Mi trovavo sabato sera ad una cena dove si parlava di design. Da un lato un amico, docente in un’importante accademia milanese; dall’altra due giovani(ssime) designer neolaureate.

Il primo mi ha raccontato un aneddoto relativo alla visita ad una nota azienda dell’hinterland milanese, organizzata per i suoi studenti. La persona che li ha accolti, probabilmente per prevenire domande “scomode” da parte dei ragazzi, ha subito messo le cose in chiaro dissuadendoli dal sottoporre all’azienda i loro progetti perché, ha spiegato, non li penderebbero nemmeno in considerazione. Loro, ha concluso, non investono nei giovani perché preferiscono promuovere, per filosofia aziendale, solo le grandi star.

Alla mia destra le due giovani(ssime) neolaureate si alternavano nel raccontarmi le disavventure che hanno vissuto sulla propria pelle scontrandosi, per la prima volta, col mondo del lavoro. Sfruttate, pagate poco o nulla, incontri con piccoli (minuscoli, direi…) imprenditori che fingono di interessarsi, che promettono, ma che poi scompaiono con i loro progetti in tasca. La cosa bella, per fortuna, è che mentre mi raccontavano queste cose leggevo nei loro occhi quell’incredibile entusiasmo e quella grande voglia di mostrare il proprio valore con cui solo i giovani motivati e alla scoperta del mondo sanno condire le loro parole.

Ma siamo proprio sicuri che questa sia la strada giusta? Siamo certi che questa miopia non ci si ritorcerà presto contro? Non sarebbe il caso, soprattutto in un momento così difficile, di valorizzare questa grande creatività dei giovani talenti prima che l’amarezza, la delusione e la rassegnazione se la portino via definitivamente?

Mentre noi demotiviamo i nostri “piccoli” designer, all’estero si stanno formando schiere sempre più numerose di giovani preparati, sostenuti anche a livello statale, che si autoproducono o che trovano aziende lungimiranti pronte a investire nei loro progetti. Alle fiere internazionali si vedono sempre più giovani progettisti che arrivano da paesi emergenti (in particolare dall’Estremo Oriente, ma anche dalla Polonia, dal Brasile, dalla Serbia…) mentre spicca, salvo rare eccezioni lasciate all’iniziativa privata, l’assenza dell’Italia. Del resto, cosa pretendere da un paese che etichetta come “giovani designer” una generazione di quarantenni?

“L’architettura è un mestiere da uomini, ma ho sempre fatto finta di nulla” sosteneva Gae Aulenti, la signora del design italiano recentemente scomparsa. “Il design è un mestiere da vecchi, ma ho sempre fatto finta di nulla”, sembra essere il pensiero dei giovani designer italiani che, per fortuna, si oppongono a questa vecchia mentalità senza perdere entusiasmo e motivazione.

 

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Design Street seleziona e racconta ogni giorno le idee più innovative e i migliori prodotti di design da tutto il mondo. Design Street è considerato uno dei più autorevoli blog indipendenti dedicati al design contemporaneo. Design Street ha vinto per ben 2 volte il premio "Best Design Media": nel 2017 e nel 2020.

5 Comments

  1. E’ tutto vero quello che scrivi!
    Ogni tanto,però, succede qualcosa di diverso: un nostro associato (ancora studente universitario) ha proposto il suo lavoro del terzo anno ad una ditta di coltellinai di Maniago, è piaciuta e ora stanno procedendo con la realizzazione del pezzo da commercializzare…..credo sia un caso, o forse no, questo ragazzo è un creativo e spero, per lui, che non si fermi!
    In contrapposizione ne conosco altri-e, che lavorano, per ora, con grande entusiasmo, ma con zero risorse!
    Speriamo che da tante conferenze, meeting, premi, esposizioni, si riesca a trovare una strada per dar vita a questa grande creatività, che rischia, molto spesso, di ripiegare in lavori più umili, per poter sopravvivere!
    Aggiungo: in Italia mi sembra che stia per scomparire il mestiere dell’architetto, in altri paesi no, e parlo della stessa Europa.
    Ciao e grazie per i tuoi contributi.

  2. Io mi sono laureata a luglio 2012 e le aziende, anche in fase di tesi, non hanno avuto la minima disponibilità&elasticità ad aprire le porte. Ora sto ripiegandomi sul web design e sulla comunicazione (sfruttata e sottopagata come la maggior parte dei neolaureati di qualsiasi disciplina/facoltà nel nostro caro paese Italia) – in attesa che almeno un responso positivo possa almeno arrivare da uno dei mille concorsi a cui ho partecipato in questi mesi -. I concorsi penso che, all’oggi, siano l’unica chiave di “accesso” per noi giovani(ssimi) designer. L’alternativa sarà uscire dall’Italia prima che tutti gli young designer italiani pensino la stessa cosa ma è anche vero che sono ottimista dalla nascita e un anno posso ancora investirlo nel mio paese! Se le cose dovessero prospettarsi piatte come all’oggi l’avventura estera rappresenterà il possibile cambio di registro.

