London Design festival 2017. 5 critiche, 5 lodi, 1 domanda…

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LONDON DESIGN FESTIVAL 2017. 5 CRITICHE, 5 PREGI, 1 DOMANDA…

Il London Design Festival 2017, uno degli venti di design che preferisco, è terminato. Approfitto dunque, come ogni anno, per mettere insieme le tante riflessioni che ho maturato in questi giorni tra presentazioni, eventi e tanti, tanti passi. Lo faccio sottolineandone i (pochi ma grandi) lati negativi e quelli positivi, tanti a dire il vero, dai quali noi italiani dovremmo prendere spunto…

Ma iniziamo dalle critiche.

Parto dunque dalle cose negative che, come ho già riportato in altre riflessioni sul LDF, non ho visto migliorare.

 

LE 5 COSE CHE NON MI PIACCIONO

1. La “British pomposity”

La guida ufficiale del London Design Festival 2017 recita in prima pagina: Welcome to the London Design Festival official guide, here to help you navigate the design capital of the world”. La capitale mondiale del design? Cari signori, siete mai stati a Milano? La guida del LDF17 elenca 266 eventi, contro gli oltre 1000 di Milano. E poi, le cose si aggravano leggendo il punto 2…

 

2. I “Design Districts”

Ogni anno ne nascono di nuovi. È sufficiente l’adesione di 15 locations per creare un distretto. Quest’anno ad esempio sono nati i quelli di Islington, Myfair, Brixton e Pimlico. La cosa di per sé sarebbe positiva… Ma poi si scopre che almeno un 30% degli eventi sono organizzati da bar, ristoranti, negozi che con il design (e col festival) non c’entrano nulla. Probabilmente pagano per avere la bandierina rossa degli eventi ufficiali, ma poi scopri che lì non succede nulla, che non espongono nulla, che hai perso solo tempo prezioso…

 

3. La “Official Guide”.

Cari organizzatori: voi che di grafica e di mappe siete maestri (pensiamo solo all’iconica bellezza della mappa della “London Tube”, è possibile che non riusciate a sforzarvi un po’ di più e a fare una mappa meno approssimativa e più comprensibile? Vi assicuro che trovare i posti indicati dai “pin” rossi è una sfida anche per chi, come me, ha oltre 20 anni di design Festival alle spalle!

4. La “non” partecipazione

Questo è per me il punto più importante. A Londra non sono (ancora) riusciti a coinvolgere il grande pubblico, il vero segreto del successo di un Festival. In questa epoca dominata dai social media, dove le parole d’ordine sono coinvolgere, condividere, partecipare, questo mi pare ancora più grave.

Il LDF è rimasto un evento molto esclusivo, per addetti ai lavori. Non so se sia voluto (per quello snobismo tutto British che ha fatto grande l’Inghilterra…) o se al contrario sia un limite “culturale” del pubblico londinese che, come mi ha detto la mia amica Marina che vive a Londra da tanti anni, “è abituato a veder succedere così tante cose, che non si stupisce (e appassiona) più di niente!”

Peccato per loro! E per fortuna nostra (intendo di Milano), che invece proprio del coinvolgimento del territorio ha fatto la propria bandiera e la propria forza.

5. La fiera 100%design

Da una città come Londra non ci si aspetterebbe una fiera così piccola nelle dimensioni, modesta nell’offerta, povera nella selezione. A parte la location strepitosa di Olympia, una enorme Hall ottocentesca coperta da una grande volta in ferro e vetro (tipo la stazione Centrale di Milano ma nella versione bianca anziché nera), il resto non mi convince. Soprattutto oggi, perché mi pare che negli ultimi anni abbia perso in qualità e acquistato in confusione. E per una fiera piccola, la selezione è fondamentale!

E con questo, le critiche sono finite.nPassiamo alle cose belle….

LE 5 COSE CHE MI PIACCIONO

1. L’organizzazione

Splendida, perfetta, da manuale. Se togliamo i lati negativi sopra citati, si percepisce che dietro c’è un’ottima regia. Del resto, sono inglesi…

 2. L’Hub

Il London Design Festival ha l’hub nel Victoria & Albert Museum (il V&A, come lo chiamano confidenzialmente), ilmuseo delle arti applicate. Una location strepitosa, oltre che uno dei miei musei preferiti al mondo! Io credo che a Milano manchi un partner “culturale” così forte e importante. Il rischio è una deriva troppo commerciale che non fa mai bene a un Festival.

