natale, come spesso accade al Fuorisalone.
        A presto, Massimo

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  5. giovanni cangemi

    Fuorisalone: un macello che sembrava una sagra paesana. Lo stand di Moooi, lampade giganti salve, denota carenza di innovazione. Per me hanno preso gli arredamenti degli anni ’50 e gli hanno cambiato livrea.Un po’ poco, direi.
    Salone: sono inorridito e divertito nei padiglioni 3-4-5… mobili classici o in stile, per dirla con Vanni Pasca Raymondi. Arredamenti creati per dittatori mediorientali e sudamericani, mafiosi russi e cinesi ricchi. Orrori tutti laccature glossy e decori rococò, divani con forme assurde che incorporano bassorilievi dorati, sedute in coccodrillo ancora vivo…
    Non potendone più dalle risate – già ci guardavano male – siamo passati ai pad del design… sembrava il film “il giorno della marmotta”, poteva essere qualsiasi anno dal 1995 a oggi. Innovazione poca e tutto sapeva di già visto con quelle cazzo di sedute tutte uguali. Era meglio disegnare nuovi culi, che le solite sedie, per dirla con Ettore Sottsass.
    Solo in eurocucine ho visto bellezza, innovazione e coraggio, ma non in tutti gli stand. Volete sapere qual’era il filobrosso che l3gava il tutto? Il color tortora!
    Conclusione: al salone si arriva già distrutti dall’inutile fuorisalone bazar, quindi si salta un po’ tutto. Forse non è stato un male, di certo è sufficiente andarci ogni…10 anni.

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  6. ALDO GIRELLI

    … il mio punto di vista è quello del rivenditore ed mio plauso va al Salone ed ai produttori. Dopo qualche anno grigio hanno ritrovato la forza per saltare oltre l’ostacolo, negli stand lo si è percepito chiaramente. L’atmosfera era quella giusta ed il pubblico ha sicuramente apprezzato.
    Dal mio punto di vista andare al salone è energetico, vedere positività e dinamismo mi carica per tutto il resto dell’anno. Quest’anno sembrava po un di esser tornati ai tempi d’oro, bene cosi.
    Faccio gli auguri agli operatori del settore, speriamo che quanto visto sia di buon auspicio per tutti.

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  7. michele

    Daccordo sul fuori salone…. ma tutta questa rinascita riguardo al salone dove l’avete vista??? Dov’erano le idee, dov’era il design, io ho visto solo un ritorno al passato, decadenza generalizzata anche dei “grandi” marchi, che delusione, che tristezza!!!!

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  8. annamaria salinari

    sono d’accordo….e anche tutto lo staff di Sarpi Bridge – Oriental Design Week è d’accordo!

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