    • Capisco bene la tua situazione che purtroppo è comune a tanti tuoi colleghi (a parte qualche fortunato, come le parole di Sara ci fanno sperare…).
      Anche per questo abbiamo aperto Design Street; per dare voce, nel nostro piccolo, alla creatività, al design e all’innovazione, da qualunque parte provengano.
      Per questo chiediamo a tutti i designer che hanno qualcosa di interessante da raccontare, di mandarci i loro progetti e le loro segnalazioni. Se vuoi farlo anche tu, saremo lieti di darti qualche consiglio… A presto, MR

      • Io e lei siamo già contatti su Facebook. Ho una pagina correlata al mio profilo personale (https://www.facebook.com/pages/JB-Design/269069229783587) dove sono pubblicati alcuni dei miei lavori più i lavori altrui che per me sono importanti. Lei è già tra le persone che segue la pagina quindi mi dia un consiglio su come promuovere in meglio le mie creature. Sono su wordpress, su archilovers, su facebook… e volendo posso inviare i lavori anche a voi di design street.
        JB

  3. marco forloni Reply

    il problema è che passa una idea di design dove chiunque si sente autorizzato a esprimersi senza la minima cultura personale e industriale ne sguardo critico sulla realtà e le sua dinamiche culturali, sociali e di consumo. Il progetto deve ricercare il necessario, con bellezza, intelligenza e ironia nel caso, e sarà colpa di scuole, docenti o riviste, ma passa invece per le nuove generazioni che il design è espressione di una idea soggettiva.
    mf

    • Caro Marco, tu hai ragione, in particolare in alcune scuole ti insegnano che è importante fare una presentazione con “effetti speciali” di un progetto, con materiali all’avanguardia, senza curarsi di costi produzione, ecc.;
      dall’altro lato però ci sin trova di fronte a molte aziende che, quando si chiede un brief, sabranno gli occhi, o altre, che ti dicono semplicemente “mi mandi qualcosa”… cosa? E poi ti dicono che ci vuole qualcosa di forte, forte! Ma le nuove soluzioni tecnologiche, i nuovi materiali e le sperimentazioni non possono essere appannaggio di giovani (o non giovani) e squattrinati designer, sono le aziende che devono farlo, e devono dire che stanno sviluppando questa o quella nuova tecnologia e su questa deve fare le sue prposte il designer! E soprattutto un vero prodotto non viene fuori solo dal genio ( o dal colpo di fortuna) del designer, ne solo dall’azienda, ma dal lavoro in team dei due, costante e intenso, fino alla commercializzazione del prodotto finito, e anche dopo.

  4. designer anonimo Reply

    alcuni esempi:
    600km in giornata per essere ricevuto e sentirsi dire, l’azienda concorrente produce un oggetto simile, non potremmo mai produrlo. Ok, va bene, grazie.. (rispondere così alla mail in cui ti presento l’oggetto, non andava bene???)

    oppure

    sentirsi dire: progetto interessante ma bisognerebbe valutare la produzione, l’assemblaggio.. ma diamine, sei tu l’azienda produttrice!, che ne so delle tue linee, dei tuoi fornitori ecc.. voglio venderti il concept, spetta a te/noi ingegnerizzarlo! altrimento me l’autoproduco io in garage con i miei mezzi.

  5. Il designer in Italia non è riconosciuto come professionista, come invece accade all’estero, attraverso l’abilitazione.
    Nonostante i corsi di laurea in Design, il titolo di “DESIGNER” equiparato dalla comunità europea a quello di “Architetto” o “Ingegnere”, in Italia non ha lo stesso valore.
    Il titolo e la professione del Design non sono accolti nel mercato, a tutt’oggi il Designer spesso è un’autodidatta con la laurea sbagliata o anche senza nessun percorso formativo alle spalle.
    Ai “Giovani Designers quarantenni” come il sottoscritto, non resta che cercare di lottare per farsi riconoscere una professionalità che deriva dal “Titolo” e da una lunga esperienza nella aziende manifatturiere.
    Per ora l’unica soluzione riservata a chi ha il merito di aver conseguito un percorso formativo adeguato è quella di iscriversi nell’Ordine Professionale dei Periti Laureati nella sezione dedicata la Design, e iniziare a promuovere la figura del Designer come professionista e non come artigiano, artista, o decoratore.

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