3. Le installazioni

La città intera si anima, durante il LDF, di installazioni che dialogano con il contesto nel quale sono inserite. Sparse negli angoli più interessanti della città, queste sono commissionate ogni anno a designer e architetti importanti ma anche emergenti (non solo archistar, come da noi…). Non sono solo esercizi di stile sponsorizzati dalle aziende come, salvo belle eccezioni, vediamo spesso nel cortile dell’Università Statale di Milano.

Non sono astronavi atterrate casualmente in diversi luoghi della città, ma opere pensate per quello specifico spazio, e non per altri. Le mie preferite sono quelle (una ventina circa) ospitate ogni anno nelle sale del V&A. Mi piace molto questa idea di far vivere il museo creando una stretta relazione, anche provocatoria, tra gli storici capolavori esposti e le installazioni contemporanee. E mi piace ammirare, da spettatore, il silenzioso ma animato dialogo che ne nasce.

4. Le “destinations”

Invece di avere centinaia di eventi sparsi per la città, come succede a Milano, il London Design festival ha diverse “Destinations”. Sono luoghi, quasi sempre di una bellezza spettacolare, che ospitano al loro interno una grossa concentrazione di eventi. Come fossero fiere sparse per la città. Per intenderci, le uniche realtà del Fuorisalone di Milano paragonabili alle “destinations” del LDF potrebbero essere la Triennale e il Superstudio…

Tra quelle più interessanti, oltre al V&A, segnalo Design Junction, che dal 2016 si è spostato nel dinamico quartiere di King’s Cross (nel 2018 Tom Dixon trasferirà qui il suo quartier generale, in una vecchia fabbrica di carbone ristrutturata). Poi c’è la London Design Fair, che ospita i 2 eventi Tent (dedicato ai giovani emergenti) e Superbrands (che invece, come dice il nome, è riservato a grandi aziende). Molto bello anche questo, soprattutto per la zona. È infatti situato tra Spitalfield e Brick Lane, forse le zone più belle, creative e alternative di Londra. Quest’anno il Somerset House, un grande edificio neoclassico nel centro di Londra e affacciato sul Tamigi), ha ospitato nelle sue sale Design Frontiers. Una collettiva di 30 grandi designer (tra cui Jasper Morrison, Jaime Hayon, Arik Levy, Sebastian Cox, e altri) che con i loro lavori spingono il design oltre i suoi confini. Interessante.

La fiera 100% design, Decorex e Chelsea Harbur sono altre importanti “destinations”. Belle, ma più rivolte ad un pubblico “trade”: progettisti, architetti, interior designer.

5. Il London Design Museum.

Il Design Museum, inaugurato a Londra da meno di un anno, contribuisce con le sue installazioni e le sue mostre temporanee a dare maggior credito e credibilità a tutto il London Design Festival.

Quest’anno sono state presentate due mostre, entrambe molto interessanti. La prima, “California”, sul design della West Coast: dalla grafica degli anni 60 alla Apple. La seconda, Breathing Colour by Johanna Jongerius. Sottotitolo: “La mostra che crea uno scontro tra la forza del colore contro la forza della forma”.

UNA DOMANDA…

Design e artigianato

Come ho già anticipato in una diretta da Londra, la cosa che più mi ha colpito è la grande quantità di artigiani presenti nei principali eventi di design; Design Junction e Tent. Entrambi hanno sempre mescolato brand affermati a giovani talenti del design. L’anno scorso ho notato una prima “deriva” verso l’artigianato. Quest’anno c’è stata una sostituzione completa.

Non è certo un caso… Ma come mai? E cosa significa? Dopo un primo spiazzamento, ci ho riflettuto e ho pensato che, in fondo, il design contemporaneo nasce da movimenti di artigianato di qalità, come l’Arts&Crafts inglese o il Werkbund tedesco, E il grande design scandinavo? Non sono forse capolavori di alto artigianato le sedie disegnate da Hans Wegner (solo per fare un nome). E cosa dire dei mobili di Carlo Mollino, dei vetri di Venini, delle creazioni dei fratelli Campana? Solo qualche nome, ma si potrebbe continuare all’infinito…

Forse la nostra divisione tra design e artigianato è solo un vecchio retaggio snob? Forse il confine tra le due “arti” è sempre più labile? O forse è solo nella nostra mente? Forse gli inglesi sono tornati indietro di un secolo o forse sono già molto più avanti? Voi che ne pensate?

 

 